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troppagrazia [ L'impiego fisso è una "malattia lieve", una dimensione in cui non si vive realmente, dove si contano le ore e i minuti prima che tutto sia finito (Frithjof Bergmann) ]
 


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Giuliana Cupi
kilombo Candidata a DONNEèWEB 2008

2 aprile 2008




Una volta i potenti per sottomettere il popolo usavano la forza, le leggi e la religione; ora dispongono anche del calcio e della televisione -  Carl William Brown


Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipende dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante e peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertolt Brecht

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri Paesi.
Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti.
Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.
Sultan Salman al-Saud
Astronauta dello Shuttle Discovery, 1985


The conditions in which men live upon earth are the result of their state of consciousness.
To want to change the conditions without changing the consciousness is a vain chimera.
Sri Aurobindo



“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
(La chiave a stella, Primo Levi)




Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c'est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

Le temps perdu - Jacques Prévert

 

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire



Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo
a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad
adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè
Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il
re".
J.A. Thom


20 luglio 2008


FALSI AMICI

Se il Decreto Tremonti è ancora ampiamente misconosciuto a molti (anche purtroppo dei diretti interessati), della genialata suprema partorita dalla fervida mente di Brunetta non si sente proprio parlare e invece è più che opportuno sapere cosa il destino ha in serbo per noi. Trattasi del mirabolante progetto Reti amiche, capolavoro della paranoia di Stato che sembra essere diventata la ratio delle leggi recenti e venture come quella sulle impronte digitali per tutti o sullo stravolgimento del potere giudiziario per difendersi dal comunismo che lo impregna.

Le Reti amiche (di seguito RA), in rapida sintesi, permetteranno ai cittadini di fare a meno della malvagia e onnipresente Pubblica Amministrazione (di seguito PA) sostituendola con una costellazione di soggetti che, diversamente da questa, vogliono bene al pubblico: tanto per cominciare, le Poste (sì, proprio le vituperate Poste!) e i tabaccai, poi le farmacie, le banche, i Carabinieri e via dicendo. Queste oasi di benessere forniranno tutta una serie di servizi, dal rilascio di documenti amministrativi all'accettazione di bollettini INPS fino all'erogazione ai pensionati di somme minime di denaro tramite apposito Bancomat.

Ora, l'incoerenza interna del proclama è talmente tanta che è probabile che il mio sforzo di sintesi non basterà a non dimenticare qualcosa; ma ci provo lo stesso.

La semplificazione della documentazione amministrativa (DPR 445/00). In Italia da quasi dieci anni vige una legge secondo la quale la PA non può chiedere documenti al cittadino: è obbligata ad accettare l'autocertificazione e la dichiarazione sostituiva di atto di notorietà. Le occasioni per cui è necessario recarsi in un ufficio pubblico affrontando code e attese, perciò, sono diminuite notevolmente: negli ultimi nove anni io sono stata assunta da due diverse Amministrazioni e non ho dovuto fornire loro neppure un pezzo di carta. Per accertare la veridicità delle dichiarazioni le PPAA comunicano tra di loro e lo fanno da un bel po' di tempo, ma chi ha inventato le RA non lo sa o finge di non saperlo.

A ciascuno il suo mestiere. Esistono naturalmente ancora diversi casi in cui andare in un ufficio pubblico è necessario: per esempio, all'Anagrafe per il cambio di residenza. L'impiegato che sbriga la pratica e rilascia quanto richiesto è un pubblico ufficiale, cioè una persona che ha il potere di attestare una condizione o stato tramite un documento che, proprio in virtù della carica di colui che l'ha prodotto, fa fede pubblica. Se un documento viene emesso da un'autorità che non è legittimata a farlo si configura un vizio di incompetenza che inficia la validità dell'atto stesso.

Nel progetto di RA si parla di “terminali di un pezzo della PA che interrogano ed erogano servizi dell'intera PA”, ma l'Anagrafe non può emettere visure catastali, né l'INPS rilasciare un documento di identità. Tanto meno può farlo un tabaccaio, che è un privato cittadino e che non mi piacerebbe affatto avesse accesso alle banche dati del Comune o di altre PA, anche perché, diversamente dagli impiegati di queste, non è tenuto al segreto d'ufficio. Inoltre non si capisce perché, andando in una PA a farmi fare il certificato di un'altra, risparmierei tempo e fatica.

Il ragionamento che sta dietro tutto questo è molto semplice: delegittimare il ruolo della PA e di chi ci lavora lasciando intendere che quello che fa è talmente poco importante che chiunque altro dentro o addirittura fuori l'Amministrazione è in grado di farlo a sua volta.

