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troppagrazia [ L'impiego fisso è una "malattia lieve", una dimensione in cui non si vive realmente, dove si contano le ore e i minuti prima che tutto sia finito (Frithjof Bergmann) ]
 


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Giuliana Cupi
kilombo Candidata a DONNEèWEB 2008

2 aprile 2008




Una volta i potenti per sottomettere il popolo usavano la forza, le leggi e la religione; ora dispongono anche del calcio e della televisione -  Carl William Brown


Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipende dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante e peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertolt Brecht

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri Paesi.
Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti.
Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.
Sultan Salman al-Saud
Astronauta dello Shuttle Discovery, 1985


The conditions in which men live upon earth are the result of their state of consciousness.
To want to change the conditions without changing the consciousness is a vain chimera.
Sri Aurobindo



“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
(La chiave a stella, Primo Levi)




Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c'est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

Le temps perdu - Jacques Prévert

 

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire



Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo
a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad
adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè
Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il
re".
J.A. Thom


26 giugno 2008


VORRA' PUR DIRE QUALCOSA

In Italia l’abitudine di vedere i film in originale è poco diffusa e noi non siamo certo così virtuosi da cercarci con il lanternino le rare proiezioni del genere. Eppure nel giro di pochi giorni ne abbiamo trovate – del tutto inconsapevolmente, da nessuna parte si avvertiva della presenza dei sottotitoli - addirittura tre.

Corazones de mujer è la storia di un sarto travestito e di una sua giovane cliente di stanza a Torino che tornano nel Marocco delle loro origini perché lei deve recuperare l’onore perduto in vista delle nozze; nel Resto della notte, girato sempre a Torino che chissà perché si vuole far passare da città del Nord Est, le pessime idee e gli ancor peggiori incontri di un gruppo di famiglia romeno in orribili interni scatenano una tragedia apparentemente senza redenzione; Gomorra non ha bisogno di presentazioni.

Come l’ultimo titolo lascia capire, il lato più curioso della faccenda è che tutti i film sono girati da registi italiani e mostrano storie di persone che vivono in Italia.
Volutamente definisco costoro con un complemento di stato in luogo e non con un aggettivo di nazionalità perché la domanda è appunto se italiani lo siano o no; e la risposta è contorta e difficile.

Quelli che non lo sono forse si illudono di esserlo e si regolano come tali, salvo poi ritrovarsi impastoiati in condizionamenti della mentalità di origine per sbarazzarsi dei quali è troppo presto, specie se si considera che fino a non molto tempo fa erano moneta corrente anche qui; o magari sperano di diventarlo, cioè di diventare quello che l’Italia è ai loro occhi, aprendosi la scorciatoia a colpi di pistola.

Quelli che lo sono tecnicamente ne vivono in realtà separati, con altre leggi, altri codici, altre regole, in un’enclave che non è segnata sulle carte geografiche, ma che esiste a tutti gli effetti.

Quindi la risposta è: non lo so, se questi sono italiani. Forse non lo sono ancora, forse non lo saranno mai né gli interessa esserlo, forse ci sono tanti modi di essere italiani – rispettare la Costituzione, tifare per la Nazionale o “salvare un posto di lavoro a Mestre ammazzando una famiglia a Mondragone”, come dice indignato il giovane assistente di Toni Servillo spacciatore di liquami venefici e non caso lo dice nell’idioma che ci hanno insegnato a scuola e non nello strettissimo dialetto inafferrabile ai più - e chissà se mai saranno riducibili a qualcosa di omogeneo.

Intanto per capirsi c’è bisogno della traduzione. E questo vorrà pur dire qualcosa.




permalink | inviato da troppagrazia il 26/6/2008 alle 16:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 maggio 2008


IL TRENO PER IL DARJEELING




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21 maggio 2008


TUTTA LA VITA DAVANTI

Non l’ho visto subito e ancora più tardi lo recensisco, Tutta la vita davanti, spero non me ne vorrete. E, rispetto a cosa pensavo che ne avrei scritto, ho anche cambiato piuttosto radicalmente il tiro – il che non è un male, almeno non mi aspettavo già tutto.

Leggendo infatti i pensieri di Sara (che peraltro mi sono piaciuti moltissimo) avevo pensato di rispolverare un mio vecchio post sui mesi al call-center del Pronto Pagine Gialle, ma in realtà il film mi ha fatto venire in mente altro.

Per esempio mi sono ricordata di quando, dieci giorni dopo essermi laureata, avevo fatto una giornata di formazione sul campo come venditrice di enciclopedie a domicilio (dizione esatta piazzista) ed ero capitata con il più squalo di tutti i rappresentanti il quale aveva estorto a una ragazzina semianalfabeta la firma per acquistare inutili libri per milioni: la ragazzina quando aveva capito di essere stata fregata si era messa a piangere dicendo che il convivente l’avrebbe ammazzata e lui naturalmente aveva fatto spallucce, allora io avevo approfittato della pausa pranzo per chiamarla da una cabina e dirle che avrebbe potuto esercitare il diritto di recesso entro una settimana per rimandare la paccottiglia al mittente.


Oppure di quando, due mesi dopo essermi laureata, avevo lavorato per pochi giorni in un altro centralino, stavolta outbound, dal quale si chiamavano persone pescate a caso dall’elenco per convincerle a comprare a scatola chiusa 50.000 lire (che allora valevano qualcosa) di prodotti Bofrost promettendo di mandare anche un catalogo (che quindi sarebbe arrivato DOPO aver ordinato e non prima, come la logica suggerirebbe) e dei buoni sconto per il prossimo acquisto che invece, come la responsabile tenne a precisare fin dall’inizio, non sarebbero mai arrivati. La menzogna, perciò, faceva parte integrante del mestiere e questo limitava ulteriormente la mia capacità di svolgerlo, già enormemente afflitta dalla mia ripugnanza a telefonare a casa di gente che non ci aveva chiesto nulla per intortarla di palle e farle sganciare soldi e dal fatto che per esercitare tale commercio fosse stata scelta una zona molto popolare alla periferia di Torino, nella quale era chiaro a chiunque la conoscesse anche solo di sfuggita che la gente aveva altro da fare che farsi mandare i vol-au-vent con fonduta da passare al microonde. Una sera rispose una donna sulla sessantina e, quando attaccai la solita pappardella, mi interruppe dicendo che lei con quella cifra comprava molta più roba al supermercato all’angolo e meno male, dato che a casa sua mangiavano in cinque e solo con la pensione di suo marito. Non mi restò che darle ragione e scusarmi per il disturbo e fui per questo severamente redarguita perché avrei dovuto perorare la mia (cioè la loro, a me veniva in tasca ben poco) causa insostenibile fino all’ultimo fiato.


