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troppagrazia [ L'impiego fisso è una "malattia lieve", una dimensione in cui non si vive realmente, dove si contano le ore e i minuti prima che tutto sia finito (Frithjof Bergmann) ]
 


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Giuliana Cupi
kilombo Candidata a DONNEèWEB 2008

2 aprile 2008




Una volta i potenti per sottomettere il popolo usavano la forza, le leggi e la religione; ora dispongono anche del calcio e della televisione -  Carl William Brown


Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipende dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante e peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertolt Brecht

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri Paesi.
Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti.
Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.
Sultan Salman al-Saud
Astronauta dello Shuttle Discovery, 1985


The conditions in which men live upon earth are the result of their state of consciousness.
To want to change the conditions without changing the consciousness is a vain chimera.
Sri Aurobindo



“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
(La chiave a stella, Primo Levi)




Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c'est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

Le temps perdu - Jacques Prévert

 

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire



Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo
a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad
adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè
Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il
re".
J.A. Thom


31 ottobre 2007


LE NUVOLE DEL MIO PAESE

A Cinemambiente abbiamo visto anche un’altra cosa molto bella, di cui però non ho avuto tempo di parlare prima: Il mio Paese di Daniele Vicari, riproposizione del viaggio fatto negli anni ’50 dal documentarista olandese e comunista Joris Ivens e raccontato in L’Italia non è un Paese povero.
Vicari ha compiuto quel percorso cinquant’anni dopo a ritroso, dalla Sicilia alla laguna veneta, e non si è fatto mancare proprio niente: i pendolari tra Gela e Stoccarda, la famiglia lucana che all’epoca delle prime riprese viveva nel rudere del castello locale e ora si rivede nel televisore del tinello, il ricercatore geniale cui l’ENEA concede solo ridicoli contratti precari (“un giovane scienziato indiano ha fatto domanda qui e quando ha saputo l’entità dello stipendio che avrebbe preso, che è poi anche il mio, mi ha risposto ‘mi dispiace per te’ ed è sparito”) e che ha l’onestà di dire apertamente che tutti blaterano del motore a idrogeno fingendo di non sapere che per farlo è necessario il platino, elemento raro e costosissimo per cui probabilmente si scateneranno le guerre prossime venture, invece che far entrare nella capoccia della gente che è il nostro modello di vita a essere insostenibile, Prato svuotata di lavoro e piena di cinesi e un vecchio industriale che svela che il segreto dell’antica competitività italiana era la svalutazione della lira, ora che non è più possibile svendere i prodotti tocca farlo con la gente che a 50 anni perde il lavoro e infine gli impianti di Porto Marghera, che come tante altre industrie di cui abbiamo recentemente parlato erano morte e vita insieme e guai a dimenticarselo. Le ultime inquadrature sono per Gianfranco Bettin (che avrebbe dovuto essere in sala, ma di questo riparleremo) che dice: “se in un Paese il dibattito politico e culturale trascura di parlare del lavoro, cioè della gente che lavora, dei suoi problemi, delle sue speranze, per quel Paese è finita.  In Italia si parla di facezie, di omicidi, di reality, sembra che a lavorare non sia rimasto nessuno” e che fossimo alla frutta era fin troppo chiaro.
Le parole di Bettin mi hanno subito fatto venire in mente una cosa: il cinema italiano. Una cosa solo apparentemente futile, perché il cinema è la forma espressiva che meglio di qualsiasi altra dà l’idea di come una società di rappresenta, si vede letteralmente, e dell’immagine che riflette.
