.
Annunci online

troppagrazia [ L'impiego fisso è una "malattia lieve", una dimensione in cui non si vive realmente, dove si contano le ore e i minuti prima che tutto sia finito (Frithjof Bergmann) ]
 


Il profilo di Giuliana Cupi
Profilo Facebook di Giuliana Cupi
Crea il tuo badge Add to Technorati Favorites View Giuliana Cupi's profile on LinkedIn

Giuliana Cupi
kilombo Candidata a DONNEèWEB 2008

2 aprile 2008




Una volta i potenti per sottomettere il popolo usavano la forza, le leggi e la religione; ora dispongono anche del calcio e della televisione -  Carl William Brown


Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipende dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante e peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertolt Brecht

Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri Paesi.
Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti.
Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.
Sultan Salman al-Saud
Astronauta dello Shuttle Discovery, 1985


The conditions in which men live upon earth are the result of their state of consciousness.
To want to change the conditions without changing the consciousness is a vain chimera.
Sri Aurobindo



“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
(La chiave a stella, Primo Levi)




Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c'est plutôt con
de donner une journée pareille
à un patron ?

Le temps perdu - Jacques Prévert

 

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire



Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo
a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad
adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè
Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il
re".
J.A. Thom


17 settembre 2007


SCANDALO AL SOLE

 

La botta di vita che abbiamo deciso di concederci nel fine settimana – al mare con ombrellone e veri lettini in affitto – si è subito sgonfiata appena aperta la Repubblica. A quanto pare gli articoli del giorno prima non si trovano già più sul sito (correggetemi se sbaglio) perciò dovrete credermi sulla parola se non li avete letti anche voi.

Lo scalpore balneare del giorno è che si rivoluziona la PA e sapete perché? Perché i suoi dipendenti sono fancazzisti e costosi e campano una vita di mollezze alla facciaccia nostra, anzi vostra, visto che faccio parte degli happy few in questione. Vediamo come si vellica il nostro edonismo: 29 giorni di ferie l’anno, non so più quanti di mutua e permessi assortiti donde se ne trae che lavoriamo sì e no dieci mesi l’anno, siamo cementati alle nostre scrivanie perché abbiamo una tasso di mobilità bassissimo e infine percepiamo stipendi clamorosi (30.000 euro l’anno in media) con aumenti regolari superiori all’inflazione e scatti di carriera automatici che è come dire anche a chi non se li merita. E infatti gli uffici statali sono pieni di vegliardi straricchi, quelli che il ministro vuole incentivare ad andare in pensione perché hanno già raggiunto i requisiti per sostituirli con giovani laureati “che si potranno finalmente assumere” e che costano meno.

Allora, sarò analitica:

1)      mi sono informata, sei settimane di ferie in media ce le hanno tutti pure nel privato (tutti quelli che fanno un lavoro regolare con contratto stabile e mi rendo conto che sono ormai quasi la minoranza, dei precari qualsivoglia essi siano per stavolta non parliamo), con la differenza che in quel settore spesso si chiude d’ufficio in certi periodi (piena estate, feste di fine anno) mentre nel pubblico le strutture sono aperte tutti i giorni tranne le feste comandate quindi bisogna fare i turni (all’Archivio di Stato un anno lavorai il sabato 16 agosto). L’articolo naturalmente vuole far passare il concetto che noi si sta a casa magari tutti quei giorni consecutivi, ma più di tre settimane di fila non le ha quasi mai nessuno. E le ferie vanno firmate, quindi sono passibili di non essere concesse o di essere revocate;

2)      sono figlia di dipendenti statali e lavoro, da quando lo faccio, nel pubblico: non mi risulta che essere presenti dieci mesi l’anno sia la norma;

3)      ci vuole un bel coraggio a lamentarsi della scarsa mobilità di lavoratori che, quando lo chiedono, attendono un trasferimento per anni come la sottoscritta e migliaia di altri, anche se mi rendo conto che la mobilità che sarebbe gradita è quella del genere: “si chiude  l’azienda e la si riapre 790 chilometri più in là, non abbiamo perso un posto di lavoro”, oppure l’assunzione di nuove leve rumene o moldave da far operare con telelavoro al Comune di Roma (già anni fa l’informatizzazione di non so più che catasto fu appaltata a una società albanese, rimando al mio sproloquio su quel Paese per le considerazioni del caso);