A questi episodi non pensavo da così tanto tempo che mi sono stupita di trovarmeli di nuovo presenti, resuscitati dall’atteggiamento di Marta (un’altra Marta che mi somiglia tanto, devo essermi chiamata Marta in qualche precedente vita!). Marta è intelligente e còlta, ha una laurea in Filosofia e quindi argomentare è il suo pane quotidiano; inoltre ha aspirazioni di ricerca, non ha mai pensato a se stessa in un’occupazione commerciale, foss’anche glamourous come quella dei suoi ex colleghi di università che scrivono trame per sceneggiati televisivi di infima qualità estetica. Eppure non ha esitazioni, appena assunta come procacciatrice di appuntamenti per dimostrazioni di aspirapolvere, a usare le sue capacità dialettiche e intellettive per instaurare con le sue clienti loro malgrado dialoghi basati sul fingersi ciò che non è, sul costruire complicità completamente inventate a tavolino che però la sua raffinatezza mentale fa sembrare vere tanto sono ben architettate.


Marta ha infatti elaborato un ingegnoso sistema per conquistare la fiducia della gente. Mentre parla con la malcapitata di turno imposta la mappa dei dintorni di casa sua sul sito delle Pagine Gialle per poi fingere di abitare anche lei in zona citando nomi di negozi e di locali come se li frequentasse abitualmente, anche se non sa neppure dove siano: un gancio molto astuto perché aggira la diffidenza non vantando il prodotto, ma spacciandosi per una di casa, una che prende pure lei i pomodori da Peppone il fruttarolo o la pizza alla Capri Bella, insomma una dei nostri e una dei nostri mica vogliamo pensare che ce la metta in quel posto? Che poi questa sia la stessa tattica di quelli che vanno a rubare i risparmi ai vecchietti fingendosi amici dei figli nessuno se lo ricorda mai, citando quei luoghi è come se lei dicesse la parola d’ordine.


Il sistema ha un successone e fa di lei un’ottima raggiratrice: “Non pensavo di poter essere tanto spietata con quelle povere casalinghe” è il suo stesso commento. Non lo pensava non tanto per motivi morali, ma perché fino ad allora era stata una brillante studentessa e in quanto tale immaginava di impiegare le sue inclinazioni in incarichi di alto livello, case editrici, editing di testi, trasporto di borse di qualche luminare, e non certo nel turlupinare persone intorpidite dalla poca cultura e dall’assenza completa di stimoli mentali.


Ma l’intelligenza è uno strumento e come tale è neutra, non implica automaticamente connotazioni etiche: sapersela cavare bene con le parole e le idee rende anche in situazioni di gusto discutibile. Ancora più discutibile è, piuttosto, che in Italia il mercato del lavoro spesso offra occupazioni di questa levatura proprio a persone preparate e capaci e il perché lo mostra lo stesso film: perché i posti che sembrerebbero naturalmente destinati a costoro sono regolarmente occupati da gente meno preparata e probabilmente meno capace, ma ammanicata per nascita, censo, tessera politica eccetera.


Come spesso per fortuna accade, poi, nella storia di Marta la verità si prende una rivincita inaspettata: non sbugiardandola, ma anzi facendole assumere la responsabilità di un ruolo che per lei era  il solito gioco e in cui si rivelerà più che all’altezza, il che compenserà la sofferenza sua e di tutta l’umanità dolente e tragicomica che a vario titolo la circonda.




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27 marzo 2008


PREMIO CINEMATOGRAFICO "GIANFRANCO ORNATO"

Ve la faccio breve. Sabato sera sono a Monforte d’Alba a consegnare il Premio Speciale del Territorio “Gianfranco Ornato” a Chiara Bellini, regista del film Identità - La vera storia di Juan Piras Peron in quanto coordinatrice Servas.

Gianfranco Ornato era un socio Servas nonché uno degli animatori del
Food in Festival che si svolge nelle Langhe a giugno e del Cimameriche che è invece a dicembre sulla Riviera di Levante: alla direttrice dei quali Maria Lodovica Marini, anche lei Servas, devo tanto onore.

Chi volesse unirsi a noi è il benvenuto.




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25 febbraio 2008


LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

Aggiornamento in tempo reale: lo trovate anche qui.

Se il corso di Relazioni Internazionali vi aveva lasciati poco soddisfatti e soprattutto dubbiosi sulla vostra reale capacità di comprendere come gira questo sporco mondo La guerra di Charlie Wilson è il film che fa per voi.

Siamo nel 1980 e Charlie già da tempo è il Deputato al Congresso eletto dal II Collegio del Texas, tutta brava gente che chiede solo di andare in giro con un’arma e di pagare poche tasse. Ha la giusta dose di mancanza di scrupoli sia nella sua vita politica che in quella privata e si barcamena benissimo tra voti di scambio e figlie di sconosciuti notabili locali che gli si offrono solo perché sono state informate del fatto che non ha un’amichetta fissa finché la sua placida esistenza di simpatica canaglia non viene interrotta da un filmato sull’invasione russa dell’Afghanistan che lo salva provvidenzialmente dalla noia di un party tutto sniffate e spogliarelliste a Las Vegas.

