.
Annunci online

troppagrazia [ L'impiego fisso è una "malattia lieve", una dimensione in cui non si vive realmente, dove si contano le ore e i minuti prima che tutto sia finito (Frithjof Bergmann) ]
 


Il profilo di Giuliana Cupi
Profilo Facebook di Giuliana Cupi
Crea il tuo badge Add to Technorati Favorites View Giuliana Cupi's profile on LinkedIn

Giuliana Cupi
kilombo Candidata a DONNEèWEB 2008

2 aprile 2008




Una volta i potenti per sottomettere il popolo usavano la forza, le leggi e la religione; ora dispongono anche del calcio e della televisione -  Carl William Brown


Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipende dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante e peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertolt Brecht

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri Paesi.
Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti.
Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.
Sultan Salman al-Saud
Astronauta dello Shuttle Discovery, 1985


The conditions in which men live upon earth are the result of their state of consciousness.
To want to change the conditions without changing the consciousness is a vain chimera.
Sri Aurobindo



“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
(La chiave a stella, Primo Levi)




Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c'est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

Le temps perdu - Jacques Prévert

 

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire



Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo
a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad
adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè
Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il
re".
J.A. Thom


30 giugno 2008


PREVEGGENZA

Detesto aver ragione e soprattutto dire a posteriori di averla avuta, ma dieci giorni di numero dopo questo ecco che spunta quest'altro.




permalink | inviato da troppagrazia il 30/6/2008 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 giugno 2008


VORRA' PUR DIRE QUALCOSA

In Italia l’abitudine di vedere i film in originale è poco diffusa e noi non siamo certo così virtuosi da cercarci con il lanternino le rare proiezioni del genere. Eppure nel giro di pochi giorni ne abbiamo trovate – del tutto inconsapevolmente, da nessuna parte si avvertiva della presenza dei sottotitoli - addirittura tre.

Corazones de mujer è la storia di un sarto travestito e di una sua giovane cliente di stanza a Torino che tornano nel Marocco delle loro origini perché lei deve recuperare l’onore perduto in vista delle nozze; nel Resto della notte, girato sempre a Torino che chissà perché si vuole far passare da città del Nord Est, le pessime idee e gli ancor peggiori incontri di un gruppo di famiglia romeno in orribili interni scatenano una tragedia apparentemente senza redenzione; Gomorra non ha bisogno di presentazioni.

Come l’ultimo titolo lascia capire, il lato più curioso della faccenda è che tutti i film sono girati da registi italiani e mostrano storie di persone che vivono in Italia.
Volutamente definisco costoro con un complemento di stato in luogo e non con un aggettivo di nazionalità perché la domanda è appunto se italiani lo siano o no; e la risposta è contorta e difficile.

Quelli che non lo sono forse si illudono di esserlo e si regolano come tali, salvo poi ritrovarsi impastoiati in condizionamenti della mentalità di origine per sbarazzarsi dei quali è troppo presto, specie se si considera che fino a non molto tempo fa erano moneta corrente anche qui; o magari sperano di diventarlo, cioè di diventare quello che l’Italia è ai loro occhi, aprendosi la scorciatoia a colpi di pistola.

Quelli che lo sono tecnicamente ne vivono in realtà separati, con altre leggi, altri codici, altre regole, in un’enclave che non è segnata sulle carte geografiche, ma che esiste a tutti gli effetti.

Quindi la risposta è: non lo so, se questi sono italiani. Forse non lo sono ancora, forse non lo saranno mai né gli interessa esserlo, forse ci sono tanti modi di essere italiani – rispettare la Costituzione, tifare per la Nazionale o “salvare un posto di lavoro a Mestre ammazzando una famiglia a Mondragone”, come dice indignato il giovane assistente di Toni Servillo spacciatore di liquami venefici e non caso lo dice nell’idioma che ci hanno insegnato a scuola e non nello strettissimo dialetto inafferrabile ai più - e chissà se mai saranno riducibili a qualcosa di omogeneo.

Intanto per capirsi c’è bisogno della traduzione. E questo vorrà pur dire qualcosa.




permalink | inviato da troppagrazia il 26/6/2008 alle 16:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 giugno 2008


SERVAS SUL CORRIERE DEL WEB

Ringrazio Andrea Pietrarota che, dietro segnalazione della nostra comune amica Cristina, ha pubblicato il pezzo.




permalink | inviato da troppagrazia il 24/6/2008 alle 14:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 giugno 2008


L'ESSENZA DELLE COSE

La serie dedicata all’ebbrezza del minimalismo continua: dopo l’inglese che non si lavò per sei settimane, l’americano che vivrà  per un anno con 100 oggetti.

Ne approfitto per buttare giù un’osservazione che ho in mente da tempo e che mi ci ritorna ogni volta che osservo la quantità di cose che, a dispetto dei miei sforzi, sembrano accatastarsi motu loro intorno a me.


Quando compilavo il sommario dello sterminato archivio della nobile famiglia dei Coardi di Carpeneto mi sono più volte capitati tra le mani dei documenti che contenevano l’inventario di ciò che  risultava nelle case di questo o quel rappresentante della schiatta: si trattava quindi di nobili, la cui condizione economica e il comfort della cui vita erano ben al di sopra della media dei povericristi dell’epoca.