A me i film italiani piacciono molto e quando escono corro a vederli come si corre da un amante fedifrago, ma oltremodo affascinante da cui si sa che si riceverà l’ennesima delusione, che infatti si presenta puntuale non appena si assiste a qualche scena che ritrae il dove e il come della vita quotidiana: case fantastiche, alta borghesia come ceto medio, il più sfigato fa il primario e poi ci sono solo avvocati giornalisti e antiquari, abitazioni a destra e a manca, viaggi, perfino i funerali in versione esclusiva (sto pensando a uno dei momenti iniziali dell’Ultimo bacio dove si assiste al rosario per un defunto con tanto di cantante lirica che gorgheggia il requiem più appropriato). La gente vive tra cene, amorazzi, corna e altre istanze fondamentali, nessuno si ambascia mai perché la rata del mutuo e l’otturazione nello stesso mese proprio non ci stanno e non si sa se rischiare di finire senzatetto o sdentati. Quanta gente conoscete che vive così? Io, nessuna, eppure l’impressione che si trae da queste pellicole è che il reddito medio nazionale giri intorno ai 3.000 euro (il mese).
Fa eccezione, ma solo in parte, Giorni e nuvole, l’ultimo film di Soldini, che com’è noto parla di una coppia della buona società genovese su cui si abbatte la sciagura della disoccupazione di lui che ne provoca in successione molte altre: perdita dello status sociale e dell’identità personale, isolamento anche dovuto al forzato trasloco in zona popolare della città, ovvia crisi coniugale.
L’eccezione è dunque costituita dall’argomento della storia, dal suo svolgimento e dall’attenzione – davvero rara – a tanti dettagli che i due erano evidentemente abituati a dare per scontati e che, visti nell’ottica dell’improvviso impoverimento, diventano problemi di una certa entità quando non veri e propri drammi: uno per tutti, la dipartita dell’automobile di famiglia nel momento in cui la protagonista trova finalmente un lavoro meno orribile e anche meglio retribuito di quello nel call center, ma ahimé da svolgersi in orario serale nell’inquietante zona del porto, dall’altra parte della città rispetto a dove è andata a stare.  Solo sei mesi prima un avvenimento del genere non avrebbe comportato che la piacevole seccatura di perdere qualche ora in un concessionario, tutt’al più un amorevole battibecco sul colore dell’auto nuova: ora rimanere appiedati spalanca abissi di ulteriore difficoltà esistenziale, obbliga a riflettere sull'opportunità di continuare a tenere un impiego che potrebbe costare una fortuna in taxi o addirittura l’incolumità fisica, donde il gioco non varrebbe la candela ma la deve valere per forza perché altro non c’è, soprattutto per lui che si è lasciato scivolare nella depressione e infatti questo è l’episodio che scatena la lite più furiosa, quella dalla quale potrebbe anche darsi che non si torni più indietro. Bellissimo anche il rapporto tra lei e l’arte, la laurea appena presa, l’impegno praticamente volontario come restauratrice in una chiesetta del centro storico: Elsa è brava, appassionata, intuitiva, un’ottima ricercatrice in nuce, ma quando si scatena la tempesta capisce subito che questa parte della sua vita dovrà essere sacrificata come la colf, la barca e il viaggio in Cambogia, perché non c’è spazio per le belle cose dello spirito nella vita di chi non sa come arriverà a fine mese.
Insomma i nostri eroi fanno loro malgrado l’esperimento che l’ormai famoso pastaio marchigiano ha compiuto con scientifica determinazione su di sé cercando di vivere con 1.000 euro il mese, non riuscendoci per l’umiliazione di non poter offrire l’aperitivo agli amici e aumentando gli stipendi dei suoi operai del 20% in una botta. E questi sono anche i motivi per cui il film non riveste più quel carattere di eccezionalità che dicevo prima: perché racconta come eccezionali, benché in senso negativo, cose che per la maggior parte della gente sono ordinaria amministrazione. I lavoracci di vendita telefonica o di corriere in motorino, l’ufficio distante per cui metà del poco tempo non occupato dal lavoro se ne va in spostamenti, l’appartamento con le pareti di carta velina che obbligano a sorbirsi l’intimità dei vicini e distruggono la propria, il rimandare - che talvolta è la pietosa bugia che nasconde la rinuncia - le aspirazioni intellettuali perché al momento non rendono nulla e invece si ha bisogno di qualcosa subito non sono spesso frutto di un capovolgimento di fortuna, ma, semplicemente, tutto quello che passa il convento del mercato e della società e con questo si deve fare i conti per prendere le decisioni importanti: una vita adulta, un mutuo, un figlio (se la sfiga interviene qui, poi, si finisce pure a dormire in auto).
Comunque tra film, valorosi esploratori del milleurismo e vari parolifici serali in cui si è scoperto di recente che non si arriva a fine mese e non si fa che parlarne, il dibattito può ben dirsi aperto.
Attendiamo sviluppi.

