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BORDERTOWN

 

Domani sera al Teatro Garybaldi di Settimo Torinese si proietta il film Bordertown su quello che è stato definito il “femminicidio” che da anni avviene a Ciudad Juarez e a Chihuahua in Messico.

Il film è tremendo, sia per l’argomento trattato molto esplicitamente sia perché è fatto come un fumettone – grazie alla mia miopia e alla scarsa frequentazione con il jet set solo a metà pellicola ho capito che i protagonisti erano Antonio Banderas e Jennifer Lopez, che a quanto pare hanno offerto la loro partecipazione gratis – e non è certo per meriti estetici che vi raccomando di vederlo.

E’ perché da una quindicina di anni ormai centinaia di ragazze vengono assassinate dopo essere state violentate e torturate per giorni in modo osceno, con la Polizia non impotente, ma del tutto connivente con il massacro continuativo. La scorsa primavera ho partecipato a un incontro con Marisela Ortiz, la maestra elementare che ha fondato l’associazione Nuestra Hijas de Regreso a Casa quando una delle sue allieve più amate, una ragazzina di 15 anni, è stata com’è ormai abitudine fatta sparire e ritrovata settimane dopo, con addosso i segni della peggiore delle morti. Marisela raccontava che la ragazza era sparita una prima volta e che la madre, consapevole degli enormi rischi che correva, resasi conto che non stava tornando a casa si era precipitata in strada a cercarla e l’aveva rintracciata su un’auto della Polizia che la stava portando via. Con il coraggio della disperazione l’aveva tirata via di lì mentre quelli blateravano accuse assurde. Pochi giorni dopo, però, il rapimento ebbe successo e Marisela, che pure dimostra con le sue azioni di avere coraggio da vendere, quando è arrivata a dirci in che condizioni è riapparsa la poveretta, piangeva. Con noi c’era Ugo Zamburru che è un medico e quindi ha saputo spiegarci che le sevizie cui sono sottoposte le ragazze dimostrano una notevole competenza tecnica: non è il mattatoio, è la raffinata crudeltà di chi vuole procrastinare l’arrivo della morte infliggendo quanta più sofferenza possibile.

La vicenda ha anche un altro interessante risvolto politico. Ciudad Juarez e Chihuahua sono infatti città al confine con gli Stati Uniti, piene di giovani donne che si sono trasferite lì per lavorare nelle famigerate maquiladores, fabbriche che producono beni di consumo di infima qualità da buttare nella boccaccia sempre spalancata dell’insaziabile mercato americano. Non c’è bisogno che dica che il loro salario è ridicolo e che la loro vita in orribili baraccopoli, quando non è pericolosa come sappiamo, è comunque squallidissima. Anche specificare che sono proprio queste le vittime designate della strage è superfluo. Marisela dice che parrebbe esserci una sorta di massoneria segreta, che probabilmente coinvolge sia gli imprenditori e i politici messicani che i loro equivalenti oltre confine, usa a stringere patti di sangue con riti a base di sesso e droga nei quali il piatto forte è appunto costituito dal sacrificio delle ragazze, merce ottima, abbondante e gratuita da quelle parti (anche il film sostiene questa tesi).

Oltre a vedere il film potrete firmare la petizione di Amnesty e informarvi su come aiutare l’associazione di Marisela.

La serata è organizzata dal SUR (cioè quelli del Caffè Basaglia cioè Zamburru) e dalla Casa dei Popoli di Settimo. Intervengono tra gli altri Aurora Tesio e Marco Bellingeri, che sarebbe certamente orgoglioso di vedere in me rinnovato l’interesse per l’America Latina che lui stesso cercò di suscitare alla Facoltà di Scienze Politiche nell’anno del Signore 1993.

Pubblicato il 19/9/2007 alle 10.39 nella rubrica Settima arte.

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