Rientrato a Washington scopre che alla causa è dedicato un risibile budget che si affretta a far raddoppiare e la cosa non sfugge a Joanne Herring, la sesta donna più ricca del Texas, che da quella fervente cristiana che è si dedica anima e corpo a combattere il comunismo e infatti coinvolge Charlie nella crociata imponendogli le sue grazie insieme alla sua filosofia. Tutto di altissimo livello, peraltro, così come l’appuntamento con il dittatore pakistano Zia che è parte irrinunciabile del pacchetto e che Joanne gli ha già apparecchiato.

A Islamabad Charlie si sciroppa l’indignato cazziatone del Presidente e del suo Stato Maggiore (“Quando vieni accusato di avere problemi caratteriali da uno che ha fatto impiccare il suo predecessore sai che più in basso di così non puoi andare”, è il commento del nostro alla devota assistente Bonnie che lo segue letteralmente in capo al mondo): gli afghani stanno morendo come le mosche, si rifugiano a migliaia nel loro Paese e gli Stati Uniti, con tutta la loro prosopopea antisovietica, si limitano all’omaggio di armi antiquate che sembrano fatte apposta per non scalfire neppure di lontano gli elicotteri mandati da Mosca a sterminare i contadini e i loro somari. E che non si tratti di lagnanze di circostanza Charlie lo sperimenta nel giro di poche ore, tra un campo profughi brulicante di bambini mutilati e l’ambasciatore del suo stesso Governo che cavilla sui delicati equilibri della guerra fredda che l’invio di armi realistiche e americane turberebbe pericolosamente.

Perciò, poiché ora quelle armi Charlie le vuole mandare a tutti i costi per via delle urgenze etiche bruscamente risvegliate, è fin troppo chiaro che l’operazione necessiterà di un vasto e delicato lavoro di squadra. Irrinunciabile, va da sé, sarà la collaborazione della CIA nella persona di Gust, agente delicato come la carta vetrata e incazzato nero con il suo capo quindi motivatissimo a prodigarsi per la causa. Poi ci vorranno un mercante d’armi israeliano e un Sottosegretario egiziano – essendo il Ministro distratto al momento giusto dalla danzatrice del ventre che Charlie si è opportunamente portato da casa - che dovranno coordinarsi (sic!) per la fornitura di armi sovietiche che agli occhi del mondo i mujaheddin si saranno procurati soffiandole agli invasori. Indispensabile la consulenza del giovane nerd esperto d’armi la cui relazione sull’inadeguatezza della reazione americana in Afghanistan da anni giace ignorata in qualche cassetto di Langley e non è neppure da ribadire che l’addestramento degli insorti sarà a cura degli stessi pakistani, ai quali preme soprattutto che ufficialmente loro e Gerusalemme siano sempre nemici giurati. E infine ci vorranno soldi, soldi e ancora soldi: dai 5.000.000 di dollari iniziali lo stanziamento arriverà a un miliardo a metà degli anni ’80 grazie alle pressioni di Charlie e soprattutto a quelle dell’influentissima Joanne, instancabile nel vellicare l’ego dei fondamentalisti cristiani e nell’organizzare pranzi di finanziamento in cui Zia stesso è presentato come colui che NON fece giustiziare Bhutto.

Ed è così che il Bene trionfa e gli afghani sono finalmente liberi dal tiranno. Tripudio nell’entourage di Charlie con l’unica nota stonata del ruvido Gust che cita la famosa storiella zen nota ai più con il tormentone del “fortuna o sfortuna, chi può dirlo?”, in altre parole: attenzione che ora gli ex oppressi non hanno nulla più di prima tranne la libertà la quale però in assenza di cibo, istruzione, salute e prospettive di sviluppo rischia di diventare un concetto confuso e di cattivo uso e attenzione anche che, se fino ad adesso la bella retorica dell’autodeterminazione dei popoli contro determinati nemici ha funzionato per far metter mano al portafoglio, ormai non è più così. Detto fatto: quando alla prima seduta della sua Sottocommissione il buon Charlie, dell'onestà delle cui intenzioni non abbiamo mai avuto modo di dubitare, chiede un milione di dollari – mille volte meno di quelli sganciati per ogni sorta di macchina di morte – da inviare a Kabul per costruire delle scuole si sente replicare: “Andiamo Charlie, a chi cazzo vuoi che gliene freghi qualcosa di una scuola in Pakistan?”.

E questa, signore e signori, è una storia vera.




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11 febbraio 2008


LA FAMIGLIA SAVAGE

Jon ha 42 anni, insegna Letteratura all’università e vive con una compagna che dovrà tornare nella natìa Cracovia perché lui non se la sente di sposarla. Wendy ne ha 39, fa lavoretti a termine sperando di ottenere finalmente una borsa per dedicarsi alla drammaturgia e ha un amante sposato, un gran brav’uomo che le vuole sinceramente bene. I due non hanno molto in comune a parte coloro che li hanno messi al mondo, ma questo basta e avanza a ritrovarsi nella stessa barca quando giunge una telefonata che annuncia, nell’ordine: 1) che il padre ha improvvisamente preso a praticare forme scatologiche di arte nel bagno di casa; 2) che la sua compagna a sua volta demente è improvvisamente morta mentre un’estetista vietnamita le metteva lo smalto sulle unghie; 3) e che altrettanto improvvisamente il suddetto padre sarà messo alla porta della casa dove viveva con lei nella plasticosa Sun City, Arizona, un cimitero per elefanti al cui confronto la scenografia del Truman Show era di genuina immediatezza.

Questa, in poche parole, è La famiglia Savage e questo è anche il film che la ritrae nel delicato momento in cui tutti i suoi componenti devono affrontare il passaggio più delicato: la fine della vita del padre, la fine della giovinezza di Jon e Wendy, la fine o la ricostruzione del rapporto tra loro due e con quelli che li circondano. Ritratto – e film – bellissimo perché semplice e sincero, senza sorrisi forzati, senza tragedie amplificate, immediato nell’illustrare con realismo stupefacente tutte le pieghe esistenziali della circostanza, dai problemi legali allo spaesamento di due intellettuali alle prese con un congiunto in cui la vecchiaia si manifesta principalmente con la perdita della memoria e con la dipendenza pressoché totale dall’accudimento altrui. In questi tempi di scannamenti bioetici, poi, il resoconto del medico sulle prospettive future è un piccolo capolavoro di sintesi: “Se sarà fortunato una crisi cardiaca o respiratoria gli eviterà il peggio”.