4)      30.000 euro lordi l’anno corrispondono pressappoco a 1.600 euro netti il mese: cifra che non ha mai arricchito nessuno, ma che comunque, nell’Ente in cui lavoro io, guadagnano solo le Posizioni Organizzative. Un funzionario di categoria D con laurea e magari master, in altre parole, prende molto meno. I prodigiosi scatti di carriera si possono quantificare come segue: la mia progressione orizzontale mi è valsa circa 20 euro in più il mese e attualmente ne guadagno 1.120; la mia collega S., 35 anni di servizio, ne prende sì e no 1.250. I passaggi di livello, checché si voglia far credere, non sono automatici, ma richiedono almeno cinque anni di anzianità e il superamento di un concorso interno;

5)      i dipendenti statali che hanno raggiunto l’età pensionabile si collocano a riposo d’imperio senza nessun incentivo da che mondo è mondo. Mia madre andò in pensione perché doveva dopo 43 anni di servizio senza nessun regalo extra e da quando aveva raggiunto il massimo il suo stipendio non aveva certo subito strane impennate alla super bonus;

6)      gli uffici pubblici sono pieni di persone over 50 perché da anni i concorsi sono bloccati, come tutti sanno, e che quindi ora gli stessi artefici della situazione si lamentino della senescenza collettiva  del comparto è una profonda ipocrisia. Il blocco delle assunzioni ha fatto esplodere la piaga del precariato nella PA;

7)      il ministro dovrebbe sapere che, da alcuni anni a questa parte, i pochi concorsi hanno portato all’assunzione quasi esclusiva di laureati, anche quelli per posti di categoria inferiore, perché non sono congegnati in modo tale che il diplomato medio italiano riesca a passarli. Questo garantisce il pieno di manodopera intellettuale con un buon livello di istruzione a basso costo. Se il ministro non lo sa significa che non sa fare il suo mestiere di ministro e allora, in nome della mai abbastanza decantata meritocrazia e produttività, vada a casa e ceda il posto a qualcun altro.

A me pare piuttosto che l’aver impedito alle PPAA di assumere per anni e di concederlo ora, secondo i piani, in modo da rimpiazzare un dipendente su tre rientri in un disegno piuttosto trasparente di affossamento della PA stessa. Non ci vuole molto a capire che uffici in cui il personale man mano sparisce come nei Dieci piccoli indiani di Agata Christie e in cui alla fine ci si ritrova con un terzo degli effettivi avranno serie difficoltà a svolgere le funzioni per cui sono stati creati. Da qui al servizio in cui si mostrano migliaia di faldoni accatastati in qualche Tribunale con in sottofondo una voce che invoca una drastica, ulteriore razionalizzazione ovvero un affidamento del servizio stesso a una seria ed efficiente ditta privata non ci vuole molto, anzi non ci vuole quasi niente. E’ successo con la scuola, con i trasporti, con le forniture di beni essenziali, con la sanità. Moore docet.

Ancor più preoccupante è che questi articoli intrisi di retorica trita e ritrita nonché di affermazioni palesemente false, che gettano discredito su un’intera categoria di lavoratori, provengano da un quotidiano che, come sottolinea bene Francesco Salinas qui, si è ormai apertamente schierato manco fosse un organo di partito con la nascente speranza del panorama politico italiano, il PD. Queste parole mi sembrano programmatiche e questo programma non mi piace per niente.

Se io facessi la sindacalista nel settore in cui lavoro comincerei a prendere in considerazione l’idea di citare questi proclami per diffamazione a mezzo stampa.




permalink | inviato da troppagrazia il 17/9/2007 alle 15:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


14 settembre 2007


IL CURRICULUM DI ICHINO

Ricevo e volentierissimo posto. Già la prima volta che ho sentito parlare di questo fustigatore dei costumi da strapazzo avevo sollevato dubbi sulla sua alacrità come lavoratore, ma leggete qui...