 




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31 ottobre 2007


IL MASCHIO INQUINAMENTO

Per chi legge l'inglese e ha tempo nel ponte segnalo questo rapporto del Governo svedese in cui si argomenta che, per consumi e stile di vita, gli uomini inquinano più delle donne e che perciò, diminuendo il gender gap, si riduce pure l'inquinamento. E' lungo, io non l'ho letto tutto nei dettagli, ma anche solo una scorsa ai punti salienti fa capire che è interessantissimo.
E notate che a parlare di inquinamento e disparità tra i sessi sono gli svedesi: noi cosa potremmo scrivere?




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30 ottobre 2007


SANT'EMIGRANTE ORA PRO NOBIS

Ho appena ricevuto questa mail da un'amica di Roma che si accomiata così dalle persone che conosce e soprattutto dal suo Paese. Non credo di dover aggiungere alcun commento: sono poche righe, ma dentro c'è tutto. Non posso che augurarle buona fortuna e intanto continuare a covare l'idea di imitarla.

Metto la mia vita in 15 kg di zaino e me ne vado con una linea low cost. L’ Italia il mio paese mi ha veramente esasperato. Dopo 3 anni di disoccupazione alternata a qualche mese variabile di sfruttamento ne ho molto più che abbastanza. Per avere tutti i buoni pasto di un lavoro da segretaria (avuto solo grazie alle conoscenze) ho dovuto aspettare un anno, nonché trafile e telefonate. L’ultimo lavoro da giornalista terminato a Luglio, devo ancora vederne i soldi e non si sa ancora quando li vedrò. Ti prendono sempre in giro, da aspettare il 13 del mese per finire al 31 e alle misteriose pratiche “smarrite”. A cosa servono laurea e quant’altro a 29 anni? Per prendere in modo più sapiente le porte in faccia. Quando atterri a Fiumicino devi pregare che tutto vada bene e ti riconsegnino la valigia che non sia persa nei gironi infernali. In questi anni mi sono nutrita di sole e bei musei, peccato che non sono una pianta e che quindi non vivo solo se mi annaffiano. In Italia devi sempre pregare che qualcosa funzioni o rivolgerti a qualche santo. Allora mi rivolgo a S. Emigrante che mi renda la vita meno pesante. Vado in Irlanda, anche lì paese di emigranti, chissà. E se riceverò altre porte in faccia, almeno stavolta ci sarà la scusa che sono straniera e che puzzo. Ma la dignità quella ancora no, non l’ho venduta. Un saluto a tutti!

 




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29 ottobre 2007


20 ANNI SENZA

La Federazione Nazionale dei Verdi è impegnata nell'organizzazione di un grosso evento che si terrà il 10 novembre, a Roma, in Piazza Farnese. Si tratta di una manifestazione che è stato deciso di chiamare "20 anni senza", in riferimento al ventennale del referendum contro il nucleare.
Qui trovate il sito nel quale, oltre ai come, perché e dove, ci saranno anche notizie di tipo pratico (pullman, riferimenti locali, reperimento materiale pubblicitario...).
Chiedo a chiunque condivida l'inziativa di pubblicizzarla sul suo sito o blog e presso i suoi contatti.




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29 ottobre 2007


GUNNERSDREAM E L'ARMENIA

Due segnalazioni una dentro l'altra a mo' di matrioska.
Una è Gunnersdream, un nuovo sito che si propone di approfondire le vere cause che stanno dietro ai numerosi conflitti che divampano ogni giorno nel mondo - tutto quello che i giornali non dicono, insomma...
L'altra è
questa.