La Rete, quella vera. Le RA dovrebbero “permettere a fasce marginali della popolazione di usufruire dei vantaggi offerti da Internet e dalle ITC”: non si capisce come, a meno che con questo non si intenda il fatto che i tabaccai si doteranno di mezzi per la trasmissione telematica dei documenti (il caro, vecchio fax? Ce l'hanno già, grazie). Perché la gente godesse della comodità di Internet bisognerebbe che se lo potesse permettere, che lo sapesse usare (mentre naturalmente il nostro analfabetismo informatico è ben noto) e che le fosse consentito di avvalersene per semplificarsi la vita, per esempio per pagare i contributi INPS dei lavoratori domestici di cui si dice: “Una procedura simile a quella cui sono sottoposte le aziende ma che pesa sulle spalle delle famiglie, naturalmente assai meno attrezzate. Quest’operazione potrà essere svolta presso uno qualsiasi dei punti della Rete (Tabaccai e Poste), con le stesse modalità e impiego di tempo necessari per giocare dei numeri al Lotto o spedire una raccomandata”. Quello che pesa sulle spalle delle famiglie è il costo economico dei contributi e non certo il fatto di dover andare in Posta a pagarli: questa operazione si svolge già con le stesse modalità e lo stesso tempo di una raccomandata, ma di nuovo chi scrive non lo sa o non vuole saperlo. Quello che veramente farebbe risparmiare tempo sarebbe poter fare un semplice bonifico on-line dal proprio conto, ma questo non è consentito. Tutto il resto, compresa la fantascientifica promessa di “ridurre la mobilità fisica a vantaggio di quella virtuale” (teletrasporto?), è fumo negli occhi.

Il Bancomat delle pensioni. “Per i pensionati a basso reddito, che costituiscono la maggioranza deicasi, recarsi a ritirare la pensione è già un rischio, sottoposti come sono alla giostra degli scippi”: devi veri imbecilli questi scippatori, perché non si si occupano dei pensionati benestanti?

“L’accredito sul conto corrente riguarda invece una minoranza e risulta difficile a quanti domiciliano (sic) in Comuni diversi da quelli di erogazione”: che cos'è il Comune di erogazione della pensione? Chi domicilia cosa? Qualcuno mi spiega questa frase?

Ed ecco il Bancomat delle pensioni: “In qualsiasi posto si trovino sarà possibile recarsi presso un punto della Rete e chiedere di prelevare cifre anche modeste fino a 10 € annullando i rischi”.

Il motivo per cui molti anziani non si fanno accreditare la pensione su un conto sono molteplici: economici, culturali, di mancanza di aggiornamento. Magari hanno così pochi soldi che non ritengono sia il caso di aprirne uno o sono abituati da decine di anni a tenere i soldi in casa e non hanno l'intraprendenza sufficiente, la voglia, l'energia per cambiare un'abitudine consolidata; di fronte alla tecnologia, poi, vanno in crisi totale e, se non hanno imparato a usare una diavoleria come il Bancomat in tempi di maggior freschezza mentale, è difficilissimo che lo facciano a un'età più avanzata. L'immagine dei vecchietti che vanno a prelevare 10 euro dal tabaccaio con la tessera magnetica non mi pare molto credibile e poi basterebbe che la notizia si diffondesse perché i vari mariuoli cambiassero zona di lavoro per scipparli pure lì: o l'esercente si offrirebbe pure di scortare il vegliardo a casa?

Anche mia madre è andata avanti fino a pochi anni fa con il libretto al portatore, scomodissimo oltre che pericoloso, finché non l'ho fatto trasformare in un conto corrente. Dopo cinque mesi la pensione ancora non vi arrivava sopra e naturalmente pensai subito che l'INPDAP avesse sbagliato qualcosa o se ne fregasse di mandare avanti la pratica. Invece, proprio dietro suggerimento della persona che al telefono avevo quasi insultato, feci un rapido controllo e constatai che a non aver ancora provveduto era la banca: la privatissima, efficientissima, amichevolissima banca.

Il costo vivo. Ho colto l'occasione della domanda per il passaporto nuovo per fare una rapida inchiesta e ho chiesto in Posta se avrei potuto presentarla lì. Risposta: costa dieci euro di più e ci mette tre – quattro mesi invece che 35 – 40 giorni. “C'è un passaggio di più”, mi ha spiegato lo sportellista, “dobbiamo farlo avere noi alla Questura”. Meditate, gente, meditate...

Il cittadino cliente. Non poteva certo mancare uno dei più vecchi cavalli di battaglia del berlusconismo d'accatto: il cittadino cliente, quello con cui si firma il contratto in campagna elettorale. L'operazione RA abbonda di metafore commerciali, da quella della concorrenza tra i soggetti che compongono la rete a quella della “logica demand driven dove sono le esigenze dei cittadini-clienti a guidare le tipologie di beni e servizi pubblici e le modalità con cui questi sono erogati”. Conosciamo benissimo questa logica imperante e ne vediamo gli effetti quotidianamente: aumento di beni e servizi prodotti, spesso superflui, ma inventati a bella posta per dimostrare che si può avere tutto e subito; e induzione di esigenze altrettanto inesistenti nella clientela (cittadinanza) in modo da alimentare il circolo vizioso: basta leggere il POF (Piano dell'Offerta Formativa) di una qualsiasi scuola media in competizione aziendale con una sua simile per trovarvi un inaudito assortimento di possibilità didattiche, meno probabilmente che un po' di cultura di base. Già adesso negli uffici postali si vendono libri (di infima qualità) e altra paccottiglia, non oso immaginare a cosa potremmo assistere se questo approccio prendesse piede: pensate per esempio se il cittadino cliente andando all'Anagrafe volesse trovare pure le previsioni del tempo. Altro che snellimento delle procedure...

Purché non sia PA. GS mi ha tolto le parole di bocca scrivendo: ”Brunetta insegue il consenso del popolino, quello per intenderci che se è in coda al supermercato fa il bue e non protesta e se, invece, è in coda alle Poste è sicuramente perché l'addetto allo sportello non sta lavorando abbastanza”. Gli italiani fanno code in un sacco di posti per ottenere servizi che pagano profumatamente (oltre che nei centri commerciali, in autostrada o nelle anticamere dei medici privati) senza battere ciglio né invocare la testa – o meglio il posto – di chi sta loro infliggendo quella seccatura; ma quando mettono piede in un ufficio pubblico si trasformano d'incanto in giustizieri che hanno nello stakanovismo il metro per decidere chi dovrà vivere e chi dovrà morire.