     Ho letto qualcosa di Pietro Ichino dopo aver sentito discutere delle sue opere in tv in questi giorni 
     e soprattutto a  proposito del suo libro ‘I nullafacenti’.


Allora ho pensato... Questo qui ne capisce di lavoro... lavora, avrà lavorato?!

Insomma, sono andato a vedere il suo curriculum.

L’Ichino mi nasce a Milano nel 1949, fin da giovanissimo si appassiona al mondo del lavoro (non al lavoro ma al mondo del lavoro) ed alla tenera età di vent’anni (nel 1969) diviene dirigente sindacale della CGIL-FIOM, incarico che ricoprirà fino al 1972.

Assolve gli obblighi di leva come marconista trasmettitore (come me, sigh, anch’io cantavo la canzoncina ‘onda su onda noi siam trasmission, gente che non fa niente che non c’ha voglia di lavorar, gente specializzata a stare in branda a riposar’) ed è quindi pronto a rientrare nel mondo del lavoro, ritorna infatti tra i ranghi della CGIL dove resterà sino al 1979.

Nel 1979 Ichino ha ormai trent’anni, posso immaginare la moglie che gli dice “Pie’ ormai c’hai trent’anni, se non vuoi trovare un lavoro almeno trova uno stipendio ed una pensione”.

Detto fatto l’Ichino viene eletto alla Camera dei deputati, e va pure in Commissione Lavoro.

Però non è ancora contento, ha lo stipendio, si è assicurato una ricchissima ‘pensione’, che comincerà a percepire nell’aprile del 2009 dopo aver ‘lavorato’ ben 4 anni alla Camera (dal 1979 al 1983), ma sente che gli manca qualcosa.

E qualcosa arriva, nel 1981 (non vi sfugga che nello stesso momento era parlamentare) viene assunto come ricercatore all’Università di Milano.

Nel 1986 diviene docente di Diritto del lavoro dopo concorso.

Quasi dimenticavo la cosiddetta Legge Mosca, leggina allucinante (poco) nota per aver contribuito a creare una piccola voragine nei conti pubblici italiani, tale legge era nata come legge numero 252 del 1974 e consentiva a chi avesse collaborato con partiti e sindacati di vedersi regolarizzata la propria posizione contributiva scaricando i costi sulla fiscalità complessiva e dietro una piccola certificazione presentata dal partito o dal sindacato.

In buona sostanza con questa legge vennero “regolarizzate” le posizioni di migliaia di persone che risultarono essere state impegnate come dirigenti sindacali sin dalle scuole medie, questa orda assetata di soldi è costata alle casse dello stato una cosuccia come 25mila miliardi di lire distribuiti tra oltre 40.000 persone, si badi bene non tra 40.000 lavoratori ma tra 40.000 oscuri funzionari di partito e nobilissimi rappresentanti dei lavoratori.

Comprendo bene la vostra obiezione, la Legge è del 1974 l’Ichino è stato sindacalista fino al 1979, se ne ha goduto è solo per una parte della sua carriera ed in fondo la legge c’era, lui che poteva fare.

Errore, la legge era del 1974 ma è stata prorogata più volte; particolarmente interessante per meglio illuminare il personaggio Ichinesco è l’ultima proroga, avvenuta nel 1979; abbiamo detto come il nostro sia stato deputato nella VIII legislatura, durata dal 20 giugno 1979 all’11 luglio 1983, ma l’Ichino non è arrivato alla Camera il 20 giugno 1979 ma il 12 luglio in sostituzione di un collega ed il suo primo atto, da vero alfiere dei veri lavoratori, è stato quello di correre ad aggiungere la sua preziosa firma alla proposta di legge numero 291 presentata il 10 luglio 1979 ed avente a titolo “Riapertura di termini in materia di posizione previdenziale di talune categorie di lavoratori dipendenti pubblici e privati”, così facendo il deputato Ichino si affrettava ad aggiungere la sua firma sotto un progetto di legge che favoriva spudoratamente i sindacalisti come Ichino, contribuendo a causare una voragine nei conti pubblici che il professor Ichino propone oggi di sanare per il mezzo di rigore, sacrifici e duro lavoro (degli altri).