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27 ottobre 2007


TORINO A SINISTRA

 Reduce dal convegno Torino a sinistra - Il bilancio di un anno di amministrazione comunale -  Le priorità future cui ho partecipato come altri in qualità di uditrice data l’assenza dei Verdi tra i relatori istituzionali, alcune impressioni a caldo assolutamente non esaustive della mattinata:

1) sarebbe buona norma che tutti gli iscritti a parlare si presentassero, declinando nome e carica (e magari formazione di appartenenza), invece lo fanno solo alcuni e questo crea un fastidioso senso di esclusione nei neofiti;


2) un grosso tema, la sicurezza. Gian Luigi Bonino parla di “malinteso senso di tolleranza” (cito a memoria) e le sue parole suscitano reazioni di fastidio anche plateali, come commenti ad alta voce e abbandoni della sala. Però così il problema non si risolve, anzi non lo si affronta neppure, e il cittadino che si lamenta – a proposito o no, se non lo si sta a sentire non lo sapremo mai – ha l’impressione che la tolleranza riguardi tutti, ma proprio tutti, tranne lui. Gran brutta impressione, specie se il cittadino in questione lavora, fatica a campare, paga le tasse e – last but not least – vota;


3) altri due grossi temi, la mobilità e il lavoro. Correlati? Anche. Perché da un lato non abbiamo soluzioni decise, coraggiose, per limitare la congestione e l’inquinamento dovuto al traffico privato e dall’altra abbiamo una FIAT che mena vanto di una gran ripresa che consiste nell’aver assunto qualche decina di ragazzi a tempo determinato per produrre il cambio della nuova Cinquecento da mandare in Polonia dove la macchinetta viene materialmente costruita per poi essere venduta qui da noi e contribuire (per carità, al saldo dell’ormai necessaria rottamazione) alla congestione e all’inquinamento di cui sopra. Ora, siccome la FIAT di soldi dallo Stato se n’è presi e se ne prende a paccate, perché non erogare questi contributi con un vincolo di destinazione? Il miliardo di euro ti arriva se ti metti a costruire autobus e tram, comodi e silenziosi, ultima generazione, pannellino solare per l’illuminazione interna incluso, così chiudiamo finalmente il centro (e anche un po’ più in là, Andrea Stara della Circoscrizione 2 presentava il progetto Zona 30, strade in quartieri residenziali in cui non si va a più di 30 l’ora, vuoi vedere quante belle bici escono dalle cantine?) alla mobilità privata e tra rinnovo del parco mezzi e ricambi assumiamo più persone e lo facciamo stabilmente. Una soluzione keynesiana? Magari, visti i prodigi del mercato…


4) infine un appunto di genere: poche donne tra il pubblico, solo Monica Cerutti e Maria Teresa Silvestrini al tavolo dei relatori. Mi sorge un dubbio che trova conferma a casa: a Torino non c’è neppure un Presidente di Circoscrizione donna, al più qualche Coordinatrice di Commissione. Desolante. Considero tra me e me che gli unici coordinatori che io conosca a maggioranza rosa sono quelli di Servas: non c’è gara, siamo quasi tutte signore. Sarà perché si tratta di incombenza poco visibile che comporta il fatto di farsi una varietà di mazzi che spazia dall’organizzativo al contabile senza dimenticare il relazionale che sfocia talvolta nell’assistenziale, il tutto completamente gratis?




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24 ottobre 2007


DALLA SAGGEZZA, LA FORZA: FIGURE FEMMINILI A CONFRONTO

 

lAssociazione Servas Italia

Iniziativa Regionale Servas Piemonte

aperta ai cittadini

 

Servas è un'Associazione internazionale che si propone di contribuire alla diffusione della Pace promuovendo la creazione di una rete internazionale di ospiti e viaggiatori.

Sabato 17 Novembre 2007 

Castello Vescovile di Albiano di Ivrea

Via Castello 22

Dalla saggezza, la forza: figure femminili a confronto

Etty Hillesum, Edith Stein e Simone Weil

 

Etty Hillesum            Esther Hillesum, meglio conosciuta col nome di Etty, nasce a Middleburg (Paesi Bassi) il 15 gennaio 1914, muore ad Auschwitz il 30 Novembre del 1943.

La storia di Etty colpisce per la lucidità con la quale la giovane donna olandese affronta le vicende tragiche del suo tempo, opponendo una resistenza interiore al male e ricercando con tenacia e fede in Dio tracce di bene anche là dove sembra assente. Insegna che l'unica strada per contrastare odio è un atteggiamento d'amore con cui guardare, nonostante tutto, anche a chi ci sta facendo del male.

