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Giuliana Cupi
kilombo Candidata a DONNEèWEB 2008

2 aprile 2008




Una volta i potenti per sottomettere il popolo usavano la forza, le leggi e la religione; ora dispongono anche del calcio e della televisione -  Carl William Brown


Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipende dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante e peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertolt Brecht

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri Paesi.
Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti.
Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.
Sultan Salman al-Saud
Astronauta dello Shuttle Discovery, 1985


The conditions in which men live upon earth are the result of their state of consciousness.
To want to change the conditions without changing the consciousness is a vain chimera.
Sri Aurobindo



“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
(La chiave a stella, Primo Levi)




Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c'est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

Le temps perdu - Jacques Prévert

 

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire



Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo
a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad
adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè
Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il
re".
J.A. Thom


14 novembre 2007


NAPOLI MILLE PERSONE

Niente voglie e niente spero
ca tenerte sempre affianco a me
(Massimo Ranieri)

Dopo due visite sfortunate a causa del tempo, poco e cattivo, finalmente la riunione Servas mi ha fatto trascorrere un po’ più di un fine settimana a Napoli. Sono state giornate molto intense per le tante scoperte e siccome è impensabile raccontare un posto così in poche o tante righe preferisco condensare le mie impressioni nelle persone che le hanno suscitate.

Innanzitutto grazie a Liliana, l’amica con cui ho diviso le giornate convulse di incontri all’Eremo dei Camaldoli e quelle piene di meraviglie in giro per la città, dalla Spaccanapoli da cartolina all’avanguardia inaspettata del Museo MADRE che non si capisce se è più arte il Warhol che c’è dentro o il vicolo che c’è fuori, incorniciato dalla finestra. Grazie per la compagnia, naturalmente, per avermi ispirato l’idea di fare questo viaggio e per averlo organizzato praticamente da sola data la mia latitanza per ristrutturazioni edilizie, obblighi da coordinatrice e altro e grazie soprattutto per avermi fatto riscoprire con il suo entusiasmo vergine la cosa veramente magica di Servas: sentirsi circondati da amici in un luogo sconosciuto. In quasi tre anni dall’altra parte della barricata fatta di moduli, quote e invii collettivi, oltre che naturalmente di una certa esperienza di reciproca ospitalità, Servas è ormai una parte collaudata, nel bene e nel male, della mia vita, ma per Liliana era tutta un’entusiasmante novità. La mia impressione è che si abituerà presto, ho in mente grandi progetti per la ragazza…


Grazie a Fausto, gentiluomo di ormai rara virtù, che ci ha scortate nei momenti più delicati (quelli in stazione) e anche a ritroso nei suoi ricordi di vita e di studio, di interesse incomparabilmente superiore a quello di qualsiasi guida. Abbiamo suscitato la sua disapprovazione limitandoci alla Napoli metropolitana, ma l'abbiamo fatto solo per avere la scusa per tornare al più presto…


Grazie a Enrica che ci ha accompagnate a Capodimonte (fino al 20 gennaio ci sono 50 pietre miliari della pittura mondiale inserite in mezzo alla bellissima collezione residente per festeggiare il mezzo secolo della pinacoteca, se avete in mente una capatina questo è un motivo in più per farlo) accanto al quale ha la straordinaria fortuna di abitare in una casa con mandarino condominiale fuori e ricordi di tutto il Medio Oriente dentro. Enrica è una di quelle donne dalla vita insolitamente ricca  che è normale incontrare in Servas: sentiti i suoi racconti di Donna in Nero per decidere di voler realizzare qualcosa con la sua collaborazione è bastato il tempo di una pizza.


Grazie a Gianna che ci ha portate in un posticino che più che il caffè letterario che in effetti è sembra il salotto dell’amica, la cucina della zia, la stanza delle confidenze notturne, uno di quegli angoli in cui vorresti rannicchiarti per dimenticare i problemi, le incomprensioni e il freddo non solo meteorologico delle giornate che non funzionano -  intimo, vi dice niente? Ma che fuori di lì sa benissimo di vivere in una città anche “difficile”, come pudicamente definisce la periferia dove termina la linea del metrò che prendiamo con lei e che è frequentata anche da analoga utenza che si rende protagonista di un piccolo disastro (in un batter d’occhio il convoglio viene ripulito, a Napoli ogni minuto trovi un luogo comune e immediatamente dopo la sua smentita). Gianna sta al Vomero, che dovrebbe essere un quartiere tranquillo, ma quando usciamo dalla rosticceria con il nostro succulento carico di coppetielli e ci imbattiamo in un’adunata rumorosa di ragazzi lei subito ci guida verso un percorso alternativo: “Qui la gente di motivi di scontento ne ha fin troppi, le proteste possono diventare facilmente qualcosa di serio”, ci dice e infatti di cortei ne abbiamo incontrati diversi nel nostro soggiorno.