Le RA riproducono fedelissimamente questa contraddizione. Le PPAA sono luoghi distanti, disagevoli, odiosi, infliggono “l’onere aggiuntivo della scomodità e della perdita di tempo: si pensi al doversi obbligatoriamente recare presso uffici pubblici, spesso collocati in luoghi senza parcheggio”. A parte quest'ultima osservazione grondante ecologia e sostenibilità (dobbiamo pensare che si sperpereranno miliardi per creare parcheggi di fronte a ogni tabaccaio?), possiamo osservare che gli uffici pubblici sono organizzati logisticamente per dare un minimo di comfort a chi aspetta mettendogli a disposizione una sedia su cui sedersi, mentre lo stesso non si può dire dei loro surrogati; e che lamentarsi dell'obbligo di andare in un ufficio pubblico per una determinata pratica equivale a lagnarsi della necessità di recarsi dal medico per essere visitati. “Si passa dalla cultura del “numeretto” e della fila a quella della passeggiata e del contatto personalizzato”: questa frase è talmente patetica che non meriterebbe nemmeno di essere commentata. Hanno appena finito di dire che gli uffici pubblici sono scomodi perché non sono raggiungibili in auto che ce la menano con il piacere di fare quattro passi per andare da chiunque, purché non dipenda da un Ministero o da un Ente locale.

Curiosamente non si rintraccia menzione sulla perdita di tempo – quella sì fenomenale – cui si è sottoposti nelle strutture del SSN o in quelle dei Servizi Sociali e di cui ho avuto modo di parlare molte volte in passato: nessuno avverte la necessità di avvalersi delle nuove tecnologie per evitare alla gente la via crucis di tre code diverse in tre diversi luoghi per una singola visita o prestazione. Sarà che tutto ciò alimenta il florido giro d'affari della sanità privata e che, come mi disse un'assistente sociale, “le procedure sembrano fatte apposta per scoraggiare chi si rivolge a noi”.

Dove si vuole andare a parare. Uno degli obiettivi che si prefiggono le RA è “la possibilità di ridurre gli uffici dedicati a basso traffico, fin qui sopravvissuti proprio perché privi di alternative”. Ergo: svuotiamo gli uffici che servono molta utenza dirottandola altrove così diventano a basso traffico; a quel punto potremo dire che non rendono e chiuderli, dopo averli sostituiti con soggetti privati che a noi non costano, ma al cittadino che se ne serve, sì. Vorrei far notare che, se un ufficio è a basso traffico, non ci si perde tempo, non si fa la fila e magari non si deve prendere neppure l'aborrito numeretto.

Ma l'enfasi sulla pratica sotto casa a tutte le ore si inserisce bene nella filosofia del lavoratore totale, stressato, sempre di fretta, che non ce la fa neppure a sbrigare le normali commissioni quotidiane e deve pagare per poter avere quello che con una maggior disponibilità di tempo potrebbe ottenere a costo zero. Il problema delle code ovunque, sia quelle deprecabili del pubblico che quelle ben accette del privato, si risolve anche ampliando la possibilità della gente di andare nello stesso posto, ma in momenti diversi, grazie alla flessibilità oraria, al part-time, a una maggior padronanza e a una miglior gestione della propria vita: tutte cose di cui siamo minacciati di essere privati sempre più massicciamente.

La domanda del passaporto l'ho poi portata io al Commissariato di zona: il mio venerdì non lavorativo serve anche a questo. Il poliziotto di turno, quando ha saputo che non ero lì a pregarlo di fare in fretta perché come tutti l'indomani sarei partita, ma che mi portavo avanti con il lavoro proprio per evitare affannose circostanze del genere, ha esclamato: “Signora, fossero tutti come Lei!”.

Tutti sarebbe troppo. Ma almeno il 50% + 1...




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19 luglio 2008


VENIAMO A NOI

La dolosa pretestuosità dei discorsi di Brunetta trova, caso mai se ne fosse sentito il bisogno, un'ulteriore conferma nelle motivazioni da lui addotte per la decurtazione del salario accessorio degli impiegati pubblici sparate in prima pagina dalla Repubblica di oggi: “nel pubblico devono valere le regole del privato”.

Se le gira e se le rigira a suo piacimento, le regole, dal momento che quelle contenute nell'ancora troppo ignorato Decreto Tremonti riguardo la PA e chiaramente ispirate da lui sono di tutt'altro tenore: il pubblico dipendente diventa oggetto di un trattamento affatto diverso da quello di cui gode il lavoratore del privato a esclusivo uso e consumo della credulità di chi pensa che, una volta castigati noi fannulloni, tutto come per magia migliorerà all'istante.

Per la riduzione dello stipendio durante i primi dieci giorni di malattia vi rimando al post che ha scritto ieri sera GS con una sintonia che ha del telepatico rispetto alle mie intenzioni; lo stesso per la tanto sbandierata visita fiscale che a quanto pare ci incomberà addosso fin dal primo minuto di malattia.