Edith Stein             Edith Stein (Breslavia, 12 ottobre 1891 - Auschwitz, 9 agosto 1942). Filosofa tedesca di famiglia ebraica, nel 1922 si convertì al cattolicesimo e si fece carmelitana con il nome di Teresa Benedetta della Croce.

Simon Weil                        Simon Weil (Parigi 3 Febbraio 1909, Ashford 24 Agosto 1943) laureatasi in filosofias insegnò a Parigi fino al 1941. In seguito alle leggi razziali fu costretta a lasciare l'insegnamento e a trasferirsi a Londra, da dove sostenne la lotta partigiana francese. Morì per un'affezione polmonare causata dall'estrema debolezza dovuta ai frequenti digiuni in solidarietà con i connazionali in patria.

 

Programma

Ore 9,30            Saluti

                        Giuliana Cupi coordinatrice Servas Piemonte

Ore 9,45            Relazioni

                        Vita e pensiero di Etty Hillesum                      

                        Roberta Guccinelli

                        Università   San Raffaele di Milano, facoltà di filosofia

                       

                        Vita e pensiero di Simone Weil

                        Margherita Pieracci Harwell

                        Università di Illinois Chicago

 

                        Vita e pensiero di Edith Stein

                        Roberta Guccinelli

 

                        Coordina Luciana Breggia

 

Ore 11,45            Pausa

Ore 12,00            Discussione

Ore 13,00            Pausa per il pranzo

 

Pomeriggio

Ore 15,00            Lettura di brani scelti letti per noi da Simonetta Valente

Ore 15,45            Tavola rotonda coordinata da Luciana Breggia

                        con la partecipazione di:

                        Margherita Pieracci Harwell

                        Roberta Guccinelli

                        Lidia Maggi (Pastore Battista)

 

Ore 18,30            Fine lavori

 

 

Ore 21,00 presso il castello, concerto di Antonio Mosca (controviolino. bassetto e violoncello)

La metamorfosi del violoncello dal '600 al '900.

 

Per esigenze organizzative si prega di telefonare allo 0125658578.




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19 ottobre 2007


IL MINISTERO CINICO E BARO

Sono in vena di sequel questa settimana. Oggi vi racconto come sta andando a finire la vicenda dei 600 circa (impossibile stabilire il numero esatto) assistenti tecnici museali che erano i miei colleghi sparsi per tutta l’Italia quando lavoravo all’Archivio di Stato. A loro avevo dedicato il primo post di questo blog, perché due anni fa erano in una fase di stallo non solo contrattuale – come ogni fine dell’anno dal 1999 non sapevano se sarebbe stato loro rinnovato il contratto – ma anche retributiva.

Ebbene, sembrerebbe profilarsi al loro orizzonte il traguardo dell’assunzione a tempo indeterminato, altrimenti detta stabilizzazione, ma aspettate a esultare per questa storia di precariato a lieto fine. Se li stabilizzeranno, infatti, la loro qualifica nella pianta organica del Ministero non sarà quella per cui hanno sostenuto e superato il concorso, ma quella di addetti alla vigilanza e alla sorveglianza. In pratica faranno i custodi e saranno equiparati ad agenti di pubblica sicurezza, il che renderà necessario che si rechino almeno qualche volta al poligono a sparare e che, all’occorrenza, sappiano maneggiare un’arma.


Alcune considerazioni generali:

1)      giovani in gran parte laureati e specializzati, vincitori di concorso, verranno adibiti a mansioni per ricoprire le quali il reclutamento avviene mediante chiamata del Centro per l’Impiego;

2)      in Italia gli uomini che non hanno prestato servizio militare preferendogli quello civile non possono conseguire il porto d’armi: naturalmente nei ranghi degli ATM si contano non pochi casi del genere;

3)      avere una rivoltella fra le mani e l’autorizzazione a usarla comporta il fatto di possedere talune caratteristiche fisiche che all’epoca della visita per l’assunzione come ATM non erano state valutate perché ininfluenti allo scopo, ma che ora potrebbero rivelarsi cruciali, tant’è che è stata richiesta una nuova visita preassuntiva a gente che lavora per l’Amministrazione già da otto anni.


