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LA SINDONE SUL CUSCINO

 

Noi che remiamo per arrivare alla fine del mese il sabato sera non possiamo certo permetterci discoteche alla moda o film d’evasione nelle multisale (7,50 euro il biglietto, le più care in assoluto). Allora magari facciamo come stasera, ce ne andiamo in campagna fuori Cirié a vedere gratis Colori proibiti. Favola nera di una storia vera: l’IPCA, interpretato da Laura Curino e Lucilla Giagnoni.

IPCA sta per Industria Piemontese dei Colori di Anilina, ma l’acronimo potrebbe ugualmente voler dire Inquinamento Pernicioso Cancro Assicurato, dal momento che il pericolosissimo composto chimico, oltre ad aver nuociuto pesantemente all’ecosistema intorno alla fabbrica, ha ucciso almeno 170 lavoratori.

Lo spettacolo, presentato in anteprima in situ, racconta la vicenda come fosse una fiaba spaventosa a partire dal 1922, anno in cui si inaugura la fabbrica che si ritiene porterà progresso e benessere nel Canavese e nelle Valli di Lanzo. In realtà, come ormai sa chiunque legga un giornale, l’anilina provoca il cancro alla vescica, e questo doveva essere noto già allora in Inghilterra, dove anni di lotte sindacali avevano ottenuto di sospenderne la produzione che fu quindi, com’è naturale, trasportata in un Paese più arretrato.

Più di quarant’anni dopo, benché a nessuno fosse sfuggito il fatto che il lavoro in quel posto aveva fatto apparire la strana razza dei pissabrut, di quelli cioè che pisciano sangue manifestando così i primi sintomi della malattia, nulla era cambiato in fatto di sicurezza sul lavoro e prevenzione delle malattie, come si apprende nel cortometraggio Non si deve morire per vivere di Daniele Gaglianone che è stato trasmesso prima e dopo lo spettacolo. Sentiamo Paolo Randi, che ha lavorato all’IPCA alla fine degli anni ’60, raccontare dell’impronta che gli operai lasciavano la mattina nel letto, un’ombra blu che proveniva dai coloranti di cui si impregnava la pelle e che trasudavano durante la notte; o delle maschere antigas della Grande Guerra (quella '15 – ’18, per intenderci) che avrebbero dovuto proteggere i lavoratori, unico accorgimento a tutela della loro salute assieme al mezzo litro di latte propinato quotidianamente a mo’ di antidoto – soprassiedo sugli uomini caduti nelle vasche o stritolati dalle cinghie di trasmissione perché c’è da svenire. E sentiamo le parole di Cinzia e Daniele, figli di Benito Franza e Albino Stella, che negli anni ’70 come tanti colleghi si ammalarono, ma che diversamente da tutti gli altri decisero di agire contro i padroni dell’IPCA e ricostruirono la fine di decine di loro compagni – che sapevano bene sarebbe stata anche la loro -  da portare come prova al processo che  finalmente si aprì nel 1977 contro i padroni della fabbrica, i fratelli Ghisotti. Dei quali i giudici stabilirono la colpevolezza, peraltro punita con generosa magnanimità e, suppongo, per nulla scontata, ma a loro, dice Daniele Stella, non importava che qualcuno andasse dentro, loro volevano solo che si stabilisse questo principio: che il lavoro non deve essere mero guadagno dell’imprenditore, ma anche protezione dell’integrità di chi di lavorare non può fare a meno perché deve campare. Vi prego di notare che il 1977 è solo trent’anni fa, non l’età della pietra: c’era da sette anni lo Statuto dei Lavoratori e da ben prima la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, eppure una verità così ovvia non era ancora data per scontata. Anzi, non lo è neppure adesso: “Nel ’22 la produzione di anilina venne trasportata qui perché l’Italia allora era come l’Africa oggi”, dice Cinzia Franza. “C’è sempre qualcuno più meridionale”.

Infatti assistendo allo spettacolo e vedendo il film ci si chiede dove si produca oggi il maledetto blu di anilina, quello con cui tra l’altro si tinge il più diffuso degli indumenti, il jeans che io stessa indossavo stasera: avremo occasione di scoprirlo tra poche settimane, quando la IPCA, che da qualche anno è stata opportunamente trasformata in un ecomuseo, ospiterà la sezione di Cinemambiente dedicata al lavoro in cui sarà trasmesso anche China blue.

Mi pare che in luoghi come l’IPCA, l’Eternit di Casale o il petrolchimico di Porto Marghera dove la gente per garantirsi la mera sussistenza si scavava la fossa con le sue mani si debba andare con lo spirito con cui si andrebbe ad Auschwitz o in un gulag in Siberia, in un pellegrinaggio laico (o anche non, ma questa è una faccenda personale) che è al contempo lezione di civiltà ed esercizio di memoria.

Perché i morti non lo siano completamente e i vivi apprezzino il fatto di esserlo ancora con un po’ di consapevolezza in più.

Pubblicato il 30/9/2007 alle 1.56 nella rubrica Diario.

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