Grazie ad Antonio che ci ha ospitate nel gigantesco appartamento del centro trasformato in tre case separate, ma unite dall’ingressino dove affacciano le porte (“sempre aperte, ché se serve il sale ce lo imprestiamo anche se non ci stiamo”) sua, della padrona di casa e dell’affittuario di turno, al momento russo: nelle riviste di tendenze contemporanee lo chiamano cohousing; ci ha illustrato i segreti del centro storico; ci ha raccontato la sua scelta di una vita essenziale. La casa in affitto e arredata con pochissimi mobili quasi tutti costruiti da lui compreso l’orologio zen composto da due lancette che girano sul muro; un pasto il giorno; un’attività da imprenditore edile lasciata anni fa senza rimpianti per dedicarsi al volontariato sociale che poi è diventato un secondo lavoro. Antonio ha partecipato per molto tempo a un progetto di recupero dei giovani tossicodipendenti di Soccavo, una delle peggio periferie della città in cui come spesso succede l’edilizia popolare si è subito trasformata in ghetto: e qui ammiri l’opera di chi si è applicato per farne un posto migliore, ma al contempo pensi, non sarebbe meglio evitare a monte di confinare migliaia di persone in posti brutti, isolati e senza servizi per poi gridare al degrado e dovervi rimediare? Non si potrebbe garantire una vita decente fin da subito?


Grazie a Napoli, che da quella teatrante consumata che è sa rendersi irresistibile esibendo più di duemila anni di storia, palazzi e chiese di esagerata bellezza, una strada soltanto di botteghe di presepi (dove i nuovi apprendisti sono di colore), cucina e pasticceria che non hanno bisogno di commenti e a prezzi contenutissimi, cornetti collaudati (sic!) come souvenir, CD taroccati di Carosone a 2 euro che non mi sono fatta sfuggire, passanti mai viste prima che, sentendomi ricordare a Liliana che le devo un caffè, come fosse la cosa più naturale del mondo ribattono: “Embé, domani offrite Voi” (che la privacy sia un problema sentito lo si evince dai popolarissimi ammennicoli che recitano variazioni sul tema Quanno entrate salutate quanno uscite faciteve i c***i vostri) . Perfino il metrò è scenografico (e funziona molto bene).


Poi certo ci sono stati o ancora ci sono il colera nel ’73 quando l’Italia era in Europa già da un pezzo, il traffico folle, i rifiuti (onestamente mi aspettavo molto peggio, ma ogni tanto ci si imbatte in un cumulo), la disoccupazione, la camorra, la cosa che a mio personalissimo parere è la più scandalosa di tutte e cioè che in una città i cui problemi sono altrettanto stratificati e complessi degli scavi archeologici si sia divinizzato e conseguentemente ricompensato un personaggio deteriore come Maradona, tutte cose di cui in questa sede è davvero difficile discutere.


Non è invece difficile capire che di Napoli si possa essere perdutamente innamorati e per nulla disposti a lasciarsela alle spalle, a dispetto di tutto. Penso perciò che non ci sia conclusione migliore delle parole con cui Antonio descrive il suo rapporto con la città: “Mia sorella vive da vent’anni in un centro del Nord, molto tranquillo. Mi dice che tutto funziona, che il bus passa in orario, ma io quando vado a trovarla non so che fare. Dico io: il bus in orario, la spazzatura raccolta, il nido sotto casa non dovrebbero essere virtù particolari, ma le dotazioni di base. Poi ci vuole il resto”.


Ecco, a Napoli di sicuro il resto c’è.




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28 settembre 2007


ECCO L'ARMENIA

Per chi ha seguito le puntate numero uno e due (e per chi le leggerà solo ora).

Comune di Settimo Vittone – Assessorato alla Cultura

Unione degli Armeni d'Italia


"Testimonianze sull'Armenia:la storia, la cultura, le tradizioni".
Settimo Vittone 5-12 Ottobre

Sede della mostra Comunità Montana Dora Baltea Strada Statale 26 Settimo Vittone

Orario: Sabato dalle ore 16,00 alle ore 19,00

Domenica dalle ore 16,00 alle ore 19,00

Martedì dalle ore 09,00 alle ore 12,00

Mercoledì dalle ore 09,00 alle ore 12,00

Giovedì dalle ore 16,00 alle ore 19,00

Venerdì dalle ore 16,00 alle ore 19,00

Sede degli incontri Salone Piantagrant, Strada Statale 28 Settimo Vittone

Venerdì, 5 ottobre, ore 20,30: Inaugurazione della mostra"Anatolia 1915, il genocidio degli armeni"

Dott. Pietro Kuciukian, Comitato Internazionale dei Giusti per gli Armeni : "Armin T. Wegner, un giusto per gli armeni"

Dott. Onnik Pambakian, Unione degli Armeni d'Italia : "Il Metz Yeghern (Grande Male) nella memoria degli armeni"

Anatolia 1915: un popolo depositario di una cultura millenaria, che ha concepito una propria lingua e ha creato un'arte raffinata, ricco di tradizioni musicali, letterarie e poetiche, un popolo che per secoli ha vissuto come "nazione fedele" nell' Impero ottomano conservando la propria identità cristiana, diviene vittima del primo genocidio del Novecento ad opera del governo nazionalista dei Giovani Turchi, genocidio subito occultato e da sempre dimenticato e negato.Gli armeni hanno patito nel silenzio del mondo le più brutali atrocità e i pochi sopravvissuti allo sterminio di un milione e mezzo di donne,vecchi e bambini sono diventati un popolo disperso, costretto ad abbandonare la terra di origine. Le grandi potenze hanno distolto lo sguardo.Solo pochi"giusti" si sono messi dalla parte delle vittime. Tra questi Armin Theophil Wegner, un giovane ufficiale tedesco che sfidando la "barbarie legale" ha fissato nella memoria e nella coscienza del mondo gli orrori di cui è stato testimone. Attraverso le sue fotografie e i suoi diari si apre la pagina del Metz Yeghern, il Grande Male che fa parte della memoria degli armeni e che noi oggi siamo chiamati a condividere,affinchè tali barbarie non si ripetano.