Considerazione personale: a una cecata come me un’arma bisogna essere pazzi per darla. Nel 1999 il medico della ASL che mi rilasciò il certificato di idoneità all’assunzione mi disse: “Se ci ha visto abbastanza per studiare ci vedrà abbastanza per lavorare in un Archivio” (volevo baciarlo seduta stante), ma ora di sicuro aggiungerebbe che dichiararmi adeguata a premere il grilletto è più di quanto la sua deontologia professionale gli consenta di affermare. Sarebbe la sacrosanta verità: ma allora? Allora mi sa che, se il mio Spirito Guida non mi avesse fatta arrivare a lavorare dove sono, io dopo otto anni di fiato sospeso avrei rischiato di vedermi licenziare perché fisicamente non idonea.


E allora vi garantisco che a sparare  avrei imparato eccome.

 




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17 ottobre 2007


UN ANNO DOPO

 

Come qualcuno ricorderà quasi un anno fa intrapresi il difficile percorso di ricerca della possibilità di un contributo per mia madre e ne parlai sul blog, suscitando un vivace dibattito.

Ebbene, stamattina sono andata a concludere la pratica: abbiamo ottenuto un assegno di minima entità e due ore aggiuntive la settimana di aiuto domestico, fornito dalla cooperativa che ha vinto l’appalto con il Comune. Attendiamo ancora i risultati della visita di invalidità, che prevedo già saranno ininfluenti allo scopo, ma almeno abbiamo aperto un fascicolo pure lì. E’ più quanto sperassi.

Come sono giunta a tanto? Beh, intanto rifacendomi viva con i Servizi Sociali a gennaio e ottenendo un appuntamento a marzo. Sentendomi dire allora che forse si sarebbe potuto ottenere qualcosa dal Comune e vedendomi mettere in mano una brochure di una ventina di pagine da compilare per illustrare la situazione economica di mia madre. Cercando di compilarla, incappando in ulteriori difficoltà, e decidendo di gettare la spugna definitivamente.

E qui c’è stato l’ingresso in scena del deus ex machina, o meglio della dea: un’assistente sociale con cui ero entrata in contatto almeno quattro anni fa e che, trovandosi sotto il naso la mia richiesta, aveva avuto lo scrupolo di fare un controllo in archivio, scoprendo così che mia madre non era una faccia del tutto nuova. Questa signora mi ha chiamata del tutto inaspettatamente un pomeriggio di sei mesi fa e io nel sentirla non mi sono più trattenuta e, lo ammetto, le ho buttato addosso la mia stanchezza, la mia disillusione e la convinzione che nel frattempo avevo maturata, che la macchina burocratica sia costruita apposta per scoraggiare il cittadino.

Lei ha ascoltato tutto e poi mi ha fatto ulteriormente incazzare, ammetto anche questo, dicendo che le assistenti sociali sono disponibili per portare richieste e certificati vari ai quattro angoli delle ASL e delle Circoscrizioni e quando le ho domandato come mai nessuno me lo avesse detto mi ha risposto che si vede che non lo avevo chiesto: no comment, su questo e sul fatto che persone qualificate professionalmente perdano ore pagate con i soldi pubblici nelle sale d’attesa quando tutto potrebbe svolgersi per via informatica e le loro energie potrebbero essere mobilitate molto più proficuamente.

Però, essendo appunto brava a fare il suo lavoro, ha saputo arginare la mia agitazione, comprensibile, ma poco funzionale, dicendomi in poche parole: ti sto offrendo di fare quello di cui hai bisogno, la pianti e collabori oppure la finiamo qui così poi un bel giorno dovrai ricominciare tutto daccapo? Non era  il caso di fare l’offesa.

Nel giro di cinque giorni era da mia madre a raccattare firme e moduli, che ha poi consegnato ai vari destinatari. Poche settimane dopo mi ha comunicato le date delle visite: all’inizio di luglio c’è stata quella domiciliare e alla fine della stesso mese, quella per l’invalidità. Poi c’è stata la Grande Chiusura estiva.