Jon reagisce in modo più lucido, valutando l’unica soluzione possibile – la casa di riposo – con disarmante realismo: “Non è bello, è un ricovero, puzza di disinfettante e minestrina, ma è vicino a casa mia, è convenzionato e fanno fisioterapia”. Wendy, più emotiva, la borsa sempre piena di ansiolitici e antidepressivi, si lascia prendere dai sensi di colpa, vorrebbe sistemare il genitore in un posto “più carino” benché il fratello le faccia brutalmente notare che le aiuole fiorite del parco non servono ai ricoverati, ma alla coscienza dei parenti. Il suo asciutto bilancio: “Stiamo facendo per lui più di quanto lui abbia mai fatto per noi”, poi, introduce un tema evidentissimo, anche se praticamente mai toccato dai triti luoghi comuni sull’ingratitudine filiale: che ci sono anche persone che si ritrovano sole per non aver saputo o voluto svolgere il proprio ruolo a tempo debito, per essere stati egoisti come bambini anche quando bambini erano i figli, i quali figli, giunti alla tappa ineludibile in cui si tratta di far da genitori a chi li ha generati, giustamente mancano della maturità emotiva necessaria ad affrontarla. Non sarà un caso se la vita sentimentale dei due fratelli è così asfittica, se Jon si trincera dietro la patetica scusa che se anche sposasse la sua donna lei probabilmente finirebbe a insegnare in un college sull’altra costa “e non ci vedremmo lo stesso” e se l’amico di Wendy, quando lei si lamenta coreograficamente di essere costretta dentro al cliché del cinquantenne insoddisfatto, le rammenta di non essere esattamente una ragazzina e le chiede provocatoriamente perché non sia lei a cercare l’intimità e la possibilità di un futuro con un uomo libero. Non manca, infine, il contrasto di ruolo tra i fratelli, con Jon che suggerisce che Wendy potrebbe ipotecare le sue vacanze di Natale per stare vicino al padre mentre lui è in giro a presentare il suo libro perché “lui lavora”, cioè si occupa di cose serie e importanti mentre la sorella, che pure è impegnata quanto lui a tenere insieme la sua vita, non è ai suoi occhi titolare di attività altrettanto meritevoli di considerazione.


Nonostante tutto, però, i due se la cavano più che decorosamente nell’affrontare il compito cui la vita li mette davanti e ne traggono anche qualche insegnamento per la loro evoluzione. Anche la piccola catarsi finale è garbata, discreta come gli altri avvenimenti della storia e sembra dirci che ciò che ci capita, per quanto doloroso, non è nulla di eccezionale da un punto di vista oggettivo. Lo può essere solo se sappiamo renderlo tale accettando il cambiamento come parte integrante della vita e quindi permettendo che avvenga  anche dentro di noi.




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5 febbraio 2008


CINEMA CINEMA

 

Mi riallaccio al fatto che la Signorinaeffe così come l’ho vista io ha fatto qualche passo per conto suo per parlare un po’ di cinema. So che non sembra il momento giusto, ma in questo Paese di momenti giusti ce ne sono ben pochi e comunque due mesi fa il momento era sbagliato che più sbagliato non si poteva.

Due mesi fa, infatti, ho rivisto Barbara, un’amica conosciuta durante le Olimpiadi che è tornata a Torino per il Film Festival. Pensavo la sua fosse semplice cinefilia come la mia e invece ho scoperto che stava collaborando alla nascita del Gardafestival, la cui prima edizione era prevista di lì a pochi giorni dalle sue parti. Ci è scappato l’invito, naturalmente, e naturalmente anche la voglia di farci un bel post era tanta: ma, se quando siamo partiti venivamo da una città dove si era svolto un dramma, al ritorno siamo approdati sul luogo di una tragedia che non aveva neppure ancora finito di consumarsi e qualsiasi argomento mi sembrava inopportuno.

Che anche su questo fronte le cose non abbiano preso un’altra piega lo dimostra il fatto che mentre scrivevo la frase precedente ho appreso questo, ma come si dice la vita va avanti e così cerco di fare io con il mio discorso che poi alla fine si vedrà che tanto fuori luogo non è.

Al Gardafestival abbiamo passato una serata con Nicola Saraval, direttore della fotografia giovane, ma già di grande esperienza che raccontava interessanti retroscena economici della produzione cinematografica: per esempio, che i costi maggiori – cachet dei superdivi a parte – provengono dall’acquisto della pellicola, che durante le riprese viene utilizzata (o sprecata, a seconda di come si consideri il film) a chilometri. Approfondendo brevemente lo studio merceologico del supporto alle immagini si scopre che è fatto di polimeri o di cellulosa, in pratica di petrolio o di pasta di legno, ancora più in pratica: anche per fare un film si inquina e si dissipano risorse, la fregatura è che non ce ne accorgiamo perché è un bene che consumiamo con gli occhi e le orecchie, che non tocchiamo con mano come i libri e i CD e quindi usciamo dalla proiezione con la coscienza falsamente tranquilla.

Accertato dunque che il cinema pone problemi di allocazione delle risorse e di sfruttamento delle materie prime la domanda successiva è: ne vale la pena? O se preferite: cosa ne abbiamo in cambio? O se volete: che contenuti si convogliano con questo investimento? Eccetera eccetera.

