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A CASA MIA / 4 - La terra trema

All’inizio di maggio del 1976 faceva un caldo pesante e innaturale. Mio padre era in ospedale a Udine, reduce da un intervento di cardiochirurgia che lì si praticava per la prima volta in Italia: il by-pass coronarico. Io e mia madre eravamo dunque sole.
La sera del 6 dopo cena andai in camera mia e a un certo punto vidi l’armadio spostarsi verso la porta. La cosa mi parve degna di nota e andai a dirla appunto a mia madre, ma non potevo immaginare l’effetto che avrebbe avuto su di lei, che afferrò me con una mano, poche cose con l’altra e corse fuori. Sotto c’era un sacco di gente, tutta molto agitata e tutta in procinto di fare quello che stavamo facendo noi: saltare in macchina, portarsi lontano dall’abitato e passare la notte lì.
In seguito venni a sapere che, poche decine di chilometri più su, non solo gli armadi si erano mossi, ma le case tutte intere, ripiegandosi su stesse. Sotto erano rimaste 1000 persone.
Poche regioni italiane sono state martoriate come il Friuli Venezia – Giulia nel secolo scorso: in 50 anni su questa terra si sono abbattuti due guerre mondiali, un terremoto devastante, senza dimenticare il disastro del Vajont. Una serie tremenda.
I friulani però, da quei tenaci montanari che sono, così come avevano ricominciato dopo gli elmetti chiodati, le camice brune e il fango ricominciarono anche dopo le scosse, che cessarono del tutto solo in autunno. Nel 1977 sulla guida del telefono delle province di Udine e Gorizia campeggiava la foto del bellissimo Duomo di Gemona avvolto dalle impalcature: non si perse un attimo, pochi anni dopo i paesi erano stati ricostruiti e la gente aveva di nuovo case e scuole.
Il confronto con le baraccopoli dell’Irpinia e del Belice, ancora piene di gente rispettivamente 30 e 40 anni dopo i rispettivi sismi, non potrebbe essere più stringente. Certo, la Regione (a statuto speciale) dispose forse più agevolmente dei fondi per la ricostruzione. Certo, i fondi stessi non finirono nelle tasche della mafia, ma in quelle dei cittadini che avevano anticipato personalmente i soldi necessari senza aspettare preventivamente i finanziamenti. E la gente, appunto, non aspettò un momento, non si pianse addosso, si assunse in prima persona la responsabilità di ricostruire la propria vita.
Non intendo certamente fare una classifica delle disgrazie: i morti sono tutti uguali e meritevoli dello stesso rispetto. Sono i vivi che alla lunga fanno la differenza.

Pubblicato il 2/8/2007 alle 11.19 nella rubrica Racconti di viaggio.

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