Alla fine di settembre, nella settimana che ho passato a ristrutturare la casa di mia madre e che evidentemente il mio kharma aveva destinato al disbrigo di tutte le pratiche a lei correlate, la signora in questione mi ha convocata per illustrarmi cosa aveva deciso la Commissione e oggi ho firmato. Si comincia a dicembre.

Tutto è bene quale che finisce bene, dunque? Sì e no. Il sì è autoevidente, il no nasce dalla considerazione che lo sbloccarsi del problema non si è avuto grazie a un apparato razionale ed efficiente, ma per quella che considero una mera botta di culo: aver trovato, anzi essere stata trovata, da UNA persona razionale ed efficiente che si è presa la briga di scartabellare un po’ e pure di telefonarmi benché io stavolta non fossi stata indirizzata a lei. I servizi però non possono funzionare at random, dovrebbero avere un livello di qualità standard e non per farsi dare il bollino ISO non so cosa, ma perché per la Costituzione tutti i cittadini sono uguali e le prestazioni cui hanno diritto non possono dipendere dall’essere una volta tanto un po’ meno sfigati.

 




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15 ottobre 2007


HORROR MOVIES

 

Che brutti film abbiamo visto in questi giorni a Cinemambiente ragazzi, proprio dei film dell’orrore.

Uno era girato in Cina. Mostrava ragazzine di 14 – 15 anni che si lasciavano alle spalle una vita povera, ma dignitosa nei campi di riso e andavano in città orrende lontane 48 ore di treno a cucire jeans venti ore di fila, a mangiare porcherie che facevano venire la nausea solo a vederle (altro che il riso alla cantonese…), a dormire le poche ore di sonno ammassate in 12 in una stanza, a ricevere quattro soldi quando pare al padrone, a crollare dal sonno in mezzo ai sacchi di tela finché un guardiano non le trovava e le licenziava. Le ragazzine erano esili come fuscelli, dato anche il loro stile di vita, e si domandavano divertite – sì perché i loro tre lustri scarsi di età facevano venir loro voglia di ridere anche in quelle circostanze – quanto debbano essere ciccioni gli acquirenti di quei capi di vestiario: ciccioni e coglioni, dal momento che perfino la mia ignoranza aritmetica era sufficiente a capire che li pagano circa 200 volte il loro valore, se per valore si intende il costo della materia prima e della manodopera, e questo solo perché una volta giunti da un’altra parte del mondo a quei pantaloni viene cucita un’etichetta con il nome di una marca alla moda.

Un altro film era invece ambientato a Rivalta, dove due fabbriche costruite negli anni ’60 per lavorare i rifiuti pericolosi e non renderli più tali erano presto diventate semplici magazzini di quei veleni. Quando non ci stavano più andavano a seppellirli sulle rive del fiume Sangone, dove la melmaccia grigia si può calpestare anche ora. Le fabbriche riempivano la città di un tanfo tremendo, a volte i ragazzini nel campo sportivo lì vicino svenivano perché lo respiravano. Dopo trent’anni si cominciò a protestare, le autorizzazioni venivano ritirate, poi concesse di nuovo, finché finalmente venne il fallimento e i mostri puzzolenti furono abbattuti: purtroppo decine di operai ormai quaranta-cinquantenni rimasero a spasso e nessuno li voleva più assumere, forse anche perché lavoravano in quei posti che tanto male avevano fatto. Alcune tonnellate di rifiuti si cercò allora di mandarle in Sud America, poi in Africa, poi in Asia, ma dopo due anni di vagabondaggi per il mondo tornarono al mittente, così come si dice faccia il kharma di ogni azione che compiamo.

Il momento più spaventoso però è stato quando si sono accese le luci e i rispettivi registi hanno preso a parlare, perché allora ci si è resi conto che i film altro non erano che documentari e che le cose spaventose che avevamo visto erano tutte vere. E che, come succede nella realtà, era molto difficile, praticamente impossibile, separare i problemi, attribuire le responsabilità, trovare delle soluzioni.