In buona sostanza io, che ho 39 anni, sono impiegato pubblico e, tra mille difficoltà, lavoro da quando avevo 21 anni non so come e quando andrò in pensione mentre il castigatore dei nullafacenti si trova ad avere già diritto a due pensioni ottime (quella di docente universitario e quella di deputato che SONO CUMULABILI) più un altro paio potenziali, quella di giornalista e quella di sindacalista.

Insomma Ichino, ho capito che dovrò lavorare fino a 250 anni di età per pagare LE SUE pensioni, ma almeno non potrebbe evitare di prendermi pure in giro?

Arnolfo Spezzachini

22 luglio 2007




permalink | inviato da troppagrazia il 14/9/2007 alle 12:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


12 settembre 2007


IL BLOG DE NOANTRI

 

E’ ufficiale, stiamo cercando casa e vorremmo rimanere dove siamo, in Borgo San Paolo. Vorremmo anche, come tutti o quasi, evitare il balzello dell’agenzia immobiliare, visto che gli altri (ho fatto quattro conti, è un furto legalizzato) sono ineludibili.

Nulla di più efficace del passaparola in casi come questo e mentre pensavo a come far partire il tam-tam un’informazione è uscita dalla naftalina mentale in cui era sepolta: questo quartiere all’avanguardia possiede addirittura il primo urban blog della città: wow! Gli ho dato un’occhiata veloce mesi fa e non ricordo cosa contenesse, ma nulla di più facile che ci sia proprio una parte attrezzata a mo’ di bacheca, costruire reti non è forse la nostra (o meglio, la loro) priorità?

La bacheca non c’è, si vede che avevano cose ancora più facili da fare, ma mica mi dò per vinta così facilmente: scrivo alla redazione e propongo un angolo per gli scambi dei cittadini della zona e anche, volendo, la mia collaborazione per gestirlo.

La risposta è: il blog non ha finalità commerciali data la sua missione sul territorio, se vuoi puoi mettere un post, magari può servire. Dite che non era chiaro che la mia pensata era del tutto anti-commerciale? A ogni buon conto ho replicato esplicitando il concetto e dicendo che un’iniziativa del genere avrebbe costituito un buon esempio di blog di servizio.

Ammesso che il servizio rientri in questa benedetta missione, anche se a un’analisi più approfondita non si direbbe. Il blog non contiene, in effetti, alcuna informazione o stimolo utile a creare un’aggregazione che non sia mediata: la festa rionale, il teatro di strada, il locale gestito da una cooperativa sociale, tutte cose interessanti, ma già ampiamente pubblicizzate altrove. Nessuno spazio per istanze spontanee: il tazebao degli annunci (per quelli immobiliari la dimensione di quartiere sarebbe ideale), i gruppi di acquisto, la banca del tempo, eppure si tratta di mondi vivissimi qui come altrove.

Anche se a dirla proprio tutta un invito all’iniziativa popolare c’è: questo esemplare post in cui si incoraggia all’osservazione (verrebbe da dire e alla delazione) del dipendente comunale che tra poche settimane infesterà i dintorni, sponsorizzato dallo stesso stemma che campeggia in alto a destra della pagina in cui si possono leggere le misurate parole in questione.




permalink | inviato da troppagrazia il 12/9/2007 alle 15:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


11 settembre 2007


PENSIERI CORAGGIOSI

 

Sul blog di Sara un articolo di Galimberti parla dell’opportunità di passare da un sistema che premia quasi solo il lavoro produttore di merci a uno che dà il giusto rilievo al lavoro creatore di relazioni. Segue dibattito via commenti cui vorrei dare il mio contributo qui.

Si potrebbe anche riflettere su quanto l'attuale sistema rubi in termini di tempo ed energie alle relazioni, sia a quelle "simmetriche" come l'amicizia e la vita di coppia (quanta gente cerca compagnia o fidanzati su Internet perché "non ha tempo di farlo" nella vita vera? C'è da chiedersi quanto potranno dedicarsi costoro alle nuove presenze dapprima solo virtuali che dovessero poi concretizzarsi nella quotidianità), sia a quelle "asimmetriche" o di cura che dir si voglia (la definizione è mia ed è opinabilissima, non cercatela su qualche tomo di sociologia), che sono poi quelle trasformabili in lavoro erogato da personale spesso molto qualificato i termini professionali e umani e molto poco retribuito, ma comprate (passatemi il termine, ma quello è) a caro o carissimo prezzo da chi ne ha bisogno: genitori per i figli piccoli e/o handicappati, figli per i genitori anziani e/o non più autosufficienti, etc.