Ore 21,00: “La Masseria delle allodole", editrice Rizzoli.

Incontro con l'autrice Antonia Arslan

Martedì 9 Ottobre ore 21,00:

Proiezione documentario di viaggio: “Alla scoperta dei tesori armeni: La gente, le montagne e la spiritualità”.
Presentazione di Valeria Tonella e Ermanno Pizzoglio.

Venerdì 12 Ottobre, ore 21,00: .
Conferenza del Dott. Agop Manoukian, docente universitario alla Cattolica di Milano e presidente onorario dell'Unione degli Armeni d'Italia, che parlerà della storia e della cultura armena.

Chiusura della mostra.




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28 settembre 2007


VIAGGIO A CUBA

Questa volta non vi racconto un viaggio mio: a Cuba ci sono andati Veronica e Marco, due giovani Servas. Mi è piaciuto l'entusiasmo con cui si descrivono in situazioni, incontri e spostamenti molto poco turistici.

CUBA – 16 Agosto/5 settembre 2007

Itinerario: La Habana – Viñales – Santa Clara – Cienfuegos – Trinidad – Valle de Los Ingenios -  Santiago de Cuba – Baracoa – La Habana

Mezzi di trasporto: Bus a lunga percorrenza

 

Il viaggio era in programma da molti anni: quanto all’itinerario, di sicuro avevamo in mente di evitare accuratamente qualsiasi località super turistica con mega resorts all-inclusive. Volevamo stare il più possibile a contatto con la gente, ed incontrare nuovi amici di Servas Cuba,  se possibile. E ci siamo riusciti. Le bellezze naturali di Cuba, il fascino coloniale della capitale, la serena compostezza di Trinidad, il vorticoso ritmo di Santiago e la magia sospesa nel tempo di Baracoa sono oggetto di diffuse descrizioni su svariate guide di viaggio. Quello che ci interessa provare a raccontare è la gente che abbiamo conosciuto, le loro sfide di ogni giorno e dare solo un’idea dello sfaccettato mondo cubano.

I Servas di Cuba sono concentrati geograficamente a La Habana (con la sola eccezione di una coppia di Dayhost residente a Trinidad); il contatto via e-mail non è sempre facile, poiché non tutti dispongono di una connessione in casa e magari non accedono regolarmente alla loro mailbox. Le persone che abbiamo contattato e che per motivi personali non avevano possibilità di ospitarci per la notte si sono comunque prodigate fornendoci indirizzi di strutture ricettive e invitandoci a chiamarli per qualsiasi esigenza. Un ragazzo della ci ha addirittura invitati alla sua festa di compleanno! Dopo qualche tentativo, arriva finalmente una risposta positiva, così appena atterrati a La Habana troviamo ospitalità da Yailin. Durante cinque giorni trascorsi a casa sua – non siamo i primi che invita a rimanere oltre i classici due-tre giorni: altre persone sono rimaste qui per quasi due settimane! – abbiamo avuto occasione di passare moltissimo tempo insieme, di parlare degli argomenti più disparati, e dalle tante chiacchierate (favoriti dal fatto di conoscere lo Spagnolo) che non potremmo mai riportare completamente abbiamo tratto alcuni spunti che potrebbero essere utili per chi si accosta a questa realtà:

- il problema maggiore che la gente cubana affronta ogni giorno è il razionamento del cibo. Alcuni generi di prima necessità vengono venduti con il libretto (per intenderci, tipo quello che c’era durante la guerra in Italia) a prezzi bassissimi nelle quantità determinate dallo Stato; oltre questi quantitativi il prezzo è triplicato, in alcuni casi quintuplicato. Ciononostante i Servas che abbiamo incontrato hanno condiviso con noi quello che avevano; generalmente ci è sembrato doveroso provvedere a fare la spesa ogni sera (tra l’altro, potendo permetterci di pagare in Convertibles, la moneta che gli stranieri devono usare a Cuba, con un potere di acquisto più o meno equivalente a quello dell’Euro, avevamo accesso a una serie di beni alimentari, tipo yogurt e succhi, che loro solitamente non acquistano). Dall’Italia avevamo portato in regalo dolci tipici ed alcuni libri, ma ci siamo pentiti di non aver portato anche qualche sugo già pronto  – quelli in commercio a Cuba sono…discutibili – per preparare qualche piatto regionale o cose un po’ sfiziose come la Nutella, che avrebbero sicuramente fatto molto piacere ai nostri amici, visto il – e perdonateci per la franchezza – “piattume” alimentare che regna per le ragioni spiegate in precedenza.

- a causa di un sistema di condutture che risale ai tempi della rivoluzione, in alcuni periodi alcune zone della capitale dispongono di acqua corrente solo per alcune ore al giorno, durante le quali immagazzinano acqua in grandi cisterne. In questi casi è bene informarsi presso gli ospiti per evitare di utilizzare grandi quantità di acqua delle cisterne per la doccia rischiando di “prosciugare” le riserve.

- all’inizio abbiamo evitato, per educazione e per non essere inopportuni, di parlare di politica; in realtà siamo stati coinvolti in chiacchierate sul tema della presente situazione cubana dagli ospiti stessi, che per lo meno fra le mura di casa non hanno problemi a condividere con estrema franchezza le proprie opinioni in merito. Questo ci è successo anche durante i soggiorni presso le casas particulares.