Ma potremmo parlare, per esempio, dell'ampliamento dell'orario durante il quale il lavoratore assente per malattia è tenuto a essere in casa: praticamente tutta la giornata, salvo quella che viene giustamente definita “l'ora d'aria” molto opportunamente situata tra le 13 e le 14, quando cioè i negozi sono chiusi e molti medici di famiglia non ricevono perché hanno fatto ambulatorio la mattina oppure perché lo faranno il pomeriggio e quindi già possiamo prevedere un'impennata di richieste di visite a domicilio (a proposito, davvero spassoso specificare che le assenze per malattia vanno certificate dal medico del SSN, pensavo che bastasse la giustificazione dei genitori). Una misura meramente vessatoria che colpisce in particolare le ormai molte persone che vivono da sole, basata sul principio che se il lavoratore non è in grado di essere tale per qualche tempo debba essere recluso in casa – il che è insensato e non necessario in diversi casi, dalla frattura di un braccio alla convalescenza dopo un intervento chirurgico o un incidente – e che sia una semplice macchina che non ha esigenze e necessità personali, ma esiste solo per produrre. E' la filosofia che animava la sentenza che scaturì dalle labbra di una collega del Personale durante un corso di aggiornamento sulla rilevazione presenze: “Certo che chi gode dei benefici della 104 non deve approfittarne per andare a fare la spesa”. Come se fare la spesa fosse un sollazzo e non un ulteriore aggravio di fatica che chi assiste un invalido spesso si trova a dover fare per due ménage (quello dell'invalido stesso oltre al suo) barcamenandosi in un difficilissimo equilibrio tra lavoro, spostamenti e costo orario dell'assistenza.

E a proposito di permessi, sono pochi quelli che non prevedono la corresponsione del mero stipendio base e apparentemente quelli della 104 o le 150 ore per lo studio non rientrano nella categoria. Certo, lo stesso GS definisce le differenze “pidocchiose”, ma sta di fatto che tra le altre cose si colpisce il diritto alla formazione e quello alla cura dei familiari in gravi condizioni di salute.

Anche il ricorso al part-time viene almeno formalmente ostacolato, in quanto d'ora in poi dovrebbe essere concesso a discrezione dell'Amministrazione la quale può negarlo anche in caso di semplice impedimento all'attività lavorativa, mentre prima l'autorizzazione era automatica tranne in caso di impedimento grave. Si aprono così prospettive di grande disparità di trattamento, ideali per favorire gli ammanicati di turno, e anche qui al solo scopo di peggiorare la vita del dipendente pubblico e deprivarlo di un ulteriore diritto. Il ritorno economico è zero, perché il lavoratore a part-time, com'è ovvio, guadagna proporzionalmente meno, ma non mi stupirei che in certi ambienti la vulgata fosse indotta a pensare che a orario diminuito corrisponda uguale stipendio.

Ma il discorso economico non finisce qui, perché l'affondo finale è costituito dalla scomparsa della voce “salario accessorio” dalle buste paga almeno nell'anno 2009 e dalla riduzione dei fondi per la contrattazione integrativa. I giornali naturalmente ci marciano su con gran scalpore pubblicando cifre che sono una media tra ciò che percepiva la categoria A e quello che intascava il mega Dirigente (ce ne sono che cumulano fino a cinque cariche apicali e non so perché, ma ho il sospetto che nessuno li sposterà da dove stanno) e quindi aspetterei a condividere il catastrofismo, ma la mossa è chiara.

La precarizzazione senza limiti del lavoro e l'aumento selvaggio dei prezzi seguito all'introduzione dell'euro, fenomeno che sono sempre più convinta sia stato dovuto non all'indifferenza di chi avrebbe dovuto calmierarlo, ma a un preciso disegno di pauperizzazione della società, hanno preparato il terreno perché chi si proclama salvatore della Patria possa farlo attentando ai diritti civili, in particolare a quelli dei lavoratori, che per sopravvivere dovranno sgobbare dieci – dodici ore il giorno disinteressandosi a tutto e sprecando il poco tempo libero dalla fatica in intrattenimenti di “evasione”, parola che non a caso nella lingua italiana si usa in àmbito penitenziario. Il Paese è pronto per essere consegnato nelle mani di quelli che hanno tratto vantaggio dal progressivo peggioramento delle cose, cioè quelli che detengono il potere economico e che per conservarlo e aumentarlo si sono accaparrati pure quello politico: basti ricordare chi era al Governo anche nel 2002, quando finì la felice epoca della svalutazione della lira e la geniale razza degli imprenditori nostrani cominciò a scaricare i rischi d'impresa sui lavoratori licenziandoli in massa e trasferendo la produzione nel Terzo Mondo perché era l'unico modo cui riuscirono a pensare per rendere i loro leggendari prodotti concorrenziali sul mercato internazionale.

Adesso Brunetta ci viene a raccontare che è colpa dell'inefficienza della PA se, finita la cuccagna del gioco dei cambi, l'economia va in malora e suggerisce di prendere esempio da Versace (sic!): leggetevi in Gomorra l'allucinante resoconto degli orgiastici aggrovigliamenti tra produzioni di alta moda e camorra per capire come.

A me pare invece evidente qualcos'altro: che in questo panorama di paura e ricatto generalizzato il lavoratore pubblico è l'ultima resistenza da abbattere. I suoi privilegi – i diritti di cui abbiamo già parlato, la sicurezza di un introito per quanto di più che modesta entità, il fatto di disporre di una certa quantità di tempo libero – lo rendono un fastidioso impiccio alla piena realizzazione del disegno sopra illustrato. Bisogna spaventarlo, impoverirlo, minacciarlo, incatenarlo alla scrivania.