E il prezzo è caro perché di questi servizi lo Stato e gli Enti Locali ne forniscono troppo pochi rispetto alla domanda e quindi bisogna aspettarli anni (costo umano) o procurarseli privatamente (costo economico), ma anche perché si ha la consapevolezza che bisogna servirsene, affidando i propri cari ad altri, perché dedicarsi a quelle relazioni sarebbe incompatibile con lo svolgimento di uno di quei tanti lavori in cui si producono ulteriori cose superflue.

E mi chiedo: quanto costerebbe o meglio quanto sarebbe utile permettere alle persone di produrre meno e di curare di più queste relazioni? Naturalmente guadagnando lo stesso ché sennò non ci stiamo più dentro e badate che sono seria: per esempio concedendo il part-time a genitori (di ambo i sessi) di bambini in età prescolare, a membri (di ambo i sessi) di famiglie di portatori di handicap o che comprendono (senza obbligo di convivenza) persone che abbiano più di 75 anni o che siano portatrici di una o più patologie croniche e degenerative o ambo le cose, cosa purtroppo assai frequente. Per casi di particolare gravità si potrebbe anche pensare a una temporanea astensione dal lavoro. Attualmente l’unica possibilità in questo senso sono i benefici della legge 104, di cui gode – si fa per dire – chi abbia un congiunto gravemente disabile e che danno diritto ad assentarsi dal lavoro tre giorni il mese.

Essere pagati per restare a casa con bimbo o nonno? Siamo matti??? No, perché questo significherebbe minore affollamento di asili, centri diurni, comunità, case di riposo e minori spese per queste strutture; minore necessità di importare manodopera sociale, chiamiamola così, con conseguente riduzione dei problemi legati all’immigrazione qui e dell’aberrazione per cui le generazioni in età da lavoro del Terzo Mondo, specialmente donne, sono costrette ad abbandonare piccoli e anziani nei loro Paesi per venire qui a occuparsi dei nostri; maggiore vivibilità della vita in generale, con diminuzione di esaurimenti, malattie dovute allo stress, situazioni di profonda crisi personali e matrimoniali, tracolli economici dovuti a spese di gestione di famiglia non più sostenibili, raggiungimenti della soglia di povertà, il che in termini macroeconomici si può tradurre in meno giornate di lavoro perse comunque, meno ricoveri, meno ticket per medicinali, meno sussidi.

Certo, ci vuole del coraggio a pensare una cosa del genere, il coraggio di capire che, se una persona viene retribuita anche per badare agli affari suoi, in realtà ne può venire un vantaggio per tutta la collettività. Ci vuole evidentemente meno coraggio a illudersi che un imprenditore cui vengono concessi sgravi fiscali e altri vantaggi faccia, oltre che il suo evidente interesse, quello generale assumendo con contratti a termine (leggi: orari assurdi, straordinari coatti, diritti negati, salario striminzito) varia umanità che per fornire varie tipologie di ciarpame (fisico, verbale, relazionale) che conseguentemente inquineranno gli ambiti a esse collegati dovrà spendere quasi tutto quello che guadagna per pagare una badante in nero o un’educatrice d’infanzia sfruttata da una cooperativa sociale di tipo A.




permalink | inviato da troppagrazia il 11/9/2007 alle 10:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


10 settembre 2007


CONTROLLARE E GESTIRE

 

Scopo del post è illustrare l’assurdo avvitarsi su se stesse di certe procedure dell’ente pubblico. Ergo, il post sarà noiosissimo perché è così che deve essere.