Ebbene, dubito che anche il più convinto seguace di Pallante se non Pallante stesso accetterebbe oggidì di disporre di così poco, tale era la penuria di articoli che vi erano elencati: il letto, la biancheria e il vestiario che non si pensava certo fossero da sostituirsi a ogni cambio di stagione, la brocca per lavarsi, un po’ di vasellame e stoviglie per la cucina, il tavolo con alcune cadreghe, una cassapanca e poco altro. Tutto fatto per durare negli anni e magari per essere addirittura ereditato dalla generazione dopo.


Il più disadorno dei nostri monolocali trabocca di molto, ma molto più ciarpame, destinato a essere velocemente rimpiazzato a causa della sua caducità non da altrettanti articoli, ma da un numero maggiore di essi, perché a ogni acquisto gli aggeggi dispongono di sempre più accessori, allegati, ammennicoli – e dei relativi libretti di istruzione, caricabatteria, adattatori e scatole a contenere il tutto. Una perversa moltiplicazione geometrica.


Di sicuro l’esperimento avrà successo e il nostro eroe della sobrietà arriverà vivo e vegeto alla fine della sua impresa. Speriamo che un minuto dopo non si precipiti in un megastore.

 




permalink | inviato da troppagrazia il 23/6/2008 alle 16:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (61) | Versione per la stampa


23 giugno 2008


LA LISTA DELLA SPESA

Ecco come sarà finanziata l'abolizione dell'ICI
di Paolo Andruccioli

- Accantonamenti Ministero Solidarietà Sociale, 70 milioni
- Fondo politiche sociali per 8 per mille, 1,25 milioni
- Azzeramento incremento 8 per mille, 60 milioni
- Altri accantonamenti politiche sociali, 50 milioni
- Accantonamenti Ministero della Salute, 20,6 milioni
- Riduzione del 50% contributo all'istituto mediterraneo di ematologia, 3 milioni
- Fondo sostegno per le regioni impegnate nei piani di rientro sanitari, 14 milioni
- Azzeramento del contributo per Istituto Salute dei migranti San Gallicano, 10 milioni
- Osservatorio trasporto pubblico locale, 1 milione
- Fondo trasporto pubblico locale, 113 milioni
- Finanziamento innovazione trasporto urbano, 12 milioni
- Valorizzazione beni immobili pubblici, 10 milioni
- Fondo mobilità alternativa, 4 milioni
- Restauro immobili patrimonio umanità, 10 milioni
- Contributo sale cinematografiche, 2 milioni
- Compensi componenti commissioni tributarie, 3 milioni
- Fondo sviluppo isole minori, 20 milioni
- Contributo accademia scienze terzo mondo, 0,5 milioni
- Collettività italiane all'estero, 10 milioni
- Fondo bonifiche aree militari, 10 milioni
- Finanziamenti apicoltura, 2 milioni
- Trasferimenti per agricoltura in Sicilia, 50 milioni
- Fondi per agricoltura senza Ogm, 2 milioni
- Fondi ricerca nel campo delle biotecnologie, 3 miloni
- Agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa, 1 milione
- Dumping cantierista con paesi asiatici, 10 milioni
- Fondo demolizione naviglio obsoleto, 2,7 milioni
- Efficienza energetica navi passeggeri, 1 milione
- Liberalizzazione cabotaggio marittimo, 5 milioni
- Spostamento trasporto su strada al mare, 77 milioni
- Sicurezza trasporto Calabria e stretto Messina, 20 milioni
- Rifinanziamento trasporto combinato, 15 milioni
- Ammodernamento trasporto ferroviario, 10 milioni
- Fondi per linee ferroviarie Roma-Pescara, 56 milioni
- Interventi E78, Grosseto-Fano, 3 milioni
- Fondi per le fiere, 4 milioni
- Interventi infrastrutturali zona Treviso, 2 milioni
- Interventi banda larga nel Mezzogiorno, 50 milioni
- Fondo passaggio al digitale, 20 milioni
- Fondo per attività nel commercio estero, 12 milioni
- Trasferimento merci verso il trasporto per mare, 10 milioni
- Finanziamento aree marine protette, 4,3 milioni
- Difesa suolo dei piccoli comuni, 3,5 milioni
- Finanziamenti rischio sismico, 1,5 milioni
- Ammodernamento rete idrica nazionale, 30 milioni
- Fondo per la riforestazione, 50 milioni
- Contributo volontario un centesimo per il clima, 1 milione
- Fondo fauna selvatica, 1,5 milioni
- Contributi per le istituzioni culturali, 3,4 milioni
- Contributo Festival pucciniano, 1,5 milioni
- Spesa restauro dei teatri, 1 milione
- Fondo per il ripristino del paesaggio, 15 milioni
- Fondo 150° anniversario Unità d'Italia, 10 milioni
- Fondo funzionamento licei linguistici, 5 milioni
- Alta formazione artistica e musicale, 7 milioni
- Centro ricerca biotecnologie di Napoli, 3 milioni
- Fondo risanamento edifici pubblici, 5 milioni
- Fondo servizi prima infanzia, 3 milioni
- Fondo violenza contro le donne, 20 milioni
- Autorizzazione spesa Telefono Azzurro, 1,5 milioni
- Fondo solidarietà mutui prima casa, 10 milioni
- Corsi formazione Bilancio di genere, 2 milioni
- Inserimento statistiche di genere, 1 milione
- Fondo per l'inclusione sociale immigrati, 50 milioni
- Fondo attività socialmente utili, 55 milioni
- Stabilizzazione lavoratori socialmente utili, 1 milione
- Fondo per lo sport di cittadinanza, 20 milioni
- Fondo eventi sportivi, 10 milioni
- Contributo campionati mondiali di pallavolo, 3 milioni
- Comitato italiano paraolimpico, 2 milioni
- Sistema pubblico di connettività, 10,5 milioni
- Poli finanziario e giudiziario di Bolzano, 6 milioni
- Incremento a favore del Cnel, 2 milioni
- Fondo funzionamento ordinario università, 16 milioni
- Commissario sviluppo Gioia Tauro, 0,6 milioni
- Anniversario Dichiarazione Diritti Umani, 1 milione
- Credito di imposta alle imprese cinematografiche, 16,7 milioni
- Riorganizzazione uffici locali all'estero, 10 milioni
- Sostegno italiani nel mondo (cultura), 5 milioni
- Cultura italiana all'estero, 0,5 milioni
- Imprese amatoriali e flotta marittima, 5,2 milioni
- Promozione sicurezza stradale, 17,5 milioni
- Ricerca e formazione per i trasporti, 0,1 milioni
- Miglioramento sicurezza della navigazione, 1,9 milioni
- Promozione del libro e della lettura, 1,5 milioni
- Responsabilità sociale delle imprese, 1,25 milioni
- Finanziamenti Isfol, 25 milioni
- Finanziamenti in materia migratoria, 1,5 milioni
- Potenziamento viabilità Calabria e Sicilia, 500 milioni


