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A CASA MIA / 1 - L'Adriatico fa schifo

 

Quante volte ho sentito ripetere questa frase, che sembra denotare una gerarchia di prestigio – estetico, economico, umano – in cui la sponda tirrenica prevale nettamente sull’altra. La Riviera per molti tra noi savoiardi non ha rivali.

Dunque è vero: l’Adriatico, a volte, fa schifo. Io sono tornata a Grado dopo quasi trent’anni e ci ho trovato quello che ricordavo: alghe, granchi, acqua bassa, il fondo a tratti molliccio, d’altronde siamo in laguna e peraltro anche in un’area protetta quindi l’aspetto del mare non sarà dei più invitanti, ma biologicamente non dovrebbe essere dei peggiori.

Certo non è la Sardegna, ma neppure la Liguria, questo è il punto, è la Sardegna e il mare, spesso e volentieri, è un vero e proprio cesso pure lì. In compenso tra Finale e Ventimiglia trovate quando va bene spiagge striminzite e sovraffollate, perché quando va male sono pietraie; lo splendido panorama della speculazione edilizia anni ’60, che ha fatto costruire migliaia di palazzine infinitamente più squallide e tristi di quelle in cui già vivono in città i torinesi che le hanno comprate in massa; l’affettuosa compagnia della meglio zarritudine delle nostre amate metropoli nord occidentali (e qui si capisce il concetto di “prossimo tuo”) con apposito folklore di musica a palla, partitella di volley a un centimetro dal naso e codazzo di cicche (lasciate) al seguito; e naturalmente la proverbiale gentilezza e onestà degli indigeni, adatte più a un masochista disposto a pagare per farsi maltrattare che a una persona in cerca di un po’ di refrigerio balneare.

A tutto questo pensavo nelle poche giornate passate sotto l’ombrellone e sul lettino, due lussi simultanei che ho potuto concedermi perché in quell’orribile posto costano anche il 150% in meno che sul Tirreno, mentre mi godevo la quiete di una spiaggia di soffice sabbia e ampia a sufficienza perché le persone che la popolano possano evitare di darsi di gomito a vicenda, mentre mi rifugiavo nella frescura della bella pineta miracolosamente superstite in mezzo a cui (non al posto di cui) sorgono naturalmente molte case di vacanza che però si sforzano di non scempiare irrimediabilmente tutto quanto o mentre facevo merenda in spiaggia, rassicurando la gerente giustamente preoccupata dal mio colorito crostaceo che anche stavolta non sarei finita ai Grandi Ustionati.  

Abbiamo trascorso i nostri giorni italiani in un bellissimo B&B, ospiti della signora Rada che con la senese Jolanda e l’ascolana Rosilla ascriviamo di buon diritto alla schiera delle albergatrici mamme che a ogni viaggio incontriamo. Rada fa un dolce diverso ogni mattina, ti sgrida se torni bruciacchiato perché te l’aveva detto di metterti la crema e quando parti si sincera che tu abbia acqua a sufficienza e si commuove salutandoti sulla porta. Abbiamo speso 55 euri il dì in due. Da Ketty a Sauris, un paradiso di verde con cucina da urlo, la mezza pensione a Ferragosto costa 50 euro il giorno per persona: farò un’inchiestina sull’equivalente a Bardonecchia, che resta per me il peggio di Torino trasposto in montagna. All’Ittiturismo di Muggia una scorpacciata di pesce freschissimo su una terrazza allungata sul porto ci è costata quanto due pizze abbastanza buone sotto casa.

Questo per rifuggire dai luoghi comuni: quelli in cui, per eccesso di malintesa fama, vanno in troppi e senza manco sapere perché.

 

 

 

Pubblicato il 2/8/2007 alle 11.51 nella rubrica Racconti di viaggio.

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