- la condivisione è tutto, e spesso diverse generazioni condividono gli stessi spazi; questo permette a chi arriva da fuori di tuffarsi nella realtà familiare e di cogliere aspetti molto interessanti delle relazioni interpersonali tra i membri della stessa famiglia. Per intuibili motivi di spazio, la sistemazione degli ospiti è generalmente molto spartana.

- in generale le persone sono molto semplici e dirette, e non abbiamo avuto nessun problema di comunicazione. Persone conosciute da pochissimo tempo ci hanno parlato di cose personali e private, in un clima di intimità che si è creato in tempi brevissimi.

Oltre all’esperienza con gli amici Servas, una delle migliori scelte che potessimo fare è stata quella di evitare gli alberghi e di scegliere sempre le casas particulares in ciascuna delle città visitate. In realtà non c’è bisogno di arrivare a Cuba con una lista di recapiti, non c’è neanche bisogno di prenotare le casa online: c’è un fantastico sistema a catena – nulla di “ufficializzato”, una prassi che si è consolidata con il tempo e grazie al costante andirivieni dei turisti – per cui la prima casa nella città A vi chiederà quale sia la vostra tappa successiva e organizzerà tutto tramite le proprie conoscenze: al vostro arrivo nella città B troverete il nuovo affittuario ad aspettarvi (siete comunque liberi di dire che una casa non vi piace dopo averla vista di persona!), e così via per il resto dell’itinerario. Si tratta per lo più di reti che si sono instaurate tramite passaparola di turisti o di altri cubani, e la rete funziona, tra affittuari che applicano tariffe simili. Non so se sia per via della rete o per simpatia, comunque noi abbiamo pagato sempre la stessa cifra per pernottamenti e pasti, da La Habana fino a Santiago.

In tutti i casi ci siamo trovati benissimo, ed abbiamo avuto occasione di condividere parecchie serate con le famiglie delle casas; le sistemazioni sono semplici ma generalmente di qualità, per lo meno a noi sono capitate solo esperienze positive: dopo esserci ammalati nell’ultima località che abbiamo visitato siamo stati amorevolmente curati da una signora che aveva preso a cuore il nostro caso umano – non ci facciamo mai mancare malattie in viaggio! – e ci ha tenuto, malati, in casa sua studiandosi una dieta simile a quella dei degenti ospedalieri per accelerare la nostra guarigione!

Per quanto riguarda i mezzi di trasporto, abbiamo scelto di evitare l’auto (che ci avrebbe sicuramente portato in posti bellissimi non raggiunti dalla rete di trasporti pubblici, ma che probabilmente non sarebbe stata molto pratica per l’assoluta mancanza di segnaletica, per i distributori di benzina molto lontani fra loro etc..) e di optare per i pullman a lunga percorrenza. Ci sono due compagnie, Astro (che serve località anche piccole, è più economica ed ha una rete più capillare, ma è meno puntuale e con partenze non sempre garantite) e Viazul (puntale e confortevole, ma serve solo le maggiori località). Purtroppo su nessuna guida turistica è menzionato un provvedimento adottato recentemente: da qualche mese i pulman Astro (che prima riservavano 2 posti per corsa a passeggeri stranieri) non possono più trasportare gli stranieri, che quindi non hanno molta scelta…

Insomma, come bilancio generale – considerando anche la bellezza di tutte le località visitate - il viaggio a Cuba è stato sicuramente uno dei migliori che abbiamo fatto finora, soprattutto in termini umani…




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2 agosto 2007


A CASA MIA

 

Abbiamo bighellonato un paio di settimane di qua e di là del confine orientale. E’ stato un bel viaggio, con mari, monti, terme, grotte, arte, buon mangiare e ancor meglio bere e un personalissimo lato sentimentale che avrò modo di spiegare meglio tra poco.

Ma intanto, visto che abbiamo il vizio di essere decrescenti, cominciamo con l’angoletto del consumatore.




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2 agosto 2007


A CASA MIA / 1 - L'Adriatico fa schifo

 

Quante volte ho sentito ripetere questa frase, che sembra denotare una gerarchia di prestigio – estetico, economico, umano – in cui la sponda tirrenica prevale nettamente sull’altra. La Riviera per molti tra noi savoiardi non ha rivali.

Dunque è vero: l’Adriatico, a volte, fa schifo. Io sono tornata a Grado dopo quasi trent’anni e ci ho trovato quello che ricordavo: alghe, granchi, acqua bassa, il fondo a tratti molliccio, d’altronde siamo in laguna e peraltro anche in un’area protetta quindi l’aspetto del mare non sarà dei più invitanti, ma biologicamente non dovrebbe essere dei peggiori.

Certo non è la Sardegna, ma neppure la Liguria, questo è il punto, è la Sardegna e il mare, spesso e volentieri, è un vero e proprio cesso pure lì. In compenso tra Finale e Ventimiglia trovate quando va bene spiagge striminzite e sovraffollate, perché quando va male sono pietraie; lo splendido panorama della speculazione edilizia anni ’60, che ha fatto costruire migliaia di palazzine infinitamente più squallide e tristi di quelle in cui già vivono in città i torinesi che le hanno comprate in massa; l’affettuosa compagnia della meglio zarritudine delle nostre amate metropoli nord occidentali (e qui si capisce il concetto di “prossimo tuo”) con apposito folklore di musica a palla, partitella di volley a un centimetro dal naso e codazzo di cicche (lasciate) al seguito; e naturalmente la proverbiale gentilezza e onestà degli indigeni, adatte più a un masochista disposto a pagare per farsi maltrattare che a una persona in cerca di un po’ di refrigerio balneare.