Fonte:
www.rassegna.it, 17/06/08




permalink | inviato da troppagrazia il 23/6/2008 alle 16:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 giugno 2008


FACCIAMO FINTA CHE

Una sera ormai lontana nel tempo assistevo a una puntata del leggendario Portobello. Uscì da non so dove un tizio che si mise a raccontare della necessità di eliminare i canguri in Australia, perché danneggiavano l’ambiente. Io potevo avere otto anni a dir tanto, ma quel tema mi stava molto a cuore ed era l’oggetto delle mie già ingenti letture, perciò fui in grado di replicare indignata alla vòlta del televisore che è impossibile che un animale nuoccia all’habitat nel quale lui stesso si è evoluto e che ha probabilmente contribuito a formare.

Sono passati trent’anni e ci si aspetterebbe che la sensibilità e la cultura sul tema siano molto maggiori ed ecco perché sentir farneticare del fatto che le balene vanno cacciate “perché rubano il pesce ai poveri” mi riempie di rabbia e sentimenti di vendetta come e più di allora.


Come se le balene, notoriamente dotate di fanoni, mangiassero il pesce.


Come se tutti fossimo tanto ignoranti e sprovveduti da non saperlo.


Come se si potesse andare alle conferenze internazionali che decidono le sorti del mondo brandendo cazzate.


Come se l’Islanda e la Norvegia non fossero democrazie di antica data (sul Giappone ho qualche riserva in più).


Come se le democrazie si mandassero avanti con le balle.


E come se poi, alla fine, il pesce pescato lo mangiassero i poveri.




permalink | inviato da troppagrazia il 23/6/2008 alle 15:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 giugno 2008


NON LO FO PER PIACER MIO

Qualche giorno prima della tavola rotonda sulla reciprocità ho pranzato con Livia Papi della Banca del Tempo di Chieri, organizzatrice della stessa. In un mondo dall'età media decisamente elevata come quello della volontarietà è stata una piacevolissima sorpresa incontrare una persona giovane, entusiasta e con vedute decisamente convergenti con le mie.

Mi ha raccontato per esempio che le è successo di sentirsi dire che chi fa parte della Banca del Tempo non è un volontario, “perché in cambio riceve qualcosa”. Un pensiero di esemplare bigotteria che, come ho commentato sghignazzando da quella dissacratrice che sono, mi confermava nell'idea che il volontario è nella società odierna l'addetto ufficiale alla gestione della sfiga, compito che deve svolgere assolutamente in cambio di nulla e se poi ci rimette anche del suo, tanto meglio.

D'altronde mi era capitato poco tempo prima di essere coinvolta nella leggendaria disputa sul se le attività di volontariato possano essere retribuite, diventando così delle occupazioni a tutti gli effetti, e di sentirmi rimproverare che non sia mai che il vile denaro contamini qualcosa che si fa perché ci si crede. Non era la prima volta che affrontavo simili argomenti, ma nella fattispecie la diatriba aveva luogo all'interno di Servas e la cosa mi toccava quindi più da vicino, non foss'altro per le energie che ci metto dentro.

Avevo risposto come tutte le altre volte e cioè che questa visione del mondo presenta diverse contraddizioni in termini, la più evidente delle quali è che, se il volontariato è la voce del nostro cuore fatta azione per il bene comune, ne consegue che quello che si fa per vivere non ci tocca poi granché; anzi, dato che non abbiamo evidentemente quella gran fiducia nella sua utilità, magari non ci applichiamo neppure più di tanto in quel frangente. E' bizzarro che gente così ripiena di buoni sentimenti trascuri il fatto che il lavoro dovrebbe essere il nostro primo contributo verso la collettività, dal momento che siamo perfino pagati per farlo, cosa che sembrerebbe accettabile solo quando avviene in seguito al dispendio di tempo ed energie che consideriamo poco nobilmente spesi.

Se invece “ci crediamo”, se è qualcosa che riteniamo buono e giusto, allora essere retribuiti suona disdicevole: si vede che dobbiamo contentarci della soddisfazione morale, neppure le ricompense in natura come nella Banca del Tempo sono accettabili – figurarsi allora l'ospitalità che viene scambiata in Servas.

