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DE CRESCITA

Facciamo un po’ d’ordine dopo gli intensi scontri di questi giorni, con l’avvertenza i link ad articoli presenti su altri blog sono da intendersi estesi ai commenti

Siamo partiti dal farsi il pane in casa, che in quanto a decrescita in effetti non è proprio il massimo. Si può fare di meglio, per esempio: possedere UNA SOLA macchina del pane per più famiglie (non è neppure necessario che siano organizzate come condominio solidale, cohousing o GAS, basta anche avere rapporti con dei vicini che colgano i vantaggi della proposta); rivolgersi - organizzati in una delle forme suddette o anche no – a un forno A LEGNA che faccia pane con farine da agricoltura biologica (squisito, dura una settimana); se si vive in un luogo logisticamente adatto (magari qui avere una struttura più definita è meglio), installare un forno del genere in una parte comune e imparare a usarlo a turno, oppure farlo usare ad alcuni per cui poi si svolgeranno atri servizi in perfetto stile banca del tempo. Così chiariamo subito che la società decrescente non è atomizzata, individualista e incline al possesso esclusivo come quella produttivistico-consumista in cui ci ritroviamo, ma crea reti sociali che contrastano l’isolamento e permettono una maggior efficienza economica. Ogni singolo macchinario presente nelle nostre singole case (e di indispensabili ce ne sono pochi) ha costituito un singolo costo per i singoli individui ed è lungi dall’essere fatto funzionare a pieno regime, quindi non è molto produttivo: ma immaginate un palazzo con quattro lavatrici per, poniamo, dodici famiglie che le usano a turno, ognuna delle quali ha versato una quota di acquisto pari a un 1/3 del prezzo di vendita e comincerete a intravedere l’affare. Ah, per l’energia elettrica c’è l’autoproduzione dei pannelli solari: no inquinamento, no multinazionali.

Comunque autoprodursi il pane un vantaggio ce l’ha: ed è quello di dare una bella tranvata sui denti al panettiere che, come tutti i commercianti dall’avvento dell’euro a questa parte, ha lanciato i suoi prezzi al rialzo senza ritegno. Si obietta che tale atteggiamento implicherebbe il fregarsene del panettiere stesso, quando non addirittura l’affamarlo e che questi sono comportamenti privati che non possono essere estesi al sistema. A parte il fatto che un sistema è un insieme di parti (private) che si mantengono in equilibrio, non capisco perché, per non affamare il panettiere, devo invece affamare me stessa. La decrescita dei consumi, infatti, trova un suo fondamento marxianamente strutturalissimo nella continua perdita d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti, dovuta all’esplosione del prezzo delle materie prime - sovranamente del petrolio (arrivato fin lì anche grazie a politiche di consumo totalmente mancanti di buon senso) - e appunto alla speculazione di coloro che fanno i prezzi e non certo all'aumento degli stipendi. Come non bastasse, ai lavoratori si rimprovera di voler guadagnare di più con i rinnovi contrattuali (sic!), che sono stabiliti per legge proprio per proteggere dall’inflazione e che quindi costituiscono una reintegrazione di quanto perso senza che vi sia stato alcun calo di rendimento da parte del lavoratore (e che attualmente sono ben lungi da soddisfare tale necessità), mentre si vorrebbe far passare l’idea che chi li reclama voglia un semplice aumento in cambio di nulla: fannulloni, quei 20 euro in più il mese in busta dovete guadagnarveli sgobbando! Al contrario dei commercianti, che se ne sono ritrovati in tasca 200 di più semplicemente raddoppiando i prezzi nel passaggio lira – euro ed evadendo le tasse o degli imprenditori, che ne hanno raggranellati 2.000 delocalizzando nel Terzo Mondo ed evadendo le tasse o degli speculatori, che ne arraffano 20.000 muovendo capitali non loro ed evadendo le tasse.