A tutto questo pensavo nelle poche giornate passate sotto l’ombrellone e sul lettino, due lussi simultanei che ho potuto concedermi perché in quell’orribile posto costano anche il 150% in meno che sul Tirreno, mentre mi godevo la quiete di una spiaggia di soffice sabbia e ampia a sufficienza perché le persone che la popolano possano evitare di darsi di gomito a vicenda, mentre mi rifugiavo nella frescura della bella pineta miracolosamente superstite in mezzo a cui (non al posto di cui) sorgono naturalmente molte case di vacanza che però si sforzano di non scempiare irrimediabilmente tutto quanto o mentre facevo merenda in spiaggia, rassicurando la gerente giustamente preoccupata dal mio colorito crostaceo che anche stavolta non sarei finita ai Grandi Ustionati.  

Abbiamo trascorso i nostri giorni italiani in un bellissimo B&B, ospiti della signora Rada che con la senese Jolanda e l’ascolana Rosilla ascriviamo di buon diritto alla schiera delle albergatrici mamme che a ogni viaggio incontriamo. Rada fa un dolce diverso ogni mattina, ti sgrida se torni bruciacchiato perché te l’aveva detto di metterti la crema e quando parti si sincera che tu abbia acqua a sufficienza e si commuove salutandoti sulla porta. Abbiamo speso 55 euri il dì in due. Da Ketty a Sauris, un paradiso di verde con cucina da urlo, la mezza pensione a Ferragosto costa 50 euro il giorno per persona: farò un’inchiestina sull’equivalente a Bardonecchia, che resta per me il peggio di Torino trasposto in montagna. All’Ittiturismo di Muggia una scorpacciata di pesce freschissimo su una terrazza allungata sul porto ci è costata quanto due pizze abbastanza buone sotto casa.

Questo per rifuggire dai luoghi comuni: quelli in cui, per eccesso di malintesa fama, vanno in troppi e senza manco sapere perché.

 

 

 




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2 agosto 2007


A CASA MIA / 2 - La piccola Berlino dell'Ovest

 

O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu  

(Canzone popolare)

 

L’Italia a Est finisce a Gorizia. E’ una città di cui molti ignorano la collocazione, l’importanza e finanche l’esistenza e questo è un vero peccato, perché ha una storia che merita di essere saputa.

Gorizia fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale era la Nizza austriaca: anche Zeno Cosini ha una casa di campagna a Lucinico, che di Gorizia è una frazione, ed è lì che si trova in villeggiatura la sua famiglia quando scoppia il conflitto e lui rimane solo a Trieste.

Il 9 agosto 1916, mentre a Torino moriva Guido Gozzano, Gorizia divenne italiana. La sua conquista costò migliaia di morti: tra un esercito e l’altro quasi 50.000, in una delle battaglie più orribili di tutta l’”inutile strage” –  e quanto utile, o strategica, fosse una cittadina che ha ancora oggi 35.000 abitanti è tutto da dimostrare. Ma a Gorizia si parlava italiano e quindi l’irredentismo la pretendeva dentro i nostri confini, insieme a Trieste e all’Istria.

Non passano neppure trent’anni che siamo alla fine di un’altra guerra. Stavolta non è questione di etnie, ma di ideologie: una che ha attaccato e l’altra che si è difesa e ha vinto. Tutte le recenti conquiste sono di nuovo in discussione: l’Istria sarà yugoslava; Trieste, alla fine, italiana, ma davvero mutilata; e Gorizia, né l’una cosa né l’altra. Sarà tagliata a metà dal confine che passa(va) in mezzo alle case, che divideva famiglie e destini, un mondo dall’altro. Come Berlino, ma con assai minor notorietà. La Gorizia italiana manterrà quell’aspetto da operetta che le è tuttora proprio e che contrasta con una storia di tale spessore, mentre dirimpetto Tito farà costruire la città più giovane di tutta la sua federazione, Nova Gorica.

Nel 1970 nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia lavorava un brillante medico destinato a diventare l’incarnazione stessa del nuovo approccio terapeutico alla malattia mentale: Franco Basaglia. Il grande viale dove si trovava l’Ospedale, interrotto a un certo punto da uno dei numerosi valichi di frontiera, sembrava fatto apposta per accogliere una struttura del genere: più border-line di così, infatti, si muore.

Dall’altra parte del viale c’è l’Ospedale Civile. E fu proprio qui che il giorno di Venerdì Grasso di quell’anno una mano (pietosa? Dispettosa? Ancora non l’ho deciso) mi sottrasse al comodo passaggio diretto da un limbo all’altro per cacciarmi nel mare di guai in cui ancora attualmente mi trovo: anche in questo caso i simbolismi si sprecano. La circostanza fu talmente fondamentale che da lì si prese spunto per decidere come chiamarmi: e così fui Giuliana di nome e di fatto.

A Gorizia ho trascorso i primi nove anni e mezzo della mia vita. In corso Italia, il viale principale, nel giardino di una delle belle ville asburgiche c’era un cavallo, che io contemplavo per ore. All’asilo c’erano le maestre, mentre a Torino tutti quelli che erano andati all’asilo lo avevano fatto dalle suore; il primo giorno di scuola fu dedicato esclusivamente alla vite, alla vigna e agli infiniti tipi di vino prodotti localmente.