In effetti io stessa devo aver assorbito mio malgrado questa mentalità, perché difficilmente mi vedevo come una volontaria, abituata com'ero alla concezione “soccorrevole” che pure nel mio immaginario questa doveva avere. E' stata proprio Livia a togliermi dall'impaccio dicendo: “Noi facciamo prevenzione. Aiutiamo la gente a incontrarsi, conoscersi, fidarsi, darsi una mano: ti pare poco?”.

No, affatto, mi pare un gran bel lavoro. E mi piacerebbe farlo per professione, mi piacerebbe che fosse la mia attività principale e mentre dico così mi rendo conto che il garbuglio lessicale aumenta perché Servas e tutto il resto della mia vita fuori dall'ufficio sono lavori, sono attività, sono addirittura professioni (ché a volte ci vuole una gran fede per continuare a farle), ma non mi permettono di mantenermi perché non ne ottengo in cambio dei soldi con cui pagare l'affitto, il cibo, le spese.

Quelli, in questa società, li si ottiene solo con occupazioni “produttive”. Per esempio, dare informazioni pressoché inutili in un call-center è produttivo; importare jeans prodotti da ragazzine schiave in Cina e venderli a trenta volte il loro valore è produttivo; convincere i medici a prescrivere farmaci ed esami inutili in cambio di buone mancette è produttivo; prescriverli è produttivo, perfino comprarli lo è, perché fa aumentare il PIL. Ma impedire che la gente abbia bisogno di imbottirsi di psicofarmaci e antidolorifici creando occasioni di vita comunitaria non lo è; accogliere i bambini della vicina dando loro pane e marmellata e graziandoli di un paio di ore di TV supplementari il giorno non lo è; permettere a un viaggiatore di sentirsi accolto in un posto che non è il suo dandogli l'occasione di capire dov'è finito e magari evitandogli di fare qualche danno economico o sociale non lo è. Non lo è neanche accompagnare gli anziani alle visite, tenere compagnia agli handicappati, portare a passeggio i cani dei canili, raccattare i feriti per strada, insegnare l'italiano agli stranieri, accudire i senzatetto, far conoscere e preservare il patrimonio artistico: infatti tutte queste cose le fanno i volontari.

I quali si sentono nobilitati dal farle in cambio di nulla, che non è affatto una gratificazione di poco conto. Perché ciò di cui riflettevamo con Livia è anche questo: nessuno fa qualcosa per niente, è una legge di natura, nessuno può permettersi di agitarsi inutilmente. Immateriale finché si vuole, la ricompensa dev'esserci, e infatti la quintessenza del volontariato puro è racchiusa nella famosa frase: dànno molto più loro (gli sfigati che assisto) a me di quanto io non dia a loro. Mi fanno sentire buono, grande, generoso, disinteressato, altruista. Troppo comodo far qualcosa in cambio di soldi.

Troppo comodo soprattutto per una società organizzata sullo smercio compulsivo avere gente così che si occupa delle cose che umanamente sono le più importanti, ma che rendono poco e nulla, e poter continuare a incanalare soldi e attenzioni pubbliche verso bufale colossali. Troppo comodo continuare a procacciare il proprio utile lasciando che i problemi sociali ed esistenziali si accumulino, tanto ci sarà pure qualche anima bella che se ne occupa. Troppo comodo che queste continuino a ritenere che la giusta ricompensa non può coesistere con la bontà, l'equità, l'opportunità morale di un'azione.

Non per avidità, non per considerare il denaro il metro delle cose, ma perché in una società complessa e vasta come la nostra, dove il baratto è difficilmente praticabile, l'economia monetaria è praticamente irrinunciabile, salvo orientarsi verso scelte di vita decisamente alternative che non tutti hanno voglia di fare e che di nuovo confinerebbero modelli di vita che si discostano da quelli imposti dalla pubblicità al livello dell'eccezione un po' strampalata. Sarebbe ora di cominciare a dire che è sacrosanto voler vivere facendo ciò che si pensa sia la cosa migliore, sottraendo risorse al Moloch del consumismo e redistribuendole in senso più etico senza ammantarsi di moralismi fuori luogo.

Non per diventare santi, ma perché staremmo meglio tutti.




permalink | inviato da troppagrazia il 20/6/2008 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


18 giugno 2008


POVERI ANCHE NOI

Richiamo in causa Giampaolo per buttare giù qualche pensiero più analitico, nella non so quanto fondata presunzione di esserne capace.

Ci ho pensato un bel po' anch'io, a come si potrebbe far ripartire qualcosa di sinistra che sia sufficientemente radicato nella società da sperare di arrivare di nuovo a una rappresentanza degna di questo nome e non autoreferenziale, come ha purtroppo dimostrato di essere l'Arcobaleno o perlomeno il suo stato maggiore – e qui dobbiamo dire che gli elettori di sinistra hanno realizzato la famosa esortazione: “Mandiamoli a casa!”, anche se certo in modo del tutto inaspettato.

Speriamo almeno di potere ascrivere la cosa a un sofisticato senso critico che vuole iniziare il rinnovamento dal profondo di sé: per quanto mi riguarda, è stato certamente così. Approfitto infatti di questo angolo di riflessione per concedermi la rivelazione che da tempo meditavo e per dichiarare finalmente di non aver neppure io votato l'eterogeneo cavallo di battaglia di cui sopra.

