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troppagrazia [ L'impiego fisso è una "malattia lieve", una dimensione in cui non si vive realmente, dove si contano le ore e i minuti prima che tutto sia finito (Frithjof Bergmann) ]
 


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Giuliana Cupi
kilombo Candidata a DONNEèWEB 2008

2 aprile 2008




Una volta i potenti per sottomettere il popolo usavano la forza, le leggi e la religione; ora dispongono anche del calcio e della televisione -  Carl William Brown


Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipende dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante e peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertolt Brecht

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri Paesi.
Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti.
Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.
Sultan Salman al-Saud
Astronauta dello Shuttle Discovery, 1985


The conditions in which men live upon earth are the result of their state of consciousness.
To want to change the conditions without changing the consciousness is a vain chimera.
Sri Aurobindo



“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
(La chiave a stella, Primo Levi)




Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c'est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

Le temps perdu - Jacques Prévert

 

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire



Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo
a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad
adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè
Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il
re".
J.A. Thom


3 luglio 2008


LIBERA

 

Sei mesi fa eravamo decisamente meno allegri: cominciamo la parabola discendente del 2008 con una notizia positiva.

E, finiti i sei anni che purtroppo per lei l'hanno resa famosa, scopriamo che Ingrid ha molto vissuto anche nei 40 precedenti.




permalink | inviato da troppagrazia il 3/7/2008 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


18 aprile 2008


CIAO PIPPA

 

Ho scoperto l'esistenza di Pippa Bacca quando è stata ritrovata nel luogo e nel modo che ormai tutti sanno. Stavo lavando i piatti, mi sono voltata a guardare il TG e ho visto la foto che è stata usata, credo, per i volantini delle ricerche: potete immaginare l'effetto che mi ha fatto quel cartello “GORIZIA” e la storia tutta. Ho subito pensato che una persona così avrebbe potuto essere in Servas.

Quello stesso fine settimana c'era l'assemblea nazionale cui non ho partecipato e così ho scoperto solo lunedì che Pippa ERA in Servas, si era fatta fare la lettera di viaggio poco prima di partire. Nessuna sorpresa perciò, solo un ulteriore dolore.

Non ho pensato con raccapriccio ai rischi che potevo aver corso, ma al compiacimento che tanti avranno provato nell'esclamare: “L'avevo ben detto io, bisogna esser matti!”. Matti nel buttarsi senza rete, senza il cronoprogramma del viaggio minuto per minuto, senza la foto di dove si finirà soppesata con minuzia nel salotto di casa. A fidarsi degli sconosciuti poi. Più che matti, pazzi furiosi.

Premetto che Pippa era un'artista e una persona con un'inclinazione all'avventura ben al di sopra della mia e che anche quando viaggio con Servas, sistema assai meno aleatorio dell'autostop che non mi azzardo a fare, adotto qualche ulteriore misura di sicurezza, per così dire, specie se sono sola. Ma non ho potuto fare a meno di pensare alla situazione più imprudente, insicura, impresentabile a mia madre (che infatti ne sa una versione riveduta e corretta) in cui mi sia mai trovata: a zonzo per San Francisco senza conoscervi anima viva, unico riferimento l'insegnante d'inglese contattata fortunosamente il giorno prima e che si era dichiarata disposta ad accogliermi - per quello che potevo saperne io, un'emula di Madre Teresa o una serial killer. Roba da ridere per Pippa, che so esser stata praticamente ovunque, ma un'esperienza che io ancora oggi fatico a realizzare di aver fatto. Sono stati alcuni tra i giorni più belli della mia vita, non solo nonostante fossi sola, ma anche perché lo ero, perché non il giorno prima di partire per l'America, ma il giorno prima di andare a SF non sapevo che l'avrei fatto, non sapevo che avrei avuto abbastanza coraggio e abbastanza fiducia in me stessa da riuscirci.

Probabilmente questa è stata una delle cose che ha ucciso Pippa: il fatto di avere ormai molta fiducia in se stessa e nella sua capacità di valutare le persone – oltre che, naturalmente, l'errore di valutazione del suo assassino, che quando l'ha fatta salire in auto ha probabilmente pensato che una donna che viaggiava sola già solo per quello dimostrava la sua disponibilità, sennò se ne sarebbe stata buona buona a casa sua, che è quello che le persone giudiziose e prudenti fanno.