E poi naturalmente c’era il confine, che noi residenti si passava senza visto per andare di là a fare spesa a buon mercato (a Gorizia c’era l’usanza di comprare la carne da mangiare bollita in Patria e quella per farci il brodo, destinata a essere buttata dopo l’uso, in Yugoslavia) e che i dirimpettai varcavano per rifornirsi di generi che il mercato socialista forniva poco e male come per esempio i jeans: piazza della Vittoria il sabato pomeriggio sembrava un ingrosso di vestiario. Il confine già allora suscitava in me un interesse straordinario e, durante i frequenti viaggi a Torino o le escursioni in altre città, la mia prima domanda era: “Dov’è il confine qui?”. Siccome il confine non c’era mai, subito quel luogo mi pareva privo di ogni attrattiva. Invece la mia Gorizia era evidentemente un posto interessantissimo e unico, perché lì di frontiere ce n’era per ogni dove. Non ho mai smesso di subire il fascino irresistibile dei posti dove si è in più di un luogo contemporaneamente, dove si parla un’altra lingua, si fanno altre cose, si vive in un altro modo.

Naturalmente, come ogni volta che mi trovo nel raggio di 200 chilometri da lei, a Gorizia ci sono andata e il confine l’ho attraversato più volte durante questo viaggio. Sarà probabilmente l’ultima occasione, perché la Slovenia – ulteriori guerre hanno avuto luogo nel frattempo e dall’altra parte non c’è più lo stesso Paese - è nell’Unione Europea dal 2004 e l’anno prossimo entrerà nell’Area Schengen. Il confine che in trent’anni è stato stabilito e poi spostato due volte, ognuna delle quali a suon di migliaia di morti, è stato abolito da una firma su un trattato. Non so se rallegrarmi per la facilità dell’ultima modifica o indignarmi ulteriormente per l’atrocità delle prime due.

E una sera abbiamo anche incontrato il nemico, quello cui Gorizia fu strappata a costo di 20.000 vite, quello che, come si sentì dire Max servendo suo malgrado la Patria non molti chilometri più a ovest, “avrebbe potuto spostare i confini in una notte”: Simon, un mite giovane ingegnere di Nova Gorica che abbiamo contattato su Hospitality Club.

Come nei romanzi di Graham Greene in cui si giunge al momento cruciale dello scambio delle spie in campo neutro Simon ci dà appuntamento in piazza Transalpina, dove si ergeva il muro che fu abbattuto in pompa magna il 1° maggio 2004 e scomparso il quale non c’è più soluzione di continuità tra Italia e Slovenia. Attenzione però, il confine qui non si vede, ma c’è: dopo dieci secondi di attesa un cordiale ma non troppo poliziotto sloveno ci raggiunge e ci spiega che dobbiamo andarcene perché siamo espatriati illegalmente e inoltre su quella piazza non si può sostare, ma solo circolare. Il nostro amico sospira divertito (“qui di solito non c’è mai nessuno”) e ci suggerisce il giro vizioso necessario a salvare le apparenze.

Sbuchiamo così dal lato giusto dell’invisibile linea di demarcazione e ci apprestiamo alla nostra serata downtown Nova Gorica. Dopo cena Simon ci conduce al Perla, il casinò alla moda che attira frotte di connazionali (nostri più che suoi) in cerca dell’azzardo casalingo. Ormai il paragone non è più con Berlino, ma con Las Vegas: i locali dove si gioca, tappezzati di moquette a stelle marine, fanno tenerezza se raffrontati al galattico Bellagio, ma esiste un progetto assai discusso per un nuovo casinò monstre da costruirsi a breve. L’ex avamposto del mondo non allineato è ormai la meta di casalinghe e pensionati che sperano in una distrazione della sfiga per arrotondare i loro introiti. Sic transeat gloria mundi.

E il confine, il mio amatissimo confine, tra poco non ci sarà più davvero. Una bella lezione per me, con il mio attaccamento evidentemente esagerato alle illusorie certezze della vita e con la mia spasmodica ricerca di capire sempre qual è il lato giusto e qual è quello sbagliato delle cose. Gorizia è una buona metafora della mia vita, è il giardino segreto che quaggiù non posso condividere con nessuno, è il posto che è mio, ma che ormai non mi appartiene più.

Visto che al mondo proprio dovevo venirci, sono contenta di averlo fatto qui.




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2 agosto 2007


A CASA MIA / 3 - La vostra donna a Lubiana

 

Avendo comprato la Lonely Planet dei Balcani per i ben noti motivi ho pensato che era il caso di sfruttarla e così, giusto per realizzare un’economia di scala, abbiamo passato qualche giorno in Slovenia. Rispetto all’estremità sud di quella penisola, un altro mondo.

La Slovenia è una propaggine dell’Austria dove accidentalmente si parla una lingua slava. La strada è un susseguirsi di paesi microscopici, immacolati, ognuno corredato dal suo bravo campanile a cipollone. In giro non c’è manco una cartaccia e quasi neppure una persona: in tutta la Slovenia ci sono due milioni di abitanti, metà di quanti ce ne sono in Piemonte.