L'ho fatto del tutto inaspettatamente, nel senso che mai mi sarei aspettata che la prima campagna elettorale da me vissuta con una (risibile finché si vuole) partecipazione attiva mi avrebbe condotta a orientarmi diversamente da quanto pareva deciso fin da principio: eppure è stato proprio così e forse anche a causa dell'aumentata coscienza di quanto accadeva, della maggior attenzione che ero portata a prestare sia alle dinamiche che ai contenuti.

Le prime mi hanno convinta sempre meno man mano che si procedeva tra nostalgie di simboli superati dalla storia e designazioni che facevano leva su sentimenti di indignazione che io per prima ho condiviso, ma che non ritengo andassero sfruttati per l'occasione dal momento che una candidatura non può essere offerta a titolo di compensazione, né un'elezione ottenuta grazie a un'ondata di emotività. Quando, poche ore dopo l'evidenza del tracollo, ho assistito all'indecoroso spettacolo di Diliberto che si rivolgeva ai suoi iscritti sullo sfondo del suo simbolo – velocemente sostituito a quello cui avrebbe dovuto un'eventuale vittoria, che se ci fosse stata avrebbe avuto luogo anche grazie a voti provenienti da ben altre parti oltre che da quelle che nella circostanza erano la sua unica preoccupazione – ho capito di aver fatto la scelta giusta.

Che nella fattispecie era poi quella sbagliata numericamente parlando, dal momento che ho scientemente dato la mia preferenza a una forza che sapevo a priori non sarebbe mai arrivata a Montecitorio. Non importa stare a dire quale, non rimaneva altro da scegliere se non l'astensione, cosa che ho considerato più volte, ma che alla fine mi ripugnava comunque da quella vecchia sentimentale che sono.

Perciò, signori, è anche colpa mia. Colpa che intendo però condividere con chi ha contribuito a striminzire le motivazioni di chi avrebbe dovuto-voluto-potuto votare l'Arcobaleno riempiendolo di ben poco, e soprattutto di ben poco di sinistra e di ancor meno di nuovo. Ricordo con sofferenza la serata inaugurale della campagna, un succedersi di parole e contenuti obsoleti su tutti i fronti e specialmente su quelli che ritengo più cruciali e cioè il lavoro e l'ambiente, con l'unica lodevole eccezione (e non lo dico per spirito corporativo Verde) dell'intervento di Gianna de Masi, ovviamente candidata in posizione assolutamente scevra da ogni pericolo di elezione.

E dunque il punto centrale è forse qui: se, come dice GS, l'unico modo di fare cultura di sinistra è dire qualcosa di nuovo (e io ne sono convinta quanto lui), allora bisogna dire cose finora inaudite, cose coraggiose, cose scomode.

Per esempio:

  1. che la produttività di cui tutti si riempiono la bocca dovrebbe essere considerata una bestemmia, perché ormai la maggior parte di ciò che si produce e si smercia è roba che non serve a nulla, costa molto, dura poco e in men che non si dica aumenta la massa atroce del pattume e che quindi la cosa più razionale da fare è diminuire l'orario di lavoro, permettendo alla gente di coltivare le relazioni di cura oggi spesso trascurate e che costituiscono un altro drammatico problema che il welfare non colma e che diventa un incentivo all'arrivo di masse di sfruttati provenienti da altri Paesi;

  2. che la detassazione degli straordinari è un ricatto odioso per sfuggire al quale, però, non basta lamentarsi che non si arriva a fine mese: bisogna anche fare l'inventario delle molte cose inutili che si ritiene necessario accaparrarsi e cercare di sbarazzarsene per potersi rendere conto che si campa ugualmente;

  3. che l'emergenza energetica non si risolve riaprendo le centrali nucleari in un Paese che non sa gestire neppure i rifiuti normali e notoriamente non abbonda di uranio (ergo: che dipenderà comunque da altri), ma chiedendosi come mai, per esempio, il solare funzioni così bene in un Paese piovoso come la Germania e abituandosi a consumare meno, perché è evidente che questo andazzo è insostenibile e la prima fonte rinnovabile è il ridimensionamento delle pretese individuali;

  4. che diffondere l'idea che la cultura, la curiosità, l'approfondimento di temi politici e sociali NON sono cose noiose contribuirebbe a far sì che almeno qualcun altro oltre ai soliti pochi carbonari che siamo avessero un contatto con il mondo esterno che andasse oltre la disinformazione e il rincoglionimento televisivi di cui Berlusconi è notoriamente maestro.

E di cui però tanti italiani sono felici allievi. Perché poi bisogna dire anche questo: che esiste un'evidente e non so quanto riparabile affinità antropologica tra Berlusconi e il suo concittadino (e spesso elettore) medio, della quale si ha piacere di dimenticarsi perché fa comodo pensare che costui, con un'abilità analoga a quella del pifferaio di Hamelin, ma con ben peggiori intenzioni, sia capace di ipnotizzare le folle e convincerle a votarlo contro la loro volontà, poverine loro.

Mentre in realtà gli italiani che lo fanno sono ben contenti di votarlo perché Berlusconi è uno come loro ed è diventato quello che loro vorrebbero diventare: straricco non si sa bene come (cioè, lo si sa benissimo, ma sempre per vie traverse), allergico alle tasse, abile maneggione nel cucinarsi le cose come conviene a lui, dotato di un sedicente senso dell'umorismo a base di barzellette sulle donne e cornetti in fotografia.