Ecco, a proposito di casa io ho vissuto per 25 anni in estrema periferia e la sera rientravo in autobus da sola verso l'1 e questo faceva inorridire anche fior di omaccioni, ma lì non mi è mai successo niente: era quando andavo a fare la spesa a mezzogiorno e dovevo passare lungo il rudere di una fabbrica su un marciapiedi deserto che mi sono sentita lanciare le frasi più schifose da qualche cuor di leone di automobilista maschio che per fortuna parlava solo e non agiva; e l'unica volta che incontrai uno che tentò di agire, facendomi profferte che oggi si chiamerebbero molestie anche perché io ero minorenne e quello, a dir poco cinquantenne, ero con mia madre a un convegno di insegnanti e il gentiluomo in questione era un suo collega che proveniva da non so più dove e che non voglio immaginare come si regolasse con le allieve di sesso femminile.

E con questo non voglio dire che il male è qui o è là: dico solo che il male esiste, capita di incontrarlo anche laddove ci si sente più al sicuro, eppure nessuno reputerebbe folle andare a prendere il pane o accompagnare la mamma a Montecatini tra stimati professori di scuola media e tutti si arrogano il diritto di sapere che invece andare da Milano a Gerusalemme in autostop lo è. Nessuno pensa mai che da considerare folle non sia chi dimostra fiducia, ma chi la tradisce e che sono questi ultimi a dover essere stigmatizzati, mentre invece il sito di Pippa è ingolfato di messaggi di gente che le rimprovera di “essersela andata a cercare”. Veramente credo che quella sera a essere in cerca di qualcosa o qualcuno cui fare del male fosse il suo assassino; lei cercava solo di mettere in pratica i suoi intenti pacifici verso il resto dell'umanità.

E la sua fine non ci dimostra che avesse torto lei, ma quanto stupida, insensata e abietta sia l'abilità dell'uomo di nuocere al prossimo suo.




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8 aprile 2008


TRE DONNE MOLTO SPECIALI

 Tempi di Fraternità ha pubblicato nel numero di marzo questo mio articolo sulle tre filosofe oggetto della giornata di studi di novembre.
 
Abbiamo lasciato il campo cantando”
(Etty Hillesum nell'ultima cartolina lanciata dal treno che la conduceva ad Auschwitz).

Sono tre donne molto speciali quelle di cui parla il seminario intitolato “Dalla saggezza, la forza” organizzato da Servas nel bellissimo castello di Albiano: Etty Hillesum, Simone Weil ed Edith Stein. Tre donne di straordinarie intelligenza e spiritualità, unite dal rigore morale e dalla coerenza con cui hanno condotto le loro vite e affrontato i loro destini analogamente tragici.

Mi sono chiesta nell'accostarmi a loro cosa le accomunasse, cosa le avesse condotte nei loro percorsi paralleli e naturalmente la risposta più naturale è la fede che pare dispiegarsi nelle vite delle tre in un crescendo di complessità a dispetto delle comuni basi familiari e religiose. Ebrea olandese Etty, che affronta una lunga ricerca interiore per incontrare “la parte più profonda di me, che per comodità chiamo Dio”, ma che non si discosta dalle sue radici; ebrea francese Simone, che non può “non aderire al cristianesimo, la sola fede degli schiavi” la cui vita ella ha voluto imitare a costo della sua stessa incolumità e che tuttavia rifiuterà di battezzarsi perché “Dio la tiene sulla soglia”; ebrea tedesca Edith, quella dalla scelta più radicale, la conversione e il ritiro nel Carmelo, all'indomani della quale sorprendentemente afferma: "Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio". C'è dunque un comune denominatore: l'anelito alla conoscenza della Divinità e al ricongiungimento con Essa.