Una risposta tra le tante possibili l’ho trovata in questo bell’articolo di Fredo Valla, sceneggiatore del Vento fa il suo giro (che abbiamo tra l’altro volentieri rivisto proprio a Salò), il quale ci spiega senza giri di parole che la distribuzione cinematografica è un’oligarchia ristretta ai limiti della mafiosità che impone di proporre determinate pellicole seguendo una scala di criteri in cui la qualità – che è il messaggio, come si sarebbe detto nel compianto e quarantenne ’68, ma è anche la sincerità degli attori, la genuinità dell’ambientazione, lo spessore della trama passibile di stimolare riflessioni e curiosità conoscitive – non occupa neppure l’ultimo posto: semplicemente è esclusa. Ne conseguono considerazioni su priorità che non sono meramente commerciali, ma anche politiche, nel modo in cui sono politiche le cose che si sforzano di non esserlo per niente e che spingono a incanalare il poco tempo e le poche energie di cui la gente normale dispone al di là del lavoro, della famiglia e delle relative preoccupazioni nell’evasione pura e semplice, cioè nell’ottundimento delle residue facoltà critiche e nella omologazione completa a modelli di comportamento molto più funzionali a chi li propina che a chi li vive, inconsapevolmente per giunta. Ne discende infine che anche scegliere un film è operazione da compiere con consapevolezza così da premiare, quando si sia messi in condizione di farlo, opere che non facciano rimpiangere la mobilitazione di denari, materiale, tempo, attenzione che ci ha condotti nel buio di quella sala.

Per esempio Parole sante, il film documentario di Ascanio Celestini sui lavoratori del call-center dell’Atesia (vi avevo detto che alla fine saremmo tornati a bomba), finti co.co.co. prima, veri licenziati e pure denunciati poi, quando rifiutano l’assunzione part-time a 550 euro il mese in cambio della quale devono rinunciare a qualsiasi rivalsa verso l’azienda che se dovesse risarcire tutto il lavoro e i contributi rubati si troverebbe in una scomoda situazione di dumping ovvero si rovinerebbe a vantaggio della concorrenza che non era certo più onesta, ma solo più fortunata ad avere a libro paga persone meno attive, emblema vivente della logica per cui gli unici le cui sofferenze non hanno apparentemente rilievo  per il benessere complessivo della società sono quelli che si fanno il mazzo semigratuito perché altri rimpinguino i loro portafogli, azionari e non. Film semplicissimo, già bell’e che fatto nel momento in cui Celestini ha scoperto la faccenda quando si è ritrovato a lavorare a Cinecittà accanto alla sede – “frutto della cultura palazzinara” – del rispondificio e ha deciso di occuparsene seguendo i ragazzi coinvolti nel collettivo che ha conseguito la vittoria di Pirro intervistandoli nei mesi degli scioperi e della mobilitazione. Film essenziale perché senza fronzoli e anche perché assolutamente da non perdere, dove si vede l’Italia vera che Celestini descrive come un lavandino che goccia a goccia si va riempiendo di precari, di case riprese dalle banche, di mesi alla cui fine non si arriva, di mille disperazioni individuali e che alla fine, nell’incuria indifferente di chi dovrebbe chiudere il rubinetto, esploderà allagando tutto.

Ebbene questo bel film, anche se probabilmente qualcuno preferirebbe che non lo si sapesse, è a Torino fino alla settimana prossima in un minuscolo cinema-teatro e altro di recente riapertura che contiene 44 persone di numero. Noi l’abbiamo visto la prima sera, gratis e con la presentazione di Celestini medesimo, come a dire che non avremmo potuto chiedere di più alla vita: con tutti i giornali, notiziari on-line, mailing-list, newsletter a cui ci abbeveriamo l’abbiamo scoperto passandoci davanti pochi giorni prima, l’evento era stato pubblicizzato pochissimo perché in queste settimane il film-che-parla-di-lavoro e per il quale si grida al miracolo è un altro.

Anche in Parole sante alla fine vincono gli altri, però almeno è una bella battaglia. E i 44 posti erano tutti occupati.




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20 gennaio 2008


SIGNORINAEFFE

La Signorinaeffe nel film è Emma e in diversi ci siamo chiesti come mai si sia persa la splendida occasione di chiamarla Francesca, Fulvia o meglio ancora Filomena per sfruttare il doppio senso e sottolineare ancor di più la sua immedesimazione con la Fabbrica Italiana Automobili Torino. Forse la regista avrà pensato che più di così fosse impossibile e in effetti è vero.

Emma è la Speranza di Riscatto della sua famiglia esemplarmente meridionale dove si è più realisti del re. Il padre venera l'azienda che gli ha fatto crescere tre figli, vacanze gratis in colonia comprese, ed Emma è l'unica che si affretti ad assicurare che pure lì si stava benone pur di non contraddirlo. Poi ha studiato Matematica e si è fidanzata con un dirigente precocemente vedovo giusto in tempo per essere piazzata in un buon ufficio prima ancora di laurearsi: un'altra vita di dedizione ai feudatari di Villar Perosa, ma al livello giusto per ripagare papà dei sacrifici che ha affrontato secondo manuale per la progenie. Infatti mentre fuori c'è il caldissimo autunno torinese del 1980 lui pronuncia la prima di un paio di verità inoppugnabili: “Quelli che fanno casino sono quelli che non hanno figli”.

La sua, di figlia, invece nell'Istituzione Totalizzante sguazza come e più ancora di quand'era irreggimentata sulla spiaggia di Marina di Massa e quando si trova sotto casa l'Uomo Che Non Fa Per Lei sentenzia: “Io sono stanca perché ho lavorato, tu lo sei perché hai scioperato”, attività che le pare scandalosa nonostante l'abbia conosciuto qualche giorno prima nel caldo, nel rumore e nello sporco (che le ha pure rovinato la camicetta) del suo habitat naturale. Sergio infatti è operaio alle presse e come non bastasse è un sindacalista convinto ed ecco perché non avrebbe neppure dovuto azzardarsi a metterle gli occhi addosso: le mette anche altro, invece, naturalmente con il concorso della damigella in questione che però inizialmente la prende come fosse un'offesa personale perché scompiglia gli investimenti a lungo termine che sono stati fatti su di lei.

E' solo quando le chiedono di andare a lavorare alle 4 del mattino, di soppiatto come i ladri per eludere il picchetto degli operai in sciopero, che qualche timido dubbio si affaccia nella sua testolina permanentata. Tenta di farseli sciogliere dal genitore che se ne esce con la seconda lezione di vita: “Se lavori sotto padrone per mantenere la famiglia è naturale che perdi la dignità e pure la salute”. E' quello che lui ha fatto per trent'anni, infatti, ma la fanciulla a dispetto della sua brillante mente matematica non se n'è mai avveduta e solo la passione pare far emergere in lei insospettati aneliti alla lotta di classe.