Lubiana è così piccina e graziosa che si stenta a credere sia una capitale: sembra il paese dei campanelli. Anche qui degli indigeni ben poche tracce, forse perché ci siamo andati nel fine settimana; in compenso la città straripa di stranieri, soprattutto giovani zaino in spalla attirati dalla notevole quantità di locali dove bere e ballare a prezzi ancora leggermente inferiori a quelli del resto dell’area euro: qui la moneta unica è arrivata solo il 1° gennaio scorso. La cuccagna per noi però non durerà molto, il Paese è piccolo, ma straordinariamente efficiente e di sicuro benissimo foraggiato da capitali austriaci e tedeschi e secondo me ci mangerà in testa in meno di cinque anni: basti sentire come quasi tutti parlano inglese, basti notare come quasi tutto è stato restaurato, ristrutturato, rinnovato.

Certo, in questa velocità di cambiamento ha avuto la sua parte anche una spinta psicologica: la voglia di distaccarsi dai decenni di Yugoslavia, che per la Slovenia hanno significato soprattutto la voce grossa di Belgrado e la costrizione a foraggiare il resto del Paese, di cui a dispetto delle ridotte dimensioni Lubiana e il suo territorio erano il traino economico. Era fin troppo chiaro che, morto Tito, la situazione non potesse reggere a lungo e come tutti sappiamo infatti non resse. La separazione della Slovenia dal resto della Federazione fu decisamente incruenta se si pensa a cosa accadde dopo e Milosevic trovò opportuno lasciarla andare poiché la riteneva abitata da un popolo “germanofilo,  impregnato di militarismo e spirito anti-jugoslavo” e soprattutto da pochissimi serbi. Penso che l’analisi sia molto calzante, tant’è vero che quei pochi si ritrovarono apolidi, senza documenti né diritti, da un giorno all’altro e, se vollero rimanere, dovettero fare la trafila per ottenere la cittadinanza slovena.

E girando per il Paese si deve fare uno sforzo mentale per ricordare che ha vissuto cinquant’anni di socialismo: a Lubiana ne è testimone la periferia di palazzi grigi, ma ben tenuti e poco altro. L’ostello dove avrei voluto andare, purtroppo strapieno, è l’ex prigione militare, dipinta di allegri colori e oggetto di una trasformazione davvero originale. L’albergone dove alla fine abbiamo trovato posto risale evidentemente agli anni ’60 – ‘70, ma non un dettaglio all’interno lo rivela. Fuori città, poi, il passato sembra non esserci mai stato: il paesaggio è verdissimo e ordinato come in Alto Adige, le terme dove ci sollazziamo l’ultimo giorno fanno impallidire tanti nostri impianti; e la signora che accompagna il giro in battello sul fiume ci congeda ricordando orgogliosa che l’anno prossimo la Slovenia guiderà il Consiglio d’Europa.
La Ostalgie non affligge questa parte del continente.




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2 agosto 2007


A CASA MIA / 4 - La terra trema

All’inizio di maggio del 1976 faceva un caldo pesante e innaturale. Mio padre era in ospedale a Udine, reduce da un intervento di cardiochirurgia che lì si praticava per la prima volta in Italia: il by-pass coronarico. Io e mia madre eravamo dunque sole.
La sera del 6 dopo cena andai in camera mia e a un certo punto vidi l’armadio spostarsi verso la porta. La cosa mi parve degna di nota e andai a dirla appunto a mia madre, ma non potevo immaginare l’effetto che avrebbe avuto su di lei, che afferrò me con una mano, poche cose con l’altra e corse fuori. Sotto c’era un sacco di gente, tutta molto agitata e tutta in procinto di fare quello che stavamo facendo noi: saltare in macchina, portarsi lontano dall’abitato e passare la notte lì.
In seguito venni a sapere che, poche decine di chilometri più su, non solo gli armadi si erano mossi, ma le case tutte intere, ripiegandosi su stesse. Sotto erano rimaste 1000 persone.
Poche regioni italiane sono state martoriate come il Friuli Venezia – Giulia nel secolo scorso: in 50 anni su questa terra si sono abbattuti due guerre mondiali, un terremoto devastante, senza dimenticare il disastro del Vajont. Una serie tremenda.
I friulani però, da quei tenaci montanari che sono, così come avevano ricominciato dopo gli elmetti chiodati, le camice brune e il fango ricominciarono anche dopo le scosse, che cessarono del tutto solo in autunno. Nel 1977 sulla guida del telefono delle province di Udine e Gorizia campeggiava la foto del bellissimo Duomo di Gemona avvolto dalle impalcature: non si perse un attimo, pochi anni dopo i paesi erano stati ricostruiti e la gente aveva di nuovo case e scuole.
Il confronto con le baraccopoli dell’Irpinia e del Belice, ancora piene di gente rispettivamente 30 e 40 anni dopo i rispettivi sismi, non potrebbe essere più stringente. Certo, la Regione (a statuto speciale) dispose forse più agevolmente dei fondi per la ricostruzione. Certo, i fondi stessi non finirono nelle tasche della mafia, ma in quelle dei cittadini che avevano anticipato personalmente i soldi necessari senza aspettare preventivamente i finanziamenti. E la gente, appunto, non aspettò un momento, non si pianse addosso, si assunse in prima persona la responsabilità di ricostruire la propria vita.
Non intendo certamente fare una classifica delle disgrazie: i morti sono tutti uguali e meritevoli dello stesso rispetto. Sono i vivi che alla lunga fanno la differenza.