E non solo il fine è simile: anche il modo. Nonostante le loro capacità cognitive e speculative certo fuori del normale nessuna si limita a una ricerca di Dio condotta nel privato della propria vita interiore, ma tutte ne fanno uno stimolo di azione nel mondo. Dio è ciò che spinge Etty a “imparare a leggere affinché altri possano farlo” e a offrirsi volontaria nel campo di concentramento di Westerbork dove poi sarà internata invece che profittare della salvezza offerta da una possibile fuga all'estero, Dio è il motivo per cui la fragile Simone si fa operaia alla Renault, poi contadina, poi durante la guerra oblativa al punto da mangiare sempre meno perché avanzi del pane che altri potranno comprare a metà prezzo il giorno dopo, Dio è la ragione per cui Edith rinuncia alla vita di contemplazione che desidererebbe perché capisce che è necessario uscire da se stessa per portare anche fuori la ragione di vivere che lei ha già trovato in sé ed è la stessa ragione per cui, un attimo prima di essere portata via dalla Gestapo, dice alla sorella Rosa che dividerà la sua sorte: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”.

Ma questo non è tutto. Perché né Etty, né Simone né Edith avrebbero potuto realizzare il loro destino se non fossero state donne estremamente libere. Sembra assurdo che le si definisca così dati i tempi di persecuzione in cui vissero e le decisioni estreme e sempre dimentiche del loro interesse che presero, eppure questo è il punto. Tutte e tre praticarono a tal punto la loro libertà da compiere le scelte che parevano le più difficili, impopolari, pericolose a chi le guardava dall'esterno, ma che per loro erano la piena rappresentazione del loro spirito di comunione con il resto dell'umanità. Già nel 1914 Edith, che come infermiera volontaria dell'Esercito austriaco è testimone della fine atroce di migliaia di soldati, si chiede: “Se la gente soffre in trincea perché devo stare meglio di loro?”: quale libertà maggiore di quella di chi si svincola dalle limitate preoccupazioni per la propria vita terrena, nutrimento di mille paure, ricatti e sottomissioni, per dedicarsi all'unico e chiaro obiettivo di seguire la strada che sente propria?

Dalla libertà viene la saggezza, quindi, per prendere ogni cosa della vita con il giusto distacco; e la forza, frutto della pace con se stesse. Ecco che le storie di Etty, Simone ed Edith, che a noi così abituati al relativismo morale sembrano provenire da abissi di inspiegabile, probabilmente folle, indifferenza al proprio particolare, acquistano invece un senso, diventano comprensibili ed esemplari, se non imitabili nelle circostanze delle nostre esistenze così estranee alle loro. Lo sintetizza magnificamente Susan Sontag parlando di Simone: "Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio o se l'augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara. Tuttavia, Simone Weil ci commuove, ci dà nutrimento". Etty ed Edith non sono da meno.







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27 marzo 2008


IL VERO PROGRESSO

A supporto del fatto che quando si dice si dice "nuovi stili di vita" si deve intendere veramente quello e non un ritorno al passato che conteneva molte cose non condivisibili linko questo magnifico post di Ema.




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14 marzo 2008


UNANIME CONSENSO

Il sondaggio della settimana dell'8 marzo ha riscosso un ampio successo di pubblico e di critica: grazie a tutti coloro che hanno risposto sia sul blog che con e-mail private esponendo le loro opinioni con godibilissimo senso dell'ironia.

Ma anche con stupefacente unanimità: nessuno ha dubitato neppure per un solo momento che l'aspettativa dietro all'invito fosse quella di creare l'occasione per una conoscenza – digiamo – più intima con Anja e magari anche con la sua amica. Nell'Italia lacerata da mille polemiche una sola convinzione pare essere trasversale a opinioni politiche, estrazioni sociali e addirittura genere di appartenenza: se qualcuno ti offre una vacanza gratis è perché spera di vedersela ripagata in natura. Non si sono registrate voci anticonformiste che sparavano su triti preconcetti e levavano peana al sincero cameratismo tra uomo e donna, tutti sono stati d'accordo.

Nonostante i dubbi che l'avevano spinta a scrivermi era proprio Anja la più possibilista, sia sulle reali intenzioni dell'amico che sul potere chiarificatore della parola: mi aveva fin da subito esternato la sua intenzione di chiamarlo per chiedergli il perché di una proposta tanto liberale e fargli apertamente sapere di non avere nessuna intenzione romantica nei suoi confronti e di aspettarsi quindi di essere rispettata nella sua inclinazione se avesse accettato di far parte dell'equipaggio. Io, da quella contorta mediterranea che sono, le avevo fatto notare che è difficile che qualcuno ammetta candidamente di volerci provare, e lei mi aveva replicato che tanta chiarezza sarebbe stata abbastanza da evitare qualsiasi misunderstanding con la maggior parte degli uomini tedeschi. “D'altronde”, mi ha detto, “essere scorretti significherebbe creare un brutto clima e queste sono anche le sue vacanze: perché dovrebbe rovinarsele?”: un ragionamento ineccepibile.

