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INTANTO NOI

Ma a parte la sottoscritta, cosa succede negli uffici pubblici? Mobilitazione, assemblee, propositi di resistenza?

Nulla di tutto questo. La vita scorre placida e uguale a poche settimane fa. Nonostante numerose comunicazioni sulla Intranet molti ignorano praticamente tutto del Decreto Tremonti, non hanno avuto tempo di leggere – poi dice che qui non si lavora. Alcuni, come racconto in un commento qui, sfoggiano un sorriso ebete nel dirmi: “e pensare che l’ho pure votato”. Faccio estrema fatica a non insultare.

Essì perché, lo argomenta bene Ema nello stesso commento, non è che gli uffici pubblici siano dei covi di barricaderos. Il conformismo impazza, come ovunque, il menefreghismo idem, il discorso mattutino è assai facilmente a sfondo calcio-automobilistico per i maschietti, ultimo-acquisto-progressi-della-prole per le femminucce; il discorso televisivo è trasversale.

Per trovare qualcosa che somigli almeno un po’ a un pensiero o a un’opinione politica bisogna cercare con attenzione, coltivare confidenze, aver voglia di sbilanciarsi. Lavorare in certi posti, anche: nei Servizi tecnici il “tanto sono tutti uguali” prolifera più che altrove e non è generalizzazione, ma statistica.

Vien voglia di mandarli affanculo insieme a Brunetta, i colleghi. Di accusare LORO di essere uguali, di godere del fatto che l’hanno votato per non pagare l’ICI e ora si troveranno un pezzo di stipendio mancante e il ticket raddoppiato. Di fare come il buon Dio che a Sodoma e Gomorra non riuscì a rintracciare neppure il numero minimo di giusti e li dannò tutti quanti, anche se il mio potere di dannare qualcuno è, per fortuna, meramente verbale.

Ma, come si diceva ieri notte tra blogger, essere di sinistra è uno sforzo etico e intellettuale, non è una cosa naturale come sarebbe sputare in faccia al berlusconiano per caso: lo sforzo che tante persone mi dicono di stare facendo perché di pancia applaudirebbero alla nostra nemesi, ma di testa capiscono che non è fatta per migliorare il tutto, ma per finire di rovinarlo.

E io stessa sento di dover combattere anche per quelli che strozzerei e non solo perché sono pur sempre legata a loro contrattualmente, sociologicamente e pure etologicamente, non solo per noi come individui; ma anche per quello che rappresentiamo.

L’idea che certe cose debbano essere per tutti, anche per chi non potrebbe mai pagarsele: un maestro, un tram, un medico, una casa.

L’idea che lavorare non è solo assemblare cose a un ritmo folle senza neppure prendere il respiro.

L’idea che si può decidere di guadagnare meno per crescere un figlio, prendere una laurea, assistere una nonna, fare il viaggio della vita.

L’idea che chi ha più tempo per sé è più facile che ne abbia di più anche per gli altri: il lavoro senza contropartita pecuniaria - Servas, le banche del tempo, i GAS, tanto per citare solo quello che conosco meglio - è pieno di dipendenti pubblici.

Io vorrei che queste idee potessero essere di tutti, che tutti potessero metterle in pratica perché sono quelle che fanno la differenza tra essere una persona ed essere l’ingranaggio di un sistema e questa è l’altra parte della lotta che dobbiamo portare avanti. Considerarle privilegi da strappare a noi le farà sparire e basta.

Pubblicato il 22/7/2008 alle 12.15 nella rubrica Diario.

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