E re dei piazzisti, quindi capace di far sì che la gente sia felice di autorizzarlo e mettergliela in quel posto: un esempio per tutti l'abolizione dell'ICI, che si tradurrà in un aumento dell'addizionale e in una diminuzione dei servizi comunali (di cui di sicuro verrà attribuita la colpa ai relativi addetti), ma chi se ne accorge? Chi ci pensa? Chi ragiona su queste conseguenze? Zio Berlusca è appena tornato e già ci ha fatto un bel regalo.

Secondo me l'ostacolo veramente difficile dello scontro culturale e politico tra destra e sinistra attuali è questo. Una volta a destra stavano quelli che sfruttavano, i retrogradi, i reazionari; a sinistra, il sol dell'avvenire, i riformisti per non dire i rivoluzionari che promettevano condizioni migliori per le vittime dei primi. Era fin troppo chiaro chi erano i buoni e chi, i cattivi.

Adesso a destra ci stanno quelli pronti a instradare la società verso aspettative irrealistiche o irrealizzabili e a spremerla senza farsene accorgere, facendo passare per munifici regali delle trovate che altro non sono che ulteriori, colossali fregature.

E a sinistra c'è un ammasso spaesato e con pochi punti di riferimento che spesso e volentieri non sa far altro che ripetere con minime variazioni l'operato degli altri, badando soprattutto a non infastidire il tornaconto o le comode convinzioni di nessuno nel timore - a questo punto grottesco – di perdere voti o consensi. E' l'imbarazzo della scelta, nel senso che qualsiasi cosa si scelga ci si sente a disagio nel guardarsi poi allo specchio.

Questa è la politica rappresentativa, quella che uno fa andando a votare ogni cinque anni e che palesemente non basta più, così come non basta più la militanza a base di riunioni fumose nelle sedi di partito (risparmiamoci almeno di chiamarle sezioni) che non acquieta più la coscienza di chi vuole sentirsi coinvolto nel rinnovamento della società che ormai è troppo complessa per essere ridotta negli schemi di qualche ideologia. Si impone la necessità della partecipazione perché la politica si fa facendo la spesa, comprando un vestito, spostandosi in tram o in bici, andando al cinema, su Internet, viaggiando, informandosi e scegliendo come farlo, aderendo a un movimento, tutte modalità abbondantemente snobbate quando non apertamente criticate dalla maggior parte dei partiti ufficiali e che invece costituiscono a questo punto l'essenza di quella novità culturale di cui tanto si avverte la necessità.

Se poi così facendo si arrivi in Parlamento, non so. Oserei dire che non è la cosa che più conta al momento e non solo perché il problema si riproporrà tra cinque anni, ma perché non è da lì che bisogna ripartire: quello potrà essere semmai un approdo, ma mi auguro che avverrà se potrà essere portatore di istanze che davvero stravolgano l'attuale assetto dei poteri costituiti.

La partenza però è qui, ora, ed è a cura e di responsabilità di ognuno. Ed è per questo che sono più pessimista del solito.





permalink | inviato da troppagrazia il 18/6/2008 alle 15:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


17 giugno 2008


PESSIMISMO E FASTIDIO

Tira aria di latitanza tra i blogger. Condivido appieno le motivazioni di GS, la stanchezza di vivere in un Paese disastroso e disastrato in cui i segni dell'involuzione sono evidenti: l'esercito nelle strade, la settimana lavorativa ampliata surrettiziamente, la Confindustria che detta legge in modo sempre più plateale, il ritorno al nucleare sono per me sintomi dell'avviarci a tempi di ulteriori e più definitive scellerataggini che mi privano di ogni ottimismo sul domani.

Tra i vari motivi di depressione politica mi soffermerò su quello che mi infastidisce più direttamente e non solo perché appartengo alla categoria: l'ormai quotidiano stillicidio di insulti nei confronti dei dipendenti pubblici, ormai tanto insistito da generare il sospetto che faccia parte di un'operazione di creazione di un nuovo capro espiatorio contro cui scagliare tutto il malanimo e l'insoddisfazione sociale che ormai si va accumulando da anni. Se le finanze della Stato vanno a rotoli è colpa dei dipendenti pubblici, i dipendenti pubblici non lavorano, non rendono, non producono, sono la causa di tutti i mali, se solo si riuscisse a sbarazzarsi di quanti più possibile tra loro le cose in Italia migliorerebbero vistosamente, per intanto li mettiamo alla gogna. Così la gente si sfoga sputando loro (solo metaforicamente, si spera) in faccia e dimentica di occuparsi di tutto il resto del casino: è una tecnica vecchia come il mondo.

Non che nel pubblico impiego non ci siano anche circostanze censurabili, ma questo atteggiamento suggerisce che queste siano ben più diffuse di quanto si pensi e soprattutto che, al di fuori di Ministeri ed Enti Locali, non ci sia nulla di cui lamentarsi: se non ci fosse la PA il mondo sarebbe un paradiso di privatizzazione efficiente, concorrenziale e trasparente, insomma un mercato perfetto.

Che non sia così, non v'è chi non veda. Però c'è una differenza tra pubblico e privato su cui la propaganda può abilmente giocare. Nell'approcciarsi al lavoratore pubblico l'utente (anche, a volte, quello che appartiene allo stesso settore) ritiene di trovarsi di fronte a uno che, come blatera la persona che è stata improvvidamente posta alla guida della Funzione Pubblica, “ruba lo stipendio” impunemente, forte del fatto di essere impermeabile a eventuali provvedimenti disciplinari; nel privato, invece, si suppone che tutto funzioni egregiamente perché il lavoratore viene fatto rigare dritto agitando lo spauracchio del licenziamento.