Un paio di giorni fa i due si sono effettivamente sentiti e il nostro uomo si è comportato da manuale. Dopo aver udito i dubbi di Anja le ha dolcemente replicato: “ma tu mi conosci”, con un tono che secondo lei significava: “potresti chiedertelo di chiunque altro, ma non di me”. Patti chiari amicizia lunga, come si dice: ormai la partecipazione di Anja è sicura, anzi ci sono molte probabilità che si imbarchi sola con i suoi due accompagnatori perché finora nessuna amica interpellata si è dichiarata disponibile per motivi di tempo o di denaro - le è stato anche detto che se vuole può pagarsi la sua parte, l'idea dell'omaggio era nata perché tanto i due soci sarebbero andati comunque e quindi avevano preventivato la spesa.

La mia parte di avvocato del diavolo mi imponeva un'ultima domanda d'ufficio: come mai l'escursione non coinvolgeva le rispettive moglie e fidanzata, ma una signora poco conosciuta e forse un'altra del tutto ignota? Anja questo non l'ha chiesto.

Speriamo che ce lo scriva sulla cartolina dal Messico.




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12 marzo 2008


CHI BADA A CHI

 

Dal blog di Guerrino cito un commento del responsabile nazionale delle Politiche Sociali del PRC: “E’ impensabile continuare a pensare che le politiche sociali di questo paese siano fatte da operatori che spesso sono più precari delle persone che assistono, con tempi di vita, condizioni del salario che dequalificano questa importante attività”.

Vero e giusto. Come vero e giusto sarebbe far rientrare nella categoria dei “lavoratori sociali” anche le migliaia di badanti che collaborano a mandare avanti traballanti baracche domestiche popolate da anziani, bambini e disabili e dalle difficoltà che la loro gestione comporta: non solo perché hanno davvero una funzione che più sociale non si può, ma per la precarietà che affligge anche e soprattutto le loro esistenze.

Precarietà che nasce da uno stratificarsi di problemi che formano un cocktail esplosivo: lo spaesamento dell’espatrio, le difficoltà linguistiche e di ambientamento, la mostruosa burocrazia dei permessi di soggiorno, le incomprensioni con le famiglie presso cui lavorano, le complicate, spesso drammatiche e a volte tragiche situazioni personali in cui si ritrovano per tutto quanto anzi detto e per motivi squisitamente antropologici. Infatti le badanti vengono assunte per supportare o sostituire il classico lavoro di cura che le donne lavoratrici del Primo Mondo non riescono più a svolgere, ma sono a loro volta donne alle prese con la loro dose di casini familiari “moderni” oltre che con i retaggi di quelli più datati di cui noi evolute ci illudiamo (spesso sbagliando) di esserci liberate.

Quindi le immigrate hanno in primo luogo il problema dell’affidamento dei figli piccoli e ce l’hanno più precocemente delle italiane perché spesso hanno le famiglie lontane: nel nido dove lavora Max i posti dei lattanti sono occupati quasi esclusivamente da piccoli stranieri le cui nonne vivono ad almeno 2.000 chilometri di distanza. Tra una decina d’anni al più tardi, invece, cominceranno a doversela vedere con la cura dei loro vecchi, magari fatti arrivare dal Paese di origine per avere cure migliori o appunto per dare una mano, ma che una volta giunti alla non autosufficienza senile si troveranno inseriti a loro volta in questo sistema sociale atomizzato, dove nessuno ha tempo e possibilità economica di restare a casa a lavare dentiere e cambiare pannoloni.

Tutto ciò è ormai ordinaria amministrazione anche per noi; ma poi c’è il resto, quello che da noi continua pure a esistere, ma con minor frequenza statistica – il che è un bene – che alimenta l’errata convinzione del superamento del problema – il che un bene non è.