Non solo: la macchina della pubblica amministrazione, con tutti i suoi limiti e le sue magagne, funziona ancora da bilanciamento all'arrembaggio di chi vuole imporre solo le leggi del suo tornaconto. La presenza sul territorio di Enti governati da organismi rappresentativi moltiplica la possibilità che a livello locale il dissenso e la censura su quanto imposto dall'alto vengano resi noti e ostacolati per quanto possibile: bisogna eliminare la pervasività di questo controllo e contemporaneamente scardinare il sistema di servizi pubblici liberando così ghiotte quote di mercato per chi li vuole privatizzare e allo scopo si batte molto sul concetto dell'eliminazione degli Enti inutili che a detta del Sottosegretario agli Interni sono, come si legge in altra parte del giornale, “tutti quelli intermedi che dimostrino di non essere più convenienti (...). Meno Enti ci sono e più la PA funziona”.

Per esempio, dico io, a questo punto perché tenersi un inutile Parlamento, quando il Presidente del Consiglio e il suo entourage bastano e avanzano a fare meraviglie per il Paese con cui comunicano direttamente a suon di spot pubblicitari?




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17 luglio 2008


IL PAESE DA DISTRUGGERE

Prendo spunto dal titolo del filmato con cui Edoardo spiega la sua decisione di scrivere un blog in inglese per raccogliere alcuni episodi che bene illustrano perché vivere nel posto in cui ci accade di farlo è così irritante, faticoso, sgradevole. Il materiale non manca, si potrebbe pensare di farne una nuova rubrica…

Sicurezza

Un’amica trova in un negozio dalle sue parti i pantaloni che cercavo da tempo e molto gentilmente li fa mettere da parte. Pochi giorni dopo vado dunque con lei per concludere l’acquisto, ma l’articolo non si trova più. Suggeriamo che possa essere altrove o che addirittura sia stato venduto ad altra cliente in un momento di distrazione, ma la padrona non ha dubbi: l’hanno rubato. Non si capisce come, dal momento che si tratta di una di quelle mercerie un po’ datate, piccolissime, fornite di una porta pesante e del molesto campanello che ogni volta che gli si passa accanto (cioè continuamente, date le dimensioni della bottega) fa plin plon, ma la signora non sente ragioni: qualcuno è entrato approfittando di una sua temporanea trasferta nel retro o alla toilette, si è appostato al solo scopo di cogliere l’attimo fuggente adatto a sottrarle proditoriamente un pinocchietto del valore commerciale di euro 15 – solo quello, tutto il resto c’è. D’altronde non è la prima volta che capita, ormai non si è più tranquilli da nessuna parte, con quello che si sente in giro non c’è da stupirsi…stranamente non saltano fuori i Rom, me li aspettavo per completare il catalogo di frasi fatte.

Il lunedì successivo l’amica mi richiama con un tono tra il divertito e l’imbarazzato: i pantaloni sono riapparsi e c’è ragione di credere che non si siano mai allontanati. Erano stati semplicemente riposti altrove com’è normale che capiti, solo che si fa molto prima ad accusare qualcun altro che a dubitare anche per un attimo della propria presenza mentale.

Quando mia madre dimenticava la cose per casa, il che succedeva molto frequentemente, accusava le masche e questo perlomeno permetteva di esorcizzare il pericolo con una semplice testa d’aglio. Oggi purtroppo si ritiene di doversi cautelare con una croce sulla scheda elettorale e come i fatti ci dimostrano spesso il rimedio è peggiore del male.

Integrazione

Corsa serale dell’autobus. Sul mezzo come il solito solo stranieri, spostati e sfigati come noi che per andare al cinema lasciano l’auto a casa: tutti elementi disfunzionali della società, insomma.

Due donne marocchine hanno occupato il passaggio tra i sedili con un’enorme borsa di plastica, il cui ingombro giustificherebbe il pagamento del biglietto che quasi sicuramente è stato invece evitato. Sale una famigliola pittoresca il cui padre dall’occhietto spiritato spinge il passeggino del bimbo più piccolo invece che piegarlo e appenderselo al braccio come dovrebbe fare e quindi al momento in quanto a omissioni siamo 1 – 1.

Il tizio bofonchia qualcosa all’indirizzo della proprietaria del collo osservando che bisognerebbe spostarlo e quella tace per alcuni lunghissimi minuti durante i quali sembra raccogliere tutta la rabbia che ha in corpo. Quando è bella carica si gira verso l’altro e con voce isterica si mette a sibilare che quello in torto è lui e non muove di un centimetro il suo bagaglio.

La cosa pare finita lì, ma poco dopo le due scendono. Le porte si chiudono, ma il bus non si muove in attesa del semaforo verde ed è così che la donna dà sfogo a quello che le rimane da dire urlando al suo interlocutore attraverso il finestrino aperto una varietà incredibile di insulti pesantissimi che fanno capire a tutti quanti che l’italiano, almeno quello che si impara negli angiporti, non ha più misteri per lei.

La reazione non si fa attendere, l’apostrofato scatta come una molla in piedi sul sedile e da qui si spenzola fuori della vettura rispondendo con una dose di aggressività se possibile ancora maggiore che essendo diretta a un’immigrata non risparmia considerazioni di natura etnica e sessuale. Il tasso di violenza percepibile nell’aria è altissimo, disturba quasi fisicamente, se i due non fossero divisi dalle porte dell’autobus di sicuro sarebbero già avvinghiati in un confronto fisico.