Premessa: nell’ente pubblico per spendere dei soldi bisogna impegnarli, ovvero scrivere un documento che si chiama determina in cui si dice che dato questo c’è bisogno di quello, che Tizio ce lo fornisce, che abbiamo ancora dei soldi sul nostro capitolo di spesa e che quindi li spendiamo all’uopo: tutto ciò in cinque copie, due autentiche e tre conformi. Poi bisogna unire uno o più preventivi, una lettera di incarico o una bozza di contratto, eventuali copie degli atti citati nel testo e mandare il tutto alla Ragioneria. Dopo un po’ la Ragioneria lo rispedisce approvato e allora bisogna emanarlo, ovvero fargli assegnare dalla macchina un numero di repertorio, stampare altri appositi fogli in duplice copia e mandarne una, con alcuni esemplari della determina, all’archivio per la pubblicazione. Notate la quantità di carta impiegata, esorbitante specie se si pensa che con una determina raramente si impegnano somme colossali e quindi magari per poter disporre di un centinaio di euro bisogna imbrattare una trentina di fogli.

Dopo un po’ la ditta incaricata con la determina manda la fattura e a quel punto bisogna fare un atto di liquidazione in sette copie (due originali e cinque conformi), che va di nuovo mandato in Ragioneria con la copia della determina cui la liquidazione si riferisce, determina che come tutti ricordate la Ragioneria stessa ha approvato nel paragrafo precedente.

Ebbene, l’altro giorno mando via la liquidazione di un’annata di abbonamento a certo materiale informatico: abbonamento triennale e quello di quest’anno è il secondo anno, quindi oltre alla leggendaria determina da me correttamente inclusa abbiamo già una precedente liquidazione, tutto autorizzatissimo sempre dalla stessa Ragioneria. La quale, nella persona di un collega dalla voce piuttosto imbarazzata, dice che non può mandare avanti la pratica se non faccio loro pervenire la lettera di incarico. Quale lettera, è un abbonamento come quello a Topolino, il funzionario ha semplicemente compilato un modulo? Allora almeno quello sennò niente liquidazione. Ma vi rendete conto, dico consapevole di parlare a un ambasciator che non porta pena, che questo atto è a valle di tutta una serie di atti che VOI avete autorizzato, insomma che non mi sto inventando niente, e che stiamo disboscando un metro quadro di pioppeto per pagare 285 euro? Lo sa, certo che lo sa, ma che ne può lui che è un esecutore come me?

Lo chiamano controllo di gestione: ravanare fino all’inverosimile su spese minime e trasparentissime ingolfando gli uffici di pratiche sempre più chilometriche. Forse sarebbe il caso di introdurre anche la gestione del controllo, perché ho l’impressione che la faccenda stia prendendo la mano a chi dovrebbe esercitarla appropriatamente.

 




permalink | inviato da troppagrazia il 10/9/2007 alle 16:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


6 settembre 2007


COSE DI DONNE

 

Lo so che anche questo è un argomento che non mi riguarda personalmente e probabilmente non mi riguarderà mai, ma se truccarsi è politico vogliamo mettere partorire? E corredo di esempi.

Enrica, che dall’argomento è più che coinvolta essendo agli sgoccioli della sua gravidanza, linka sul suo blog questo sito sul parto in casa. Per curiosità professionale (nel senso che sono curiosa per professione) vado a farmi un giro comparativo cercando “episiotomia” su Google e trovo cose come queste. Da un’esperienza di ineffabile intimità e dolcezza alla macelleria: com’è possibile?

Intendiamoci subito su alcuni punti. Intanto, le donne che raccontano il loro parto in casa non lo abbelliscono quando non è il caso, nessuna cinguetta che è una passeggiata: partorire è faticoso e doloroso e lo si capisce benissimo dalle loro parole. Ma il dolore e la fatica sono attutiti e compensati dal fatto di essere tra le proprie cose, con l’assistenza di persone rispettose e capaci di grande sintonia emotiva e la rasserenante sicurezza che il bambino non sarà afferrato da mani estranee, ma da quelle dei suoi genitori.