Il resto sono i soldi che non bastano mai perché è vero che rispetto alla Romania o al Perù il guadagno è maggiore, ma la vita è anche enormemente più cara e il fascino del consumo vistoso diventa spesso irresistibile perché si è stati troppo poveri per essere già decrescenti ed esibire cose diventa un riscatto sociale: la badante di mia madre mi dice “se non ti offendi ti passo una giacca che non mi va più”, ma sua figlia rifiuta le Nike usate (poco) e lei gliele compra nuove. Il resto sono le relazioni personali complicate o disastrose, spesso imperniate sulla violenza e sulla prevaricazione maschile – gli uomini decidono se lavori o no, prendono i tuoi soldi, trattano (con tracotanza) con il tuo datore di lavoro e non ragionano su basi contrattuali, ma sulle decisioni del clan: la badante di mia madre questa figlia ce l’ha con un ex marito con cui è ancora legalmente sposata il quale se non si vede arrivare la quantità di soldi ritenuta congrua per mantenere la minore che vive con lui la massacra (la minore) di botte. Il resto sono le cattive abitudini di poco rispetto di sé e del proprio corpo: la badante di mia madre è rimasta occasionalmente incinta e vaneggiava di voler fare “da sola” cosicché ho dovuto minacciare di portarla in ospedale a calci nel sedere.

In tutto ciò ho anticipato soldi per la costosa e assurda gita scolastica a Barcellona (in terza media!), ho cercato numeri e contatti alla Casa delle Donne, ho procurato informazioni e consigli autoritativi sul Consultorio. E spesso mi sono chiesta: chi bada a chi, lei a mia madre o io a lei? Come fa un essere umano a fare un lavoro di cura quando non riesce a stare appresso alla sua propria esistenza? Ma i miei datori di lavoro sarebbero così compresi dalle mie vicende personali? Disponibilissima Dirigente a parte, probabilmente no, ma il fatto è che quando qualcuno lavora in casa tua, a contatto con i tuoi cari, o sei un mostro di cinismo o finisci con il considerarlo una persona di famiglia e non un mero dipendente come il tuo ruolo e la salvaguardia dei tuoi interessi imporrebbero. Specie se tu stesso sei un dipendente e conosci la precarietà, la disoccupazione e i soprusi lavorativi e da anni ti ci batti contro, fare il capo esclusivamente professionale risulta difficile, anche perché ti espone al rischio di dirti: effettivamente il padronato non ha tutti i torti quando…: uno shock tremendo. Poche sere fa C., entrambi i genitori gravemente invalidi, mi diceva: “Non posso permettermi di assumere una donna giovane che ha già un bambino e potrebbe farne altri. So che è un diritto sacrosanto la maternità retribuita, ci ho fatto la tesi sopra, ma non sono in grado di pagare una persona per cinque mesi a casa, trovarle una sostituta e pagare anche quella. Io assumo una badante perché sono piena di problemi personali, non per accollarmi anche i suoi”.

E purtroppo è così. Il welfare casalingo è tutto un compromesso tra ciò che si sa di dover fare - in termini di retribuzione, diritti, tutela del lavoratore – e ciò che si riesce a fare: un pezzo di stipendio in nero, mezze ferie non fatte e ricompensate con lo sconto tanto è sempre a corto, la selezione a monte della signora cinquantenne ché almeno da certi rischi dovrebbe essere al riparo. E’ un mercato dove ognuno vende la sua disperazione cercandone altre che si incastrino alla meno peggio con quella perché non è fatto di imprenditori che si arricchiscono delocalizzando, ma da privati cittadini che dal loro reddito si trovano a dover ricavare anche il reddito di un’altra persona che lo accetterà anche se inadeguato, incerto e in nero perché non può fare nulla di diverso.

Un welfare mediato dalle Istituzioni offrirebbe garanzie ben più ampie ai lavoratori e a chi ne ha bisogno, ma bisognerebbe che fosse facilmente raggiungibile e che funzionasse bene.

Dei meandri in cui perdersi è facile abbiamo già fin troppo parlato, più avanti racconteremo alcune perle di efficienza del sistema.

Intanto l’arte di arrangiarsi regna incontrastata.




permalink | inviato da troppagrazia il 12/3/2008 alle 14:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


8 marzo 2008


LA FRASE DELLA SETTMANA

L'attivista: "Non vorrai mica le mimose l'8 marzo!".
Io: "Non le ho mai chieste, ma le ho sempre ricevute".