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2 agosto 2007


A CASA MIA / 5 - Trieste a 360°

Perché ‘l xe un can de Trieste
E ghe piasi el vin
(Lelio Luttazzi) 

Zwische Leben und Milz

passt immer noch ein Pilz

(proverbio bavarese, letto sulle pareti della birreria Foraperfora)

 

Oltre alle gestrici di B&B svitate, ma tanto amorevoli l’altro topos dei nostri viaggi è la fulminazione per un posto che non ci aspettavamo ci piacesse tanto. Posto che ovviamente di solito non è dotato di grande celebrità turistica e che quindi viene incluso nell’itinerario per altri motivi, magari logistici, salvo poi rivelarsi una delle cose più belle in cui si è incappati.

Stavolta quel posto è stato Trieste. Io a Trieste ero stata un gran numero di volte quando abitavo sul fronte orientale, naturalmente, ma ero molto piccola, e l’ultimo giretto che ci avevo fatto risaliva a una dozzina di anni fa; e Max ci era letteralmente rimasto l’espace d’un matin, perdipiù passato all’Ospedale Militare e quasi trent’anni fa. Insomma, la nostra cognizione del posto era tutta da rifare.

Anche perché, esattamente come il mare su cui affaccia, Trieste non gode di molta popolarità da questa parte dell’Italia. In media si sa dov’è, contrariamente a Gorizia, e poco più e credo che la considerazione che se ne ha è quella comune a tutti i porti di mare: una città sporca, caotica, puzzolente e con ogni probabilità pure pericolosa da frequentare.

Ma Trieste assomiglia poco a Genova, che per noi polentoni è il primo riferimento marinaro: è piuttosto una piccola Vienna sul mare. E’ una città pulita, elegante eppure leggera nel senso migliore del termine, che non incute un rispetto palloso e – perdonatemi la retorica – piena di quell’aria mitteleuropea che a me piace tantissimo, se non altro perché è la prima aria che ho respirato in vita mia.

Condensando le mie sensazioni in una frase, Max ha detto: “questa città mi piace perché non è italiana”.  Il che non significa che siamo esterofili per partito preso, anzi: più vado all’estero più realizzo quanto straordinariamente bello sia questo Paese e quanto straordinariamente bene si mangi qui. Ma quanto sia anche irrimediabilmente italiano nel senso più deteriore del termine, provinciale, disordinato, compiaciuto di se stesso e illuso che la sua indubbia superiorità estetica gli possa far perdonare tutta una complessa costellazione di cose che non vanno, o vanno male o potrebbero comunque andare meglio.

Poi sbarcando a Trieste, avevamo trovato una città con una civiltà molto più moderna della nostra; e molto più colta, più volenterosa di cultura; e più dentro l’Europa, più mescolata con essa; e più fornita di buona educazione; e la buona educazione è una cosa di cui non si parla mai nella storia, come se la storia fosse fatta solo dai maleducati; invece la buona educazione è molto più importante di altre cose di cui si parla sempre nella storia.  

Ho trovato questa pagina  cercando un libro esilarante  letto per caso anni fa e che in questo viaggio ho comprato per rileggerlo e mi sono ritrovata molto nelle sue parole, comprese quelle in cui racconta che anni dopo l’unificazione italiana a Chioggia i pescatori pensavano ancora che a Trieste ci fosse il console italiano. Anche a me è capitata una cosa simile, durante una vacanza in Abruzzo di tanti anni fa con i miei: una contadina ci chiese da dove venissimo e sentitosi rispondere da Gorizia, commentò: “Ah, siete austriaci”. Eravamo nel 1975. Di quegli anni ricordo anche la linguacciuta panettiera sotto casa, sempre pronta a saettare qualche commento al vetriolo all’indirizzo degli “italiani”. Evidentemente lei non si considerava parte di quell’insieme.

A Trieste abbiamo come sempre gironzolato senza meta, ottimo sistema per familiarizzare con i luoghi e seguire il proprio istinto più che le tappe forzate delle cose “da vedere”. E l’istinto, entità che non credevo di possedere o meglio dalla quale non credevo di essere posseduta tempo fa, se si sente autorizzato ricambia regalando bei momenti e bellissimi posti.

Parte integrante dell’esplorazione naturalmente sta nell’identificare il posto per cenare, e qui l’istinto ha una valida bussola: seguire gli indigeni. Scopriamo così Pepi e Scarpon, che offrono non solo cucina, ma anche tipi umani tradizionali. Da Scarpon non posso fare a meno di tendere l’orecchio e cogliere sprazzi di discorsi dei canuti signori del tavolo accanto che discettano in dialetto – qui tutti parlano il dialetto - di filosofia e religione accalorati come solo i conversatori foraggiati dal buon cibo e dal buon vino possono essere. E il vino è buono quaggiù, e anche la grappa e la birra lo sono, anzi è proprio cercando una birreria come si deve per concludere la serata che ci imbattiamo in un posticino discreto, ma significativo che ci svela le splendide sorprese prodotte a Sauris, luogo di cui fino a un minuto prima ignoravamo l’esistenza, ma che ci siamo poi affrettati a identificare sulla carta e andare a vedere personalmente e che è diventata una delle tappe più belle del viaggio.

Che sollievo rendersi conto che ci sono ancora dei posti non reclamizzati su tutti i siti di vacanze e delle cose che si mangiano solo in loco e non si trovano altrove. Forse è meglio non dirlo troppo in giro.




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30 maggio 2007


L'ALBANIA SU MEGACHIP

Megachip ha pubblicato una versione concisa del racconto del mio viaggio in Albania:
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=4094




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