Poi, non tutti i parti possono essere condotti in casa, sia per ragioni mediche (non credo che esistano ostetriche invasate della naturalità che fanno rischiare la pelle a madre e bimbo pur di non indirizzarli a un ospedale quando è necessario), sia perché avere a disposizione équipe preparate e attrezzate in comprensori in cui quotidianamente nascono decine di bambini è probabilmente impossibile dal punto di vista organizzativo e, ahimé, economico. Per cui saremmo al caro, vecchio distinguo: chi può sceglie l’esperienza con la “e” maiuscola della vita sua, chi non può si deve rassegnare al “tanto fanno così” e qui “potere” non dipende solo dal portafoglio (che a sua volta dipende dalla geografia, Enrica mi informa che lì da lei in Veneto si paga e qui in Piemonte, no), ma dall’informazione, dal sano dubbio sul fatto che la scienza ufficiale abbia sempre ragione, dalla fiducia nelle proprie convinzioni. Tutta roba ancor più rara e preziosa del forziere di zio Paperone.

Sta di fatto che l’abissale distanza dei racconti suscita stupore e domande. E risposte che poi ognuno ha la sua e la mia è questa. Si dà per acquisito che le donne sappiano che partorire è meno agevole che prendere un té con le amiche, come si diceva sopra. E anche che, data l’entità del traguardo ormai prossimo, le signore in questione siano più che disposte a vederne di tutti i colori. E infine che, una volta raggiuntolo, tutto quello che si è patito per arrivare lì venga automaticamente dimenticato. Ergo: cosa saranno mai ore di doglie, clistere d’ufficio, gomitate sulla pancia, monitoraggio che inchioda al lettino che è poi anche il luogo dove tutta la faccenda si conclude, ma altresì quello che obbliga alla posizione più scomoda per la partoriente, ma più pratica per chi ci lavora intorno, ossitocina in vena e allargamento del passaggio praticamente inevitabile con conseguenti punti, il tutto spesso senza anestesia cosicché se poi cuciono storto è colpa tua perché inspiegabilmente non stai ferma, cosa sarà mai tutto ciò dicevo di fronte alla prospettiva di avere finalmente la creatura tra le braccia quei pochi momenti prima che uno lo pesi, uno lo lavi, un altro gli metta le gocce negli occhi e infine lo impacchettino e lo portino nella nursery?

Per carità, una sproporzione c’è, ma perché sopportare tutto ciò se non ce n’è bisogno? Non credo che una buona madre si veda dalla disponibilità a soffrire gratis, mi sembra che quando una donna decide di avere un figlio metta già nel conto un gran sacrificio di sé che non è possibile non fare, non mi pare il caso che le tocchino pure gli straordinari.

Lo so che una volta le donne partorivano in casa, spesso senza alcuna assistenza professionale, e morivano come le mosche e per fortuna da queste parti quella fase è stata superata. Ora penso che sarebbe ora di superare quest’altra fase, quella dell’efficienza positivistica che considera la nascita di un bambino una serie predefinita di procedure standard da seguire e della loro accettazione supina da parte delle future madri (e dei futuri padri che sono testimoni del trattamento). Sarebbe ora di capire, pretendere di sapere, valutare con cura a chi rivolgersi (il sito del parto in casa indica comunque una serie di punti da chiarire prima di decidere a quale ospedale affidarsi) e se è il caso protestare ufficialmente: ho sentito racconti di parti deplorevoli concludersi tutti allo stesso modo, ma cosa volevi denunciare, tanto…

Denunciare non è inutile: ci sono i Tribunali del Malato che magari suggeriscono come ottenere un risarcimento, ci sono siti e tam-tam informatici tramite cui far conoscere la propria esperienza, ci sono Direzioni Sanitarie che se si rendono conto di rischiare di perdere utenti magari sfornano nuovi protocolli da seguire. Se non partorire a casa, almeno partorire come a casa…a proposito, quanti soldi si risparmierebbero evitando tutte quelle giornate di ricovero e quei medicinali e quei tagli?

 

 




permalink | inviato da troppagrazia il 6/9/2007 alle 14:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa


4 settembre 2007


TOLTE DI BOCCA

 Le parole di Francesco Salinas sulla faccenda dei lavavetri e sulla proposta di assumerli.




permalink | inviato da troppagrazia il 4/9/2007 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 settembre 2007


L'ALBANIA COLPISCE ANCORA

Stavolta addirittura su carta stampata.




permalink | inviato da troppagrazia il 4/9/2007 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     agosto   <<  1 | 2  >>   ottobre