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7 marzo 2008


IL SONDAGGIO DELLA SETTIMANA

Anja è il prototipo della donna realizzata: intelligente, colta, diverse lingue parlate perfettamente, spesso in giro per il mondo, padrona della sua vita e della sua carriera di giornalista, 40enne fresca di felice e consensuale divorzio. E tedesca, il che è influente ai fini della storia che sto per raccontarvi.

Perché Anja, che ho incontrato lo scorso autunno per via di Couchsurfing, mi ha cercata qualche giorno fa per sottopormi “un piccolo problema culturale”. Che consiste in questo.

Un amico di Pescara – quel genere di amicizia in cui all'incontro iniziale fanno seguito auguri di Natale e saluti dalle vacanze - lui pure incontrato tramite lo stesso club (e con cui, guarda un po', anche io e Max trascorremmo una serata durante un viaggio tempo fa), poco dopo aver appreso della sua recentemente riconquistata libertà, l'ha invitata a partecipare a una gita in barca a quattro: loro due, il socio in affari di lui che Anja conosce di vista e l'amica che la stessa Anja sceglierà di portare insieme a sé, “magari carina come lei”. Destinazione: Mare di Cortés, che alla rapida consultazione dell'atlante risulta essere lo specchio d'acqua tra la penisola della California e il Messico – il classico posto da sogno. E per invito l'amico intende proprio quello, che le fanciulle dovranno contribuire alla cassa comune solo con la loro gradita presenza. Il tutto durerebbe una settimana circa, ma insomma Rimini è più economica.

Nel corso della conversazione emergono altri dettagli, per esempio che il generoso invitante poco prima della profferta le aveva raccontato di essersi a sua volta separato dalla moglie di comune accordo, di aver dopo allora viaggiato molto per diporto e di avere una relazione con una ragazza del Nord Italia conosciuta a Bali, relazione che allo stato attuale delle cose langue perché “non è proprio dietro l'angolo”. Emerge anche che il socio e compagno di vela è sposato, ma che la moglie, così pare di ricordare ad Anja, non ha mai del tempo libero.

Anja mi chiede: cosa vuol dire tutto ciò per un uomo italiano? A me non par vero di sentirmi proporre un quesito così denso di implicazioni alla vigilia dell'8 marzo e ve lo giro tal quale.

Fatevi avanti.




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5 marzo 2008


LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

La settimana è quella che sapete, tutta mimose e cenette tra amiche, e la notizia è questa: la tiratrice con l’arco Natalia Valeeva, campionessa mondiale della specialità, lo scorso anno non ha partecipato alla Coppa del Mondo perché la famiglia voleva andare al mare.

Natalia era moldava (secessionista) prima di sposare un collega italiano: due piccioni con una fava, in un sol colpo ha trovato l’amore e la cittadinanza del Paese probabilmente più maschiocentrico al mondo. Con costui ha prodotto numero tre figli, quelli che lui non era evidentemente in grado di portare in spiaggia da solo per consentirle di mettere a frutto anni di allenamenti e, in caso di vittoria, anche di raggranellare una discreta sommetta. D’altronde ormai se c’è da portare un pargolo dagli amichetti la palestra salta, quest’estate andrà a Pechino per grazia ricevuta ma poi basta, il marito la vuole a casa. “Sarà invidia, la sua, dato che lui ha smesso con le gare e fa un lavoro che non ama?”, si chiede Natalia, vincendo così il primo premio per perspicacia.

Se doveste venire a sapere che Totti salta un derby perché la creatura ha il mal di pancia per favore segnalatelo.




permalink | inviato da troppagrazia il 5/3/2008 alle 10:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


3 marzo 2008


BISOGNA PURE PAGARLI

In India si è talmente esagerato con l’ecatombe di bambine, che pure credo sia una pratica molto radicata nei costumi locali, che ormai i maschietti superstiti vent’anni dopo esser stati graziati non trovano mogli e le devono importare (sottocosto e con metodi poco ortodossi, suppongo) da Paesi limitrofi più poveri, ma di abitudini leggermente meno scellerate. Nemmeno l’utilitaristica evidenza che per mettere al mondo altri maschi servono delle femmine, però, ferma l’eccidio: il Governo ha deciso di ricompensare i bravi genitori che si terranno la figlia con moneta sonante.

Ma davvero i soldi possono ovviare al sonno della mente, che come Goya ben sapeva genera mostri?




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