A parte il fatto che l'esperienza quotidiana di ognuno è ricca di esempi che così non è e che anche nel privato la qualità del lavoro è spesso pessima, nessuno sembra preoccuparsi (perché non è invitato a farlo, in quanto questo non sarebbe di tornaconto agli interessati) di quanto anche in quel settore di rubi, sia direttamente dalle tasche del singolo, sia dalle casse dell'Erario che sono poi le nostre tasche collettive.

Ai ladrocini di categoria 1 appartengono, per esempio, lo spropositato aumento dei prezzi dopo l'introduzione dell'euro, la pessima qualità dei prodotti venduti dovuta alle mutate politiche produttive (esternalizzazioni e parcellizzazioni, ricorso al lavoro precario necessariamente meno qualificato, risparmio sulla qualità dei materiali a parità di prezzo di vendita il che permette un guadagno ancor maggiore sia per l'aumentato ricarico, sia perché la roba dura meno e va cambiata più spesso), il bombardamento pubblicitario che contribuisce anch'esso all'aumento del prezzo finale e crea bisogni indotti e completamente superflui, il furto dei posti di lavoro ricollocati in aree più povere con conseguente sfruttamento di quegli infelici e impoverimento del Paese e che non è sanzionato da alcuna legge, mentre dovrebbe esserlo al pari della fuga dei capitali.

Mentre a quelli di categoria 2 sono ascrivibili, oltre ai suddetti dislocamenti produttivi che naturalmente avvengono anche in posti in cui di tasse se pagano meno e corrompendo non se ne pagano affatto, l'ovvia evasione fiscale e un'altra, più sottile forma di fregatura collettiva: i finanziamenti pubblici alle imprese. Imprese già partite, che manager pagati a palate non sanno gestire adeguatamente o che investono appositamente in aree di nessun pubblico beneficio, salvo poi battere cassa a Pantalone quando si tratta di “salvare posti di lavoro” (FIAT docet), o imprese non ancora nate e presumibilmente destinate a effimera vita di produttori di altra roba inutile, di altro inquinamento e di altro consumismo, che ricevono cospicue prebende anche a fondo perduto sotto forma di aiuto allo start-up d'impresa; per tacere dei contributi pagati per favorire l'inserimento nel mondo del lavoro di soggetti che, finita la manna, sono immediatamente licenziati per far posto ad altre vacche da mungere.

Non mi pare però che gli strali pubblici abbondino nei confronti dei responsabili di questo gigantesco impoverimento collettivo, che sono poi coloro che capitanano il tessuto produttivo del Paese; anzi, costoro sono visti come gli artefici dell'Eldorado di cui sopra, il cui unico ostacolo, già lo sappiamo, è la presenza di quei parassiti che sono a libro paga dell'INPDAP.

Ecco, a parte le ovvie considerazioni che, essendo i paladini del privato anche i possessori di TV e giornali, è naturale che orientino l'informazione come piace a loro, credo che ci sia anche un altro motivo.

I dipendenti pubblici sono ormai praticamente gli ultimi rimasti a godere di qualche diritto degno di questo nome e ad avere un qualche margine di manovra nell'incastrare quelli che ora si sogliono definire tempi di lavoro e tempi di vita: possono chiedere il part-time, l'aspettativa e i permessi parentali e formativi con qualche speranza di vederseli concedere, possono evitare di riprecipitarsi al lavoro quando i loro figli hanno 3 mesi e un giorno, hanno spesso l'orario flessibile, dispongono di una serie di permessi che, anche se goduti, non li condurranno al licenziamento o a pesanti ritorsioni.

Ho l'impressione che sia proprio questo a dare tanto fastidio ora come ora: che ci siano in circolazione dei lavoratori che riescono a mantenere un po' di dignità e di autonomia, che lavorano senza l'incubo di sentirsi sempre fiatare sul collo e di dover inseguire il fantasma della produttività che, assediati dai rifiuti come siamo, è semplicemente grottesco. Che ci siano dei lavoratori che sono anche tali, ma che sono anche persone, coniugi, amanti, genitori, figli, fratelli, amici, compagni e possono svolgere tutti questi ruoli nella loro esistenza, senza essere costretti dal ricatto pecuniario a non essere che macchine attaccate ad altre macchine per vomitare sempre più roba, sempre più soldi, sempre più palle che non servono che a chi le butta sul mercato.

Costoro devono essere vituperati perché la gente prenda per odiosi privilegi le loro condizioni contrattuali che invece hanno i requisiti minimi per essere considerate umane, mentre ormai la filosofia del lavoro alla quale si vuole ritornare è quella ante lotte sindacali. Purtroppo la storia delle persecuzioni ci insegna che è molto più facile dare a bere queste montature che provocare nell'uditorio una reazione minimamente critica.

Non mi aspetto pertanto che qualcuno alzi la voce per difendere la categoria, in primis i sindacati, che come ho scritto qualche giorno fa si sono solamente affrettati a reclamare anche per noi il diritto alle 60 ore settimanali di abnegazione.

Per quanto mi riguarda, e lo dico contro la mia anima profondamente metropolitana, c'è sempre l'opzione di andare a coltivare l'orto.




permalink | inviato da troppagrazia il 17/6/2008 alle 16:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


11 giugno 2008


SERVAS SU TDF

Tempi di Fraternità pubblica questo mio articolo su Servas nel numero di giugno.