In quattro e quattr'otto scappa di casa scatenando la prevedibile tregenda in tutto il parentado (tranne nella pragmatica nonna che le accomoda la valigia e le caccia un utile centone in mano), molla il promesso sposo il quale le vaticina un futuro da supplente di periferia se ardirà inimicarselo e magari manco quello dal momento che è emerso che anche i successi universitari sarebbero da attribuirsi a certe sue amicizie e finalmente si cambia abbandonando gli orribili vestiti dell'epoca che non capivo se la Solarino avesse fatto un dispetto alla costumista o se davvero la gente li avesse indosso mentre facevo quinta elementare e ci appare nella nuova versione Woodstock sto arrivando. Ormai sappiamo che lei è sempre molto organica.

Frattanto il mondo intorno si organizza. Lo scornato funzionario prima tenta di barattarla con la salvezza del posto di lavoro presso Sergio e dopo aver ottenuto da questi un diniego corre dal Capo a far iscrivere pure lui nell'elenco dei cattivi da epurare di lì a pochi giorni; poi si presenta nell'officina del paterfamilias a chiedere sostegno “per l'Azienda”. Quei gran lavoratori non aspettano altro e la notte stessa si presentano agli scioperanti con una scacciacani e tanta voglia di menare; a missione compiuta incontrano la figliola prodiga con il suo seduttore e non si lasciano certo sfuggire l'occasione di scazzottare lui e riportare a casa lei ficcandola a forza nell'auto come è usanza nelle buone società di tutto il Mediterraneo.

Nell'ovile a cui è stata ricondotta la giovane tutta di un pezzo passa le giornate a piangere sul latte che tracanna a gogò e sui vari cibi di cui si ingozza, ma non si scorgono in lei altre iniziative a carattere eversivo. D'altronde l'ordine è stato ristabilito, in strada ci sono 40.000 brave persone che scalpitano per tornare a lavorare e che la nonna, alla quale purtroppo Emma non somiglia affatto, apostrofa come “'sta munnezza!” assicurandosi la nostra definitiva simpatia: è tempo di richiamare l'Ingegnere, come la mamma l'ha sempre chiamato con tono grondante il massimo rispetto persino quando si chiedeva se fargli le lasagne e la parmigiana “ché è tanto delicato”. A lui la già ex ribelle chiede con l'aria di dire “prendete me!” che a Sergio venga conservato il posto di lavoro, come se un uomo così, per sua fortuna libero d'animo e di stato civile, possa vagheggiare il suicidio all'idea di essere estromesso da quel paradiso di produttività e disciplina. L'ingrato non apprezza il suo slancio e quando pochi giorni dopo la incontra - lei si sta dirigendo verso l'ufficio che si è riguadagnata e pronuncia l'indispensabile frase: “Hanno vinto loro” senza chiedersi se per caso non l'abbiano fatto anche grazie al suo piccolo contributo – le dice finalmente in faccia che non la vuole più vedere.

Desiderio che la vita si incarica di esaudire per quasi trent'anni, durante i quali si viene a sapere che oltre a lui è stata licenziata anche lei, anche se quasi quindici anni dopo. Si vede però che quel provvidenziale matrimonio alla fine non l'aveva poi buttato a mare se nel 2007 la ritroviamo al Lingotto per lo shopping dopo il quale, in perfetto stile madamin come del resto i suoi di nuovo tremendi vestiti, si imbarca su un taxi. Condotto naturalmente da lui.

Alla felice frase di esordio sulla diversa qualità della loro fatica Sergio aveva risposto: “Allora vuol dire che io mi sono stancato da libero e tu, da serva”. Nel ristretto margine di manovra che la vita in genere offre entrambi hanno realizzato il loro destino.