La gragnuola di improperi finisce solo quando la moglie del litigante si decide a urlargli di darsi una calmata mentre la corsa riparte. L’odio che è traspirato però ce ne mette a sparire, me lo sento ancora addosso ore dopo insieme al disgusto che il ricordo della scena mi provoca.

In una società priva di senso della responsabilità e di una coscienza civica a fare da minimo comun denominatore l’unica preoccupazione di chi viene còlto in fallo è rovesciare la colpa addosso a chi ha qualcosa da eccepire e anche chi non è nato qui impara subito il comodo andazzo: l’italiano che obietta, quindi, è un razzista, mentre la straniera che fa altrettanto è un’intrusa venuta a comandare a casa d’altri.

E i giudici, si sa, sono tutti comunisti.

Imprenditorialità

La storia da manuale ce la fornisce Francesco ed è quella di Matteo Cambi, il Guru delle margherite, che l’articolo linkato descrive come ragazzo di pochi studi, ma di molto “ingegno e lavoro”, tradito dal suo desiderio di imitare Briatore.

Altra lettura: il giovanotto è furbo, ha capito che in Italia per fare fortuna non servono cultura, abnegazione e aggiornamento, basta saper vellicare la vanità di chi è arrivato e di chi aspira a fare altrettanto. Si inventa una maglietta che potrebbe costare 50 centesimi e convince i VIP a mettersela dicendo che è un capo esclusivo e soprattutto regalandogliela, così che chi vuole essere inimitabile come loro se la debba accaparrare a 60 euro guadagnandone magari 1.000 il mese per poi lamentarsi di non farcela.

Il genio del marketing si arricchisce in maniera insensata e altrettanto insensatamente scialacqua il suo patrimonio secondo un cliché più che abusato: case, auto, viaggi, gnocca. E anche il sistema per fregare il fisco non è un capolavoro di originalità: tutto camuffato da spese aziendali, così poi si scarica che è una bellezza. La cosa più stupefacente è in effetti l’epilogo, alla lunga è troppo perfino nel paradiso degli evasori totali e il giovanotto finisce dentro.

L’improvvisato biografo si rammarica per la fine ingloriosa di uno che “inseguiva il Bilionaire”: a commento della sua condotta anche grazie alla quale i bilanci pubblici inseguono inutilmente il pareggio, però, non una parola, neppure una di quelle tanto di moda di questi tempi.

Fancazzista, per esempio? Parassita, fannullone? La scelta è ampia.

Aggiornamento: il povero Cambi è un tossicodipendente, abbisogna di cure e comprensione. Prevedo quindi un rapido ricorso ai domiciliari, intanto l'avvocato ha chiesto la collaborazione del SERT, cioè di uno di quei servizi pubblici che il suo assistito evasore e quelli come lui contribuiscono a mandare in malora - collaborazione gratuita, va da sé, non c'è il ticket nemmeno per i cocainomani miliardari. Consiglio anche la lettura dei commenti, dove si continua a osannare un "imprenditore" del genere sputando ancora una volta sui dipendenti pubblici "che fanno 4 mesi di ferie l'anno" quando l'eroe in questione ne faceva 12 e tutti a spese nostre. Non è ancora abbastanza chiaro che tenere impegnata la gente con la caccia al lavoratore PA è il modo migliore per sfilarle il portafoglio dalle tasche senza che neppure se ne accorga.




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16 luglio 2008


60 MILIONI DI SCHEDATI

A conferma della propedeuticità del momento.

Io però gli darei più volentieri le impronte delle scarpe. Non fatemi dire dove.




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15 luglio 2008


PRESENTAZIONE DEL PROGETTO PANDORA A TORINO

Come componente della redazione di Fabio News, a sua volta componente del comitato organizzatore torinese, pubblico con molto piacere questo invito.

Pandora

FORMAT SETTIMANALE D'INFORMAZIONE

Una risposta dal basso all'esigenza

di un'informazione diversa 

Presentazione del progetto

giovedì, 17 Luglio 2008 ore 21.00

TORINO – Fabbrica delle "e" – corso Trapani, 95 

con la partecipazione di Diego Novelli e Gianni Vattimo 

nel corso della serata verrà proiettato in anteprima il promo di presentazione

L'associazione MEGACHIP, presieduta da Giulietto Chiesa, si occupa da anni di monitorare i media italiani e internazionali e si batte per un'informazione libera, a difesa della democrazia e del bene comune.

Le violazioni del pluralismo e la manipolazione delle notizie sono gli effetti più evidenti e dannosi di un sistema mediatico controllato da poteri politici ed economici, che continua a disinformare e distrarre i cittadini.

Per questo Megachip ha deciso di lanciare, lo scorso marzo, l'idea di creare una voce alternativa, indipendente e altamente qualificata che rompa il conformismo del panorama informativo italiano. In breve tempo, oltre al sostegno popolare, è arrivato quello di tanti giornalisti, artisti ed esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo che condividono e appoggiano il progetto.

Obiettivo della serata di presentazione sarà di far conoscere il progetto e lo stato di avanzamento.