Vedi China Blue e ti ripeti come un mantra: non comprerò mai più indumenti fatti in Cina, anzi quando arrivo a casa butto pure quello che ho addosso stasera. Poi però pensi: 1) che a buttare via roba che si può ancora mettere sprechi inutilmente; 2) che trovare capi di vestiario non prodotti in Oriente è ormai difficilissimo, anche se c’è scritto Made in Italy potrebbe significare che l’importatore ha cucito un bottone e così ha “sanato” i pantaloni fatti dalle piccole semi-schiave di Canton; 3) che la roba effettivamente fatta qui, e magari pure con criteri equo ed ecologici, costa un accidenti e che tu, precario, co.co.pro., cassintegrato, disoccupato o semplice lavoratore dipendente da 1.000 euro il mese suppergiù potresti permetterti circa un acquisto ogni due anni e mezzo che anche praticando la sobrietà è davvero pochino (mesi fa ho visto un paio di mutande di cotone biologico etc. che costavano 25 euro, da mettersi solo quelle tutto l’anno) e capisci che il proletari di tutto il mondo unitevi non è mai tramontato, ha solo assunto connotazioni diverse.

Vedi Oma e Chimica e ti indigni: maledetti inquinatori. Poi però pensi: 1) che su quelle fabbriche centinaia di rivaltesi hanno cresciuto la loro famiglia (un ex custode, richiesto di un parere sulla nocività dei miasmi della fabbrica, ha detto: “Io e mia moglie abbiamo allevato qui i nostri figli e  siamo ancora tutti vivi, tanto male non può fare”) e per tanti anni la gente ha respirato, tossito, magari cristonato, ma taciuto, poi a un bel momento si è deciso che tutto doveva chiudere e di quelli che lavoravano lì? “Boh”, commenta un signore brandendo il nipotino al mercato, come a dire chissenefrega, ma si potrebbe scoprire che lui aveva il negozietto di alimentari sulla strada che andava agli stabilimenti e se non ci fossero stati quei lavoratori adesso quasi accusati di collusione non avrebbe fatto affari neppure lui; 2) che in quelle fabbriche si sarebbero dovute smaltire sostanze che solo apparentemente ci sono estranee, una per tutte l’olio delle automobili, che quando è esausto cioè da cambiare da qualche parte bisogna pur metterlo e quindi è chiaro che, chiusi questi impianti, il problema rimane e rimane anche perché tutti continuiamo allegramente a usarla, l’auto, e vorrei vedere il signore di prima, se gli dicessero di andare a piedi a prendere il sangue del suo sangue del suo sangue all’asilo: “’l cit a pia freid!”, la creatura viene esposta agli elementi per dieci minuti e poi la moglie e la figlia (madre della creatura) chi le sente?; 3) che a Rivalta hanno fatto bene a non volere il cattivo odore e che al Gerbido facciamo bene (mi ci metto anch’io, vengo da lì) a non volere l’inceneritore, ma la nostra smisurata produzione di monnezza di ogni tipo (solida liquida e gassosa) da qualche parte deve finire e sarebbe giusto che come ce la siamo fatta ce la godessimo senza tentare di conferirla a qualche remota discarica del sottoscala del globo altrimenti detto Terzo Mondo.

Si esce angosciati, dubbiosi sui propri buoni principi e disgustati principalmente da se stessi. Non ho conclusioni consolanti né propositive, voglio però riportare qui (a memoria) una delle citazioni che Beppe Rosso leggeva durante il film aggirandosi nella necropoli industriale di cui ho detto.


Lo sparviero disse che aveva mangiato un passero che aveva mangiato una coccinella che aveva mangiato un afide che si era nutrito del succo di qualche pianta pesantemente contaminata. “A ogni passaggio la concentrazione aumenta, il nostro fegato non può smaltire tutto ciò; l’avvelenamento ci ottunde i sensi, non siamo più in grado di cacciare, i nostri piccoli sono troppo deboli, presto non rimarrà più nessuno di noi. Ecco perché accusiamo l’uomo di genocidio”.




permalink | inviato da troppagrazia il 15/10/2007 alle 16:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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