Infatti, nonostante quello che si dice, l’Italia attualmente non è in fase di decrescita, ma di impoverimento: e la differenza è quella che c’è tra planare e schiantarsi al suolo. In una società che continua a mitizzare la Crescita e i Consumi, infatti, le due divinità non possono che mostrare tutti i loro limiti: la gente spende sempre meno perché ha sempre meno soldi e questo, a causa delle suggestioni or ora accennate, diventa una perdita di identità, una mina per i rapporti affettivi e amicali e un destabilizzante dell’insieme perché tutto – identità rapporti e società – sono stati maldestramente costruiti sull’assunto che la “felicità” e il “successo” si basano sulla realizzazione dei bisogni materiali, soprattutto di quelli superflui che perciò, a rigore, bisogni non sono. L’impoverito si strugge perché non può più cambiare l’auto ogni sei mesi; il decrescente usa la sua con parsimonia per quindici anni o addirittura se ne sbarazza, gira in bici, in tram e con il car-sharing e si rende conto che non gli manca niente, che non è una nullità, che l’amore di sua moglie e la stima dei suoi compagni non dipende da quello e che fa perfino del bene a tutti inquinando di meno. Ed è ben possibile che l’impoverito possa diventare decrescente attraverso un hegeliano processo di consapevolezza: anzi, è più che auspicabile, sennò si ritroverà a sentirsi un fallito e basta.

Perciò la decrescita nasce sia da considerazioni etiche, estetiche ed ecologiche che da pulsioni di natura economica. Quando ci si rende conto che per mantenere il proprio tenore di vita si è costretti a sacrificare il significato della vita stessa, trasformandosi nell’appendice del proprio posto di lavoro, si potrebbe essere giunti al momento propizio per cambiare rotta. A questo punto il consumo critico non è più (come pare suggerire questo libro) un atto di guerra meramente velleitario contro la rappresentazione di un antagonista che in realtà non esiste, ma la pura e semplice opposizione a un sistema che continua a essere inclusivo solo verso chi è disposto a sputare sangue per starci dentro.

Per me questa è lotta di classe e non escludo (al contrario, trovo molto probabile) che si ricomincerà a condurla anche nelle strade, ma per ora il suo agone è altrove. Nel farsi le cose invece che comprarle, il che provoca alla lunga un abbassamento dei prezzi. Nel rifuggire il credito al consumo e nel ponderare molto attentamente i mutui-ergastolo, il che provoca alla lunga un abbassamento del costo del denaro. Nell’evitare di investire nel classico portafoglio azionario ciò che si è risparmiato così facendo, il che elimina rischi argentini ed evita di foraggiare l’industria bellica, quella degli OGM e magari anche la ricerca sui biocarburanti, che per far bere le auto affama la gente (prossimamente parleremo anche di una banca popolare nel vero senso della parola) – il che provoca quindi alla lunga anche un abbassamento del livello di industrializzazione.

Il che è tutt’altro che antistorico, eppure suscita costernazione in una certa (idea di) sinistra, i cui simpatizzanti trovano incoerente volere consumare di meno e guadagnare di più come se la retribuzione del lavoro fosse una faccenda di propensione al consumo e non di redistribuzione del reddito e a chi fa tanto di dire che non ama l’idea di essere la rotella di un meccanismo che lo spreme come un limone suggeriscono di levarsi dai piedi e lasciare il posto a chi ha “bisogno di lavorare”, cioè è disponibile suo malgrado a farsi spremere di più e meglio. Non ravviso il perché con simili principi ci si definisca di sinistra; mi sono limitata a segnalare l’esistenza di questa scuola di pensiero sul nuovo organo di comunicazione interna di quella parte dei Verdi che ancora crede alla costruzione di qualcosa di diverso dalla solita sbobba produttivistica in comunione con altri ex alleati dell’Arcobaleno.

Non si venga poi ad agitare lo spauracchio della disoccupazione, perché è fin troppo chiaro che essa imperversa da vent’anni, per tanta parte dei quali la decrescita nessuno sapeva cosa fosse. Il lavoro viene spostato all’estero perché qui costa troppo, dicono gli imprenditori, gli stessi che premono perché la gente sia praticamente costretta a fare straordinari detassati – che fanno aumentare i salari, mi pare – per produrre cose che sempre meno persone possono permettersi di comprare, depauperando definitivamente l'ambiente.

Anche decrescendo si produce? Ovvio. Ma meno, meglio e per riempire (o almeno non svuotare) le proprie tasche: tre ottimi motivi per farlo.

Pubblicato il 24/7/2008 alle 22.31 nella rubrica Diario.

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