Organizzato dal comitato promotore torinese in collaborazione con il Gruppo Abele

Primi sostenitori
: Giulietto Chiesa, don Aldo Benevelli, Anna Maria Bianchi, Caparezza, Sergio Cararo, Franco Cardini, Felice Casson, Paolo Ciofi, Giorgio Cremaschi, Tana de Zulueta, Arturo Di Corinto, Laura Di Lucia Coletti, Claudio Fracassi, Luciano Gallino, don Andrea Gallo, Silvia Garambois, Giuliano Giuliani, Udo Gumpel, Sabina Guzzanti, Serge Latouche, Empedocle Maffia, Lucio Manisco, Gianni Minà, Roberto Morrione, Diego Novelli, Moni Ovadia, Riccardo Petrella, Carlo Petrini, Lidia Ravera, Ennio Remondino, David Riondino, Roberto Savio, Antonio Tabucchi, Gianni Vattimo, Vauro, Elio Veltri, Dario Vergassola, Alex Zanotelli 

Per ulteriori informazioni: www.megachip.info


Per scaricare il volantino
http://www.obiettivo.info/FabioNews/Volantino17luglio.pdf




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13 luglio 2008


PURO CASO

Edoardo, eroicamente reduce dall'8 luglio a Roma, ce ne fornisce un interessante resoconto (in inglese, come tutto il suo blog, e a destra dell'articolo trovate anche il perché); segnalo anche la discussione che si è sviluppata in casa Salinas.

Sul momento più chiaccherato della giornata, una considerazione. Mi colpisce l'incommensurabilità dei termini dell'eventuale baratto: un Ministero si darebbe dunque via (e scusate il raffinato gioco di parole...) per così poco?

Non credo che la prestazione di cui tanto si parla possa essere la causa diretta di tanto effetto, ma piuttosto il sintomo di qualcos'altro: del senso, o della mancanza di senso, che si attribuisce nella cultura berlusconiana a qualcosa come le Pari Opportunità, affidate a una donna che ha fatto dell'apparenza esteriore e della facile popolarità ottenuta ancheggiando i suoi cavalli di battaglia. Una nomina che sembra fatta per sbeffeggiare il suo stesso contenuto, dato che a preoccuparsi del fatto che le donne possano finalmente dimostrare quel che valgono come persone ne è stata innalzata una i cui trascorsi sono quelli del gradevole oggetto di consumo televisivo e non solo. Una contraddizione in termini, uno svilimento culturale, una dimostrazione di voler minare dalle fondamenta l'idea stessa di parità ancor oggi solo parzialmente conquistata.

Un cavallo di Troia, insomma. E i riferimenti, come sempre, sono del tutto casuali.





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10 luglio 2008


A RUOTA LIBERA

A volte mi faccio paura da sola, come quando mi capita di leggere notizie il cui commento ho postato il giorno prima.

Godetevi per esempio le amenità del signor Vaciago che pregusta lo sfoltimento dei contingenti del Comune e ditemi se non ho ragione:

  • si compatteranno le posizioni operative (se un signore segue il bilancio e un secondo il personale, può seguire entrambi i settori una persona sola)”: in un Ente di 12.110 dipendenti (cito), infatti, può ben darsi che a occuparsi di due cosucce come il Bilancio e il Personale siano un signore di qui e un signore di lì. Sottolineo inoltre il realismo dell’aspettativa che una persona sola svolga il lavoro che ne devono fare due senza, naturalmente, che cambino gli altri parametri come l’orario di lavoro o la retribuzione. E’ la produttività in salsa moderna di cui appunto scrivevo 24 ore fa;
  • «si elimineranno le funzioni obsolete». Traducendo, scompariranno tutti le mansioni che oggi possono essere svolte comodamente da un computer (e anche qualche scrivania al Protocollo, che secondo Vaciago «in tempi attuali non ha più senso di esistere»): i computer svolgono comodamente il loro lavoro da soli? Non me n’ero accorta, il mio se non lo accendo non dà segni di vita e non è mai successo che sbrigasse pratiche al posto mio. Il protocollo, poi, per il DPR 445/00 altrimenti noto come Testo Unico sulla Documentazione Amministrativa, di senso ne ha e anche molto, dato che attesta l’invio e/o la ricezione di un documento e fa fede fino a querela di falso. I protocolli sono ormai informatizzati e quindi, per i motivi poco sopra esposti, richiedono operatori qualificati che sappiano maneggiare concetti quali “titolario” e “classificazione”;
  • “Il piano consentirà la riduzione netta dell’1% all’anno del costo del lavoro”: quanto costa lo stipendio del city manager in questione, il quale ha per sua stessa ammissione “quattro segretarie” e se ne accorge solo adesso e da anni gestisce un’azienda che ha notoriamente le finanze dissestate?

Mi attiverò personalmente per capire se è possibile che le dichiarazioni in questione siano fatte oggetto di un’interpellanza consiliare.




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10 luglio 2008


NUOVE PROSPETTIVE

Ufficio Bauhaus al 13° piano, coloratissimo. Gran viavai di ascensori, nei corridoi luci accese giorno e notte (tutta), aria solo climatizzata con temperatura da capitolato controllata ogni tre ore come quella dei malati in ospedale.

Efficienza che neanche Brunetta, alle due sono già completamente operativa.

Location salomonica a poca distanza dal Nuovo Centro Topografico della città, da casa mia sette minuti di bus - sveglia alle 7,30 ingresso post colazione alle 8,05 – che c’è il progetto di far diventare mezz’ora di decrescente e dimagrante passeggiata dall’autunno. La fermata della metro a un passo dal portone.