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31 ottobre 2007


LE NUVOLE DEL MIO PAESE

A Cinemambiente abbiamo visto anche un’altra cosa molto bella, di cui però non ho avuto tempo di parlare prima: Il mio Paese di Daniele Vicari, riproposizione del viaggio fatto negli anni ’50 dal documentarista olandese e comunista Joris Ivens e raccontato in L’Italia non è un Paese povero.
Vicari ha compiuto quel percorso cinquant’anni dopo a ritroso, dalla Sicilia alla laguna veneta, e non si è fatto mancare proprio niente: i pendolari tra Gela e Stoccarda, la famiglia lucana che all’epoca delle prime riprese viveva nel rudere del castello locale e ora si rivede nel televisore del tinello, il ricercatore geniale cui l’ENEA concede solo ridicoli contratti precari (“un giovane scienziato indiano ha fatto domanda qui e quando ha saputo l’entità dello stipendio che avrebbe preso, che è poi anche il mio, mi ha risposto ‘mi dispiace per te’ ed è sparito”) e che ha l’onestà di dire apertamente che tutti blaterano del motore a idrogeno fingendo di non sapere che per farlo è necessario il platino, elemento raro e costosissimo per cui probabilmente si scateneranno le guerre prossime venture, invece che far entrare nella capoccia della gente che è il nostro modello di vita a essere insostenibile, Prato svuotata di lavoro e piena di cinesi e un vecchio industriale che svela che il segreto dell’antica competitività italiana era la svalutazione della lira, ora che non è più possibile svendere i prodotti tocca farlo con la gente che a 50 anni perde il lavoro e infine gli impianti di Porto Marghera, che come tante altre industrie di cui abbiamo recentemente parlato erano morte e vita insieme e guai a dimenticarselo. Le ultime inquadrature sono per Gianfranco Bettin (che avrebbe dovuto essere in sala, ma di questo riparleremo) che dice: “se in un Paese il dibattito politico e culturale trascura di parlare del lavoro, cioè della gente che lavora, dei suoi problemi, delle sue speranze, per quel Paese è finita.  In Italia si parla di facezie, di omicidi, di reality, sembra che a lavorare non sia rimasto nessuno” e che fossimo alla frutta era fin troppo chiaro.
Le parole di Bettin mi hanno subito fatto venire in mente una cosa: il cinema italiano. Una cosa solo apparentemente futile, perché il cinema è la forma espressiva che meglio di qualsiasi altra dà l’idea di come una società di rappresenta, si vede letteralmente, e dell’immagine che riflette.
A me i film italiani piacciono molto e quando escono corro a vederli come si corre da un amante fedifrago, ma oltremodo affascinante da cui si sa che si riceverà l’ennesima delusione, che infatti si presenta puntuale non appena si assiste a qualche scena che ritrae il dove e il come della vita quotidiana: case fantastiche, alta borghesia come ceto medio, il più sfigato fa il primario e poi ci sono solo avvocati giornalisti e antiquari, abitazioni a destra e a manca, viaggi, perfino i funerali in versione esclusiva (sto pensando a uno dei momenti iniziali dell’Ultimo bacio dove si assiste al rosario per un defunto con tanto di cantante lirica che gorgheggia il requiem più appropriato). La gente vive tra cene, amorazzi, corna e altre istanze fondamentali, nessuno si ambascia mai perché la rata del mutuo e l’otturazione nello stesso mese proprio non ci stanno e non si sa se rischiare di finire senzatetto o sdentati. Quanta gente conoscete che vive così? Io, nessuna, eppure l’impressione che si trae da queste pellicole è che il reddito medio nazionale giri intorno ai 3.000 euro (il mese).
Fa eccezione, ma solo in parte, Giorni e nuvole, l’ultimo film di Soldini, che com’è noto parla di una coppia della buona società genovese su cui si abbatte la sciagura della disoccupazione di lui che ne provoca in successione molte altre: perdita dello status sociale e dell’identità personale, isolamento anche dovuto al forzato trasloco in zona popolare della città, ovvia crisi coniugale.
L’eccezione è dunque costituita dall’argomento della storia, dal suo svolgimento e dall’attenzione – davvero rara – a tanti dettagli che i due erano evidentemente abituati a dare per scontati e che, visti nell’ottica dell’improvviso impoverimento, diventano problemi di una certa entità quando non veri e propri drammi: uno per tutti, la dipartita dell’automobile di famiglia nel momento in cui la protagonista trova finalmente un lavoro meno orribile e anche meglio retribuito di quello nel call center, ma ahimé da svolgersi in orario serale nell’inquietante zona del porto, dall’altra parte della città rispetto a dove è andata a stare.  Solo sei mesi prima un avvenimento del genere non avrebbe comportato che la piacevole seccatura di perdere qualche ora in un concessionario, tutt’al più un amorevole battibecco sul colore dell’auto nuova: ora rimanere appiedati spalanca abissi di ulteriore difficoltà esistenziale, obbliga a riflettere sull'opportunità di continuare a tenere un impiego che potrebbe costare una fortuna in taxi o addirittura l’incolumità fisica, donde il gioco non varrebbe la candela ma la deve valere per forza perché altro non c’è, soprattutto per lui che si è lasciato scivolare nella depressione e infatti questo è l’episodio che scatena la lite più furiosa, quella dalla quale potrebbe anche darsi che non si torni più indietro. Bellissimo anche il rapporto tra lei e l’arte, la laurea appena presa, l’impegno praticamente volontario come restauratrice in una chiesetta del centro storico: Elsa è brava, appassionata, intuitiva, un’ottima ricercatrice in nuce, ma quando si scatena la tempesta capisce subito che questa parte della sua vita dovrà essere sacrificata come la colf, la barca e il viaggio in Cambogia, perché non c’è spazio per le belle cose dello spirito nella vita di chi non sa come arriverà a fine mese.
Insomma i nostri eroi fanno loro malgrado l’esperimento che l’ormai famoso pastaio marchigiano ha compiuto con scientifica determinazione su di sé cercando di vivere con 1.000 euro il mese, non riuscendoci per l’umiliazione di non poter offrire l’aperitivo agli amici e aumentando gli stipendi dei suoi operai del 20% in una botta. E questi sono anche i motivi per cui il film non riveste più quel carattere di eccezionalità che dicevo prima: perché racconta come eccezionali, benché in senso negativo, cose che per la maggior parte della gente sono ordinaria amministrazione. I lavoracci di vendita telefonica o di corriere in motorino, l’ufficio distante per cui metà del poco tempo non occupato dal lavoro se ne va in spostamenti, l’appartamento con le pareti di carta velina che obbligano a sorbirsi l’intimità dei vicini e distruggono la propria, il rimandare - che talvolta è la pietosa bugia che nasconde la rinuncia - le aspirazioni intellettuali perché al momento non rendono nulla e invece si ha bisogno di qualcosa subito non sono spesso frutto di un capovolgimento di fortuna, ma, semplicemente, tutto quello che passa il convento del mercato e della società e con questo si deve fare i conti per prendere le decisioni importanti: una vita adulta, un mutuo, un figlio (se la sfiga interviene qui, poi, si finisce pure a dormire in auto).
Comunque tra film, valorosi esploratori del milleurismo e vari parolifici serali in cui si è scoperto di recente che non si arriva a fine mese e non si fa che parlarne, il dibattito può ben dirsi aperto.
Attendiamo sviluppi.

 




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15 ottobre 2007


HORROR MOVIES

 

Che brutti film abbiamo visto in questi giorni a Cinemambiente ragazzi, proprio dei film dell’orrore.

Uno era girato in Cina. Mostrava ragazzine di 14 – 15 anni che si lasciavano alle spalle una vita povera, ma dignitosa nei campi di riso e andavano in città orrende lontane 48 ore di treno a cucire jeans venti ore di fila, a mangiare porcherie che facevano venire la nausea solo a vederle (altro che il riso alla cantonese…), a dormire le poche ore di sonno ammassate in 12 in una stanza, a ricevere quattro soldi quando pare al padrone, a crollare dal sonno in mezzo ai sacchi di tela finché un guardiano non le trovava e le licenziava. Le ragazzine erano esili come fuscelli, dato anche il loro stile di vita, e si domandavano divertite – sì perché i loro tre lustri scarsi di età facevano venir loro voglia di ridere anche in quelle circostanze – quanto debbano essere ciccioni gli acquirenti di quei capi di vestiario: ciccioni e coglioni, dal momento che perfino la mia ignoranza aritmetica era sufficiente a capire che li pagano circa 200 volte il loro valore, se per valore si intende il costo della materia prima e della manodopera, e questo solo perché una volta giunti da un’altra parte del mondo a quei pantaloni viene cucita un’etichetta con il nome di una marca alla moda.