Bulimia del viaggiatore che vuol vedere tutto e nel minor tempo possibile: un’ingordigia di immagini senza volto, indifferente ai contenuti, sorda alle situazioni e cieca di fronte alle differenze. Assistiamo ad un paradosso estremo: nel mondo in cui tutti viaggiano, il viaggio si eclissa, resta il puro agitarsi.

Franco Ferrarotti

Per spiegare cos’è Servas mi piace partire da un paradosso. Ripensate alle prime raccomandazioni che avete ricevuto quando eravate piccoli, ma già emancipati dalla protezione familiare al punto da avere una vostra vita sociale autonoma, benché magari limitata ai giardinetti dietro l’angolo: “Non parlare con gli sconosciuti, non accettare nulla da loro”; e più tardi, quando mamma e papà azzardavano un’uscita a due lasciandovi a casa da soli: “Non aprire a nessuno”.

Precauzioni sacrosante, intendiamoci, ma che illustrano bene quanto l’ignoto sia nel nostro immaginario carico di aspettative angosciose come se necessariamente, e non solo con una probabilità tutto sommato limitata, debba contenere qualcosa di negativo. La diffidenza appresa da bambini fa presto a superare i giusti confini dell’autotutela per cui era stata inizialmente concepita e a espandersi fino a diventare a volte un sospetto indistinto e generalizzato verso tutto ciò che è nuovo: cibi, posti, situazioni, abitudini, persone. L’Altro è diverso e quindi potenzialmente pericoloso, tanto ci basta. Non ci interessa saperne di più.

Ecco, Servas è un’associazione di persone che contravvengono felicemente a quei vecchi consigli pieni di buon senso. Persone che incontrano altre persone di cui nulla sapevano fino al giorno prima, cui aprono le porte di casa loro o che da loro sono accolte pochi chilometri più in là o dall’altra parte del mondo. Persone che quando arriva una chiamata da un numero sconosciuto non pensano solo a un errore, che quando giunge una mail da un mittente ignoto non immaginano l’ennesima spam, ma che piene di curiosità pregustano il fatto che potrebbe essere un nuovo visitatore, una nuova scoperta, magari addirittura un nuovo amico.

Servas (che in esperanto significa io servo) è stata un'idea di Bob Luitweiler, un signore che, fin quando non se n'è andato a 89 anni poche settimane fa, ancora era felice di avere ospiti nella sua San Francisco. Un’idea spiazzante nella sua semplicità, nata dall’orrore suscitato dai lunghi anni della guerra: se le persone dei più disparati Paesi si incontrassero si accorgerebbero che, contingenze ambientali e culturali a parte, siamo tutti uguali; smetterebbero di considerarsi potenziali nemici; si rifiuterebbero di partecipare ad altri conflitti. E dove potrebbero incontrarsi tutte queste persone? Nel posto più ovvio: nelle loro case, ospitando o essendo ospitati.

L’idea si è diffusa pian piano, in un discreto ma efficace tam-tam, senza bisogno di comprare spazi pubblicitari sui giornali o in mezzo ai programmi TV: io sono la coordinatrice per il Piemonte da tre anni e tutte le numerose persone che ho iscritto hanno conosciuto Servas tramite il passaparola. Le parole viaggiano e comunicano cose anche molto diverse da quelle che ci propinano i molti indottrinamenti cui siamo esposti. Servas è ora diffusa in moltissimi Paesi del mondo e funziona dappertutto grazie al lavoro dei volontari che intervistano i nuovi iscritti, organizzano le riunioni, scrivono sul notiziario, raccolgono le quote e gestiscono la contabilità, offrono pasti, docce, informazioni turistiche, compagnia, condivisione, aiuto, a volte anche conforto, il tutto senza che avvenga alcuno scambio pecuniario tra le parti in questione.

Avrei potuto dire “gratis”, ma non lo dico e non solo per scoraggiare l’approccio utilitaristico di quelli che già si fregano le mani pensando di poter girare il mondo senza pagare l’albergo. Non lo dico perché non penso affatto che essere in Servas, come volontari dell’organizzazione o come “semplici” soci, non costi nulla: affittare una stanza comporta una semplice strisciata della carta di credito, costruire una relazione con chi si incontra sul proprio cammino fa “spendere” molte più energie, disponibilità, tempo e neuroni eppure è questa la chiave di tutto – la filosofia Servas non è quella di avere la stanza per l’ospite nella propria villa di 500 m2, ma quella di avere lo spazio mentale ed emotivo per l’ospite nella propria vita spesso così strapiena di impegni, impicci e problemi da affrontare sempre di corsa.

Né penso che questo prodigarsi, al contrario, sia solo un’uscita nel bilancio della vita. Esperienze, incontri, rapporti che si intrecciano spontaneamente sono l’unica ricchezza veramente scevra da ogni implicazione economica, una moneta di scambio universale che non ha quotazioni in Borsa e che sfugge alle valutazioni degli speculatori. Il solo fatto di uscire da questo gioco globale, dalle logiche del mercato che vuole monetizzare tutto, dalla concezione del viaggio come mero consumo compulsivo da svolgersi in luoghi che sono i cloni del nostro anonimato quotidiano è una soddisfazione impagabile. Ed è anche un gesto concreto e profondamente rivoluzionario alla portata di tutti.




permalink | inviato da troppagrazia il 11/6/2008 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
sfoglia     maggio   <<  1 | 2  >>   luglio