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A CASA MIA / 3 - La vostra donna a Lubiana

 

Avendo comprato la Lonely Planet dei Balcani per i ben noti motivi ho pensato che era il caso di sfruttarla e così, giusto per realizzare un’economia di scala, abbiamo passato qualche giorno in Slovenia. Rispetto all’estremità sud di quella penisola, un altro mondo.

La Slovenia è una propaggine dell’Austria dove accidentalmente si parla una lingua slava. La strada è un susseguirsi di paesi microscopici, immacolati, ognuno corredato dal suo bravo campanile a cipollone. In giro non c’è manco una cartaccia e quasi neppure una persona: in tutta la Slovenia ci sono due milioni di abitanti, metà di quanti ce ne sono in Piemonte.

Lubiana è così piccina e graziosa che si stenta a credere sia una capitale: sembra il paese dei campanelli. Anche qui degli indigeni ben poche tracce, forse perché ci siamo andati nel fine settimana; in compenso la città straripa di stranieri, soprattutto giovani zaino in spalla attirati dalla notevole quantità di locali dove bere e ballare a prezzi ancora leggermente inferiori a quelli del resto dell’area euro: qui la moneta unica è arrivata solo il 1° gennaio scorso. La cuccagna per noi però non durerà molto, il Paese è piccolo, ma straordinariamente efficiente e di sicuro benissimo foraggiato da capitali austriaci e tedeschi e secondo me ci mangerà in testa in meno di cinque anni: basti sentire come quasi tutti parlano inglese, basti notare come quasi tutto è stato restaurato, ristrutturato, rinnovato.

Certo, in questa velocità di cambiamento ha avuto la sua parte anche una spinta psicologica: la voglia di distaccarsi dai decenni di Yugoslavia, che per la Slovenia hanno significato soprattutto la voce grossa di Belgrado e la costrizione a foraggiare il resto del Paese, di cui a dispetto delle ridotte dimensioni Lubiana e il suo territorio erano il traino economico. Era fin troppo chiaro che, morto Tito, la situazione non potesse reggere a lungo e come tutti sappiamo infatti non resse. La separazione della Slovenia dal resto della Federazione fu decisamente incruenta se si pensa a cosa accadde dopo e Milosevic trovò opportuno lasciarla andare poiché la riteneva abitata da un popolo “germanofilo,  impregnato di militarismo e spirito anti-jugoslavo” e soprattutto da pochissimi serbi. Penso che l’analisi sia molto calzante, tant’è vero che quei pochi si ritrovarono apolidi, senza documenti né diritti, da un giorno all’altro e, se vollero rimanere, dovettero fare la trafila per ottenere la cittadinanza slovena.

E girando per il Paese si deve fare uno sforzo mentale per ricordare che ha vissuto cinquant’anni di socialismo: a Lubiana ne è testimone la periferia di palazzi grigi, ma ben tenuti e poco altro. L’ostello dove avrei voluto andare, purtroppo strapieno, è l’ex prigione militare, dipinta di allegri colori e oggetto di una trasformazione davvero originale. L’albergone dove alla fine abbiamo trovato posto risale evidentemente agli anni ’60 – ‘70, ma non un dettaglio all’interno lo rivela. Fuori città, poi, il passato sembra non esserci mai stato: il paesaggio è verdissimo e ordinato come in Alto Adige, le terme dove ci sollazziamo l’ultimo giorno fanno impallidire tanti nostri impianti; e la signora che accompagna il giro in battello sul fiume ci congeda ricordando orgogliosa che l’anno prossimo la Slovenia guiderà il Consiglio d’Europa.
La Ostalgie non affligge questa parte del continente.

Pubblicato il 2/8/2007 alle 11.27 nella rubrica Racconti di viaggio.

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