Un altro film era invece ambientato a Rivalta, dove due fabbriche costruite negli anni ’60 per lavorare i rifiuti pericolosi e non renderli più tali erano presto diventate semplici magazzini di quei veleni. Quando non ci stavano più andavano a seppellirli sulle rive del fiume Sangone, dove la melmaccia grigia si può calpestare anche ora. Le fabbriche riempivano la città di un tanfo tremendo, a volte i ragazzini nel campo sportivo lì vicino svenivano perché lo respiravano. Dopo trent’anni si cominciò a protestare, le autorizzazioni venivano ritirate, poi concesse di nuovo, finché finalmente venne il fallimento e i mostri puzzolenti furono abbattuti: purtroppo decine di operai ormai quaranta-cinquantenni rimasero a spasso e nessuno li voleva più assumere, forse anche perché lavoravano in quei posti che tanto male avevano fatto. Alcune tonnellate di rifiuti si cercò allora di mandarle in Sud America, poi in Africa, poi in Asia, ma dopo due anni di vagabondaggi per il mondo tornarono al mittente, così come si dice faccia il kharma di ogni azione che compiamo.

Il momento più spaventoso però è stato quando si sono accese le luci e i rispettivi registi hanno preso a parlare, perché allora ci si è resi conto che i film altro non erano che documentari e che le cose spaventose che avevamo visto erano tutte vere. E che, come succede nella realtà, era molto difficile, praticamente impossibile, separare i problemi, attribuire le responsabilità, trovare delle soluzioni.

Vedi China Blue e ti ripeti come un mantra: non comprerò mai più indumenti fatti in Cina, anzi quando arrivo a casa butto pure quello che ho addosso stasera. Poi però pensi: 1) che a buttare via roba che si può ancora mettere sprechi inutilmente; 2) che trovare capi di vestiario non prodotti in Oriente è ormai difficilissimo, anche se c’è scritto Made in Italy potrebbe significare che l’importatore ha cucito un bottone e così ha “sanato” i pantaloni fatti dalle piccole semi-schiave di Canton; 3) che la roba effettivamente fatta qui, e magari pure con criteri equo ed ecologici, costa un accidenti e che tu, precario, co.co.pro., cassintegrato, disoccupato o semplice lavoratore dipendente da 1.000 euro il mese suppergiù potresti permetterti circa un acquisto ogni due anni e mezzo che anche praticando la sobrietà è davvero pochino (mesi fa ho visto un paio di mutande di cotone biologico etc. che costavano 25 euro, da mettersi solo quelle tutto l’anno) e capisci che il proletari di tutto il mondo unitevi non è mai tramontato, ha solo assunto connotazioni diverse.

Vedi Oma e Chimica e ti indigni: maledetti inquinatori. Poi però pensi: 1) che su quelle fabbriche centinaia di rivaltesi hanno cresciuto la loro famiglia (un ex custode, richiesto di un parere sulla nocività dei miasmi della fabbrica, ha detto: “Io e mia moglie abbiamo allevato qui i nostri figli e  siamo ancora tutti vivi, tanto male non può fare”) e per tanti anni la gente ha respirato, tossito, magari cristonato, ma taciuto, poi a un bel momento si è deciso che tutto doveva chiudere e di quelli che lavoravano lì? “Boh”, commenta un signore brandendo il nipotino al mercato, come a dire chissenefrega, ma si potrebbe scoprire che lui aveva il negozietto di alimentari sulla strada che andava agli stabilimenti e se non ci fossero stati quei lavoratori adesso quasi accusati di collusione non avrebbe fatto affari neppure lui; 2) che in quelle fabbriche si sarebbero dovute smaltire sostanze che solo apparentemente ci sono estranee, una per tutte l’olio delle automobili, che quando è esausto cioè da cambiare da qualche parte bisogna pur metterlo e quindi è chiaro che, chiusi questi impianti, il problema rimane e rimane anche perché tutti continuiamo allegramente a usarla, l’auto, e vorrei vedere il signore di prima, se gli dicessero di andare a piedi a prendere il sangue del suo sangue del suo sangue all’asilo: “’l cit a pia freid!”, la creatura viene esposta agli elementi per dieci minuti e poi la moglie e la figlia (madre della creatura) chi le sente?; 3) che a Rivalta hanno fatto bene a non volere il cattivo odore e che al Gerbido facciamo bene (mi ci metto anch’io, vengo da lì) a non volere l’inceneritore, ma la nostra smisurata produzione di monnezza di ogni tipo (solida liquida e gassosa) da qualche parte deve finire e sarebbe giusto che come ce la siamo fatta ce la godessimo senza tentare di conferirla a qualche remota discarica del sottoscala del globo altrimenti detto Terzo Mondo.

Si esce angosciati, dubbiosi sui propri buoni principi e disgustati principalmente da se stessi. Non ho conclusioni consolanti né propositive, voglio però riportare qui (a memoria) una delle citazioni che Beppe Rosso leggeva durante il film aggirandosi nella necropoli industriale di cui ho detto.


Lo sparviero disse che aveva mangiato un passero che aveva mangiato una coccinella che aveva mangiato un afide che si era nutrito del succo di qualche pianta pesantemente contaminata. “A ogni passaggio la concentrazione aumenta, il nostro fegato non può smaltire tutto ciò; l’avvelenamento ci ottunde i sensi, non siamo più in grado di cacciare, i nostri piccoli sono troppo deboli, presto non rimarrà più nessuno di noi. Ecco perché accusiamo l’uomo di genocidio”.




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