A regime nell'alveare ci accalcheremo in 860, un numero di residenti che qualsiasi Sindaco di montagna farebbe carte false per avere nel suo Comune. A baristi e ristoratori, quando sanno da quale Amministrazione è fornito il buono pasto che allunghiamo loro, brillano gli occhi: "Siete arrivati?". Noi siamo l'oro nel Klondike, il motivo per cui sono diventati i pionieri del monopiatto su questa frontiera.

Da una finestra, la collina. Dall’altra, le montagne. Dall’altra ancora, il cantiere.

Siamo nani che aspettano i giganti.




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10 luglio 2008


LA PREGHIERA DEL DECRESCENTE

Signore, dammi la possibilità di fare quello che so fare, i soldi per comprare quello che non so fare e la voglia di imparare a trasformare le cose di cui al punto 2 in cose di cui al punto 1.




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9 luglio 2008


COSE CHE SUCCEDONO IN RETE

Un tizio – mi rifaccio al loro stile – mi accusa di non permettere il dibattito sul mio blog perché dopo un botta e risposta di 60 (sessanta) commenti in cui non ci si rivoltava che nella sterile polemica e nell’ancor più inutile provocazione ho deciso di bannarlo; un altro mi rimprovera di non sapere la differenza tra produttività e produzione e di parlare in realtà di quest’ultima intendendo riferirmi alla prima. La quale – la produttività, dico – non è la misura del produrre di più, ma del produrre meglio, per esempio quanto si produce ora, ma in meno tempo, e se aumentata permetterebbe quindi di liberare maggiori porzioni di vita per occuparsi di sé, della propria famiglia, etc., come io stessa, si sottolinea, vagheggio sia messo in pratica.

Forse questo appunto andrebbe mosso al coro monocorde che ormai da tempo intona la stessa canzone del mero lavorare di più: detassazione degli straordinari, ritorno ai turni del sabato in molti contratti di settore, part-time semi negato ai dipendenti pubblici (ne riparleremo). D’altronde le uniche idee produttive nel vero senso della parola sono i tagli al personale e le mancate sostituzioni di chi va in pensione che sono tali perché fanno diminuire il costo del fattore lavoro, ma partendo dall’assunto che poi la produzione rimanga invariata si rende necassario far ricorso agli straordinari alleggeriti dalle tasse – ed ecco che collegarli alla produttività appare improvvisamente sotto un’altra luce.

Altro in giro non c’è e cosa dovrebbe esserci? La razionalizzazione dei processi – appunto – produttivi tipo quello di cui leggevo qualche giorno fa, che consiste nell’eliminare il suono all’arrivo di una mail che distrae gli impiegati e fa perdere non so più quante migliaia di dollari ogni anno nei soli (e soliti) Stati Uniti? O l’altro mito tanto amato, la modernizzazione frutto della ricerca che potrebbe magari far risparmiare preziosissimi attimi così come l’Alta Velocità ci mette 15 fondamentali minuti di meno a portare la gente da Torino a Milano?

E’ vero, non la produttività avrei dovuto criticare, né la produzione, ma il produttivismo, la nuova religione che predica che la Crescita ci salverà: il PIL, i consumi, l’efficienza, tutto tendente a infinito. Mi sono già soffermata nella concione di cui sopra sul concetto di utilità marginale e non sarà un caso se è decrescente per definizione

Serve a ben poco riuscire a produrre più produttivamente anche “solo” quello che si produce oggi: è evidentemente troppo, costa troppo, inquina troppo. E’ la produzione in termini assoluti che va diminuita, così come l’energia va certamente ottenuta da fonti rinnovabili eccetera eccetera, ma va prima di tutto usata di meno.

C'è però da dire che una società di persone poco ossessionate da super-lavoro, acquisti, rate, costo del carburante e mancanza di tempo sarebbe altamente improduttiva per tutti quelli che campano sulle deleghe esistenziali: fabbricanti di cibi precotti per chi non ce la fa a cucinare, agenti di viaggio per chi non ce la fa a sognare, mezzi di dis-informazione per chi non ce la fa a pensare. Io ho scelto di ridurre il mio già non pingue stipendio per avere più tempo da dedicare, per esempio, a scrivere cose dopo averle pensate, non a razzolare su Internet in cerca di persone da insultare gratuitamente sentendosi autorizzati a farlo perché ogni tre righe si scrive una parola in inglese di cui anch’io conosco perfettamente il significato, ma che non intendo usare perché questo è uno spazio di elaborazione e non una relazione per un workshop di addetti ai lavori.

Elaborazione di cui io per prima avverto il bisogno anche perché in giro, checché ne pensino i miei detrattori, queste cose le dicono ben in pochi e sono particolarmente rare a trovarsi in politica, quindi non capisco perché preoccuparsi che qualche "reazionario" le porti in un programma elettorale. Certo è molto più up-to-date parlare come tutti delle magnifiche sorti e progressive, ma per quello non c’è bisogno di votare a sinistra (e non mi inerpico nelle considerazioni), c’è tantissima offerta ovunque di queste perle di buon senso. Come ho già scritto, è proprio grazie a concetti triti come questi che ho maturato la decisione di non votare per quello che doveva essere il vessillo dei progressisti e mi pare di non essere stata la sola.

Concludo ringraziando per le dimostrazioni di apprezzamento ricevute, in particolare per quelle che mi sono giunte da persone che non conosco e che mi hanno sorpresa in